27 Gennaio Gen 2018 1721 27 gennaio 2018

Arti marziali miste, Mara Romero Borella: «Il match è con me stessa»

Cinque anni fa non sapeva cosa nemmeno fossero. Oggi è una lottatrice professionista. A tu per tu con la prima donna italiana a combattere nell’UFC.

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Mara Romero Borella

Se volete prenderla per la gola, offritele del buon formaggio, il suo punto debole, sempre che ne abbia uno. Se volete prenderla in giro, chiamatela pure: «Orecchie da carciofo», lei per prima ammette di averle, ecco perché non si offende. Se invece volete sfidarla sul ring, non fatelo. Perché Mara Romero Borella è la prima donna italiana a combattere nell’UFC, che sta per Ultimate Fighters Championship, la più importante federazione di arti marziali miste a livello globale. Gomitate, calci, pugni, ginocchiate. Vale quasi tutto. Ci sono delle regole certo, ma si tratta di combattimenti veri. Quindi, se non vi è chiaro, Mara mena, ma non solo: lei vince. Lo dicono i suoi incontri da professionista: 12 vittorie, un no contest e quattro sconfitte. Che poi sono queste ultime a contare per davvero: «Perdi con un’avversaria ma il confronto, quello più duro, è quello con te stessa, è in quel momento che capisci se vuoi continuare, perché nonostante tutto ti piace quello che stai facendo, oppure se vuoi smettere». Mara, per ora, di smettere non ci pensa nemmeno. Continua a combattere e lo farà anche la sera del 26 gennaio, per il suo secondo incontro in Ufc, il primo della federazione nel 2018 per la categoria femminile pesi mosca, 56 chili. Lo farà a Charlotte, nel North Carolina, dove incontrerà Katlyn Chookagian, americana con origini armene.

DA POLPENAZZE A… MIAMI

Anche Mara non è soltanto italiana. Nata a Ponte dell’Olio, quattro mila abitanti vicino Piacenza, sua madre è honduregna, ed è fiera di queste origini. E infatti sul ring, pardon, sull’ottagono, porta sempre con sé la doppia bandiera, il tricolore assieme a quella dell’Honduras, due bande azzurre, in mezzo una bianca. Al centro, cinque stelle. L’America è la sua nuova casa, è partita ad aprile da Polpenazze sul Garda, vicino Brescia, dove ha vissuto gli ultimi anni, per entrare nell’American Top Team, la squadra più forte del movimento che ha la sua sede in Florida e allena i migliori elementi in circolazione. Vive a Miami, Mara. Il biglietto, credeva gliel’avesse pagato uno sponsor. In realtà sono stati i suoi compagni di palestra e i suoi amici a fare una colletta e a comprarle il volo. «Vai, questa è la tua occasione». E il suo è stato un vero decollo. E che stavolta vinca o perda, la sensazione è che non sia ancora giunto il momento di atterrare. Perché il viaggio, il suo nell’UFC e nelle arti marziali miste, è ancora molto lungo. L’abbiamo incontrata qualche settimana prima del match, in una sua breve visita a Milano. Grande sorriso, grandi occhi, nove tatuaggi, pelle ambrata e orecchie a carciofo, come dice lei, inizia a parlare e non ti sembra per niente di avere a che fare con una lottatrice professionista. Ordina un caffè americano, due (piccoli) pasticcini, fa un sospiro e dice: «Per ora è un sogno che si è avverato. Speriamo continui».

DOMANDA: Prima di iniziare l’intervista però spiegami questa storia dell’orecchio a carciofo.
RISPOSTA:
È altrimenti chiamato anche ‘a cavolfiore’. Ce l’hanno quasi tutti i lottatori professionisti, ma anche i rugbisti e chi pratica sport di contatto. Purtroppo pugni e gomitate ci arrivano facilmente, la cartilagine si esaurisce in poco tempo e si crea una malformazione che lo fa assomigliare… a un carciofo! Ci sono anche forum in cui si dibatte su cosa è meglio usare per curarle, tra cortisone e impacchi.

D: Qualcos’altro di rotto? Alla fine hai combattuto già 17 incontri da quando sei professionista, ce l’avrai nel curriculum un naso fratturato.
R:
E invece no. Niente. Facendo gli scongiuri, fisicamente sto bene. Nulla di rotto!

D: Insomma, sei una donna indistruttibile.
R:
Staremo a vedere dopo l’incontro. Comunque se proprio vuoi chiamarmi con un soprannome, chiamami Kunoichici.

D: Kunoicosa?
R:
In giapponese significa donna samurai. Mi piace. Tant’è che me lo porto dietro anche come soprannome quando combatto. Ogni atleta può scegliersene uno. Le donne samurai erano tutte di un pezzo, sorridenti, solari, legate alla famiglia nella vita di tutti i giorni. Ma molto, molto combattive in guerra.

D: Praticamente il tuo ritratto. Lo hai dimostrato nel tuo primo match in UFC, a ottobre a Las Vegas. Eri all’esordio e hai avuto solo una settimana per prepararti. Hai vinto in meno di tre minuti per sottomissione.
R:
Non potevo immaginare esordio migliore. L’obiettivo era riuscire ad avere una possibilità, magari nel 2018. E invece mi hanno inserito nel main card con il pay per view, dove la gente paga per vederti, e per alcuni eventi parliamo di diverse centinaia di milioni di spettatori, in America è uno sport popolarissimo.

D: Sì, ma solo una settimana per prepararti e per tagliare il peso. Come mai così poco preavviso?
R
: Era saltato un match all’ultimo per una squalifica per antidoping, la federazione doveva trovare altre due ragazze disposte a combattere e a farlo praticamente subito. Ringrazio il mio manager, è stato lui a dire: «Io l’atleta ce l’ho», e l’UFC ha accettato.

D: Tu invece, quanto ci hai messo a dire di sì?
R:
In una situazione normale forse avrei rifiutato, preparare un match di arti marziali miste in una settimana è quasi una follia ma l’occasione per me era troppo importante. Ci avrò messo sì e no un’oretta per decidere ed è stata la scelta giusta. Non ho subito neanche un colpo, ho buttato subito a terra Kalindra Faria, brasiliana, e sono riuscita a gestire ogni istante dell’incontro.

D: Ne sei uscita vincente e soprattutto completamente incolume. L’avevo detto io che sei indistruttibile.
R:
Magari! In realtà il giorno dopo mi sentivo come se mi avesse travolto un tir. Colpa dell’adrenalina, che peraltro non mi fa dormire mai, dopo un incontro. Occhi pallati per tutta la notte!

D: È un torneo a eliminazione, quello a cui stai partecipando in UFC?
R: Una specie. La categoria dei 56 chili a cui appartengo è nuova. Quindi bisogna decretare la campionessa, oltre che conoscere e raggruppare le ragazze. I match si combattono su tre round, cinque quando c’è in palio un titolo, da 5 minuti. Il primo è andato alla grande. Vediamo come va il secondo. Arrivare alla cintura sarebbe un traguardo importantissimo ma ho ancora molto da imparare, in fondo è da poco che sono nel circuito delle MMA (Mixed Martial Art).

D: In effetti, dando un’occhiata all’elenco delle atlete sul sito, ce ne sono molte appena ventenni e già con un discreto numero di match combattuti.
R:
Verissimo. Ma perché come ho detto, effettivamente sono solo cinque anni che combatto come professionista, ho iniziato che avevo 26 anni, prima ho praticato judo per una vita, vincendo anche tanto a livello regionale e nazionale. Poi un giorno, a Piacenza, ho ritrovato Sasha Vukelic, amico e istruttore. mi ha detto: «C’è un torneo di arti marziali miste al palazzetto, perché non provi a fare una garetta e vedi com’è?».

D: Non ci hai pensato su due volte.
R:
Mi piace mettermi sempre alla prova. Mi piace la lotta. Sperimentare. Figurati che il mio primo incontro, con regole italiane, dove i contatti sono più leggeri, l’ho perso alla grande!

D: E come hai reagito?
R:
Ero divertita, me la ridevo… Pensavo: certo che non sono nemmeno capace di tirare un pugno, ma cosa pensavo di fare?

D: Cinque anni fa non sapevi neanche cosa fossero le arti marziali miste, e ora sei nella massima federazione esistente.
R: In realtà non è cambiato molto. Avevo perso, ma mi è piaciuto un sacco e ho deciso di continuare, impegnandomi sempre di più. Certo, per arrivare dove sono ora occorrono sacrifici. Ci si allena di continuo, si va a letto presto e occorre un’alimentazione corretta, che a ridosso di un match diventa molto rigida perché devi tagliare perfettamente il peso.

D: Con cosa cominci al mattino? Sei uova come Rocky Balboa?
R:
Mi basta un albume, è molto proteico, poi due fette di pane e caffè. Un frutto prima di allenarmi a metà mattinata, a pranzo riso, tante verdure e carne bianca. A merenda un altro frutto, sempre prima degli allenamenti, e la sera ancora carne bianca e verdure.

D: Come in un monastero!
R
: Ma no! Gli amici non mancano, anche qui negli Stati Uniti. E poi la mia è una famiglia infinita, abbiamo parenti ovunque, a New York, in Honduras, in Italia. Ti dico solo che all’incontro di Las Vegas sono venuti a vedermi gli zii che abitano a Los Angeles e che non vedevo da 20 anni.

D: Hanno portato bene.
R:
Non solo a me. Il retroscena è che dopo quel match mi hanno scritto in tanti su Facebook. Erano tutti scommettitori che volevano ringraziarmi, avevano puntato su di me che ero la sfavorita, Faria, la mia avversaria, era ed è tuttora una veterana dell’UFC.

D: Ce l’hai nel destino, questo è chiaro. D’altronde combatti da una vita… Dicevi che hai iniziato presto a fare judo.
R:
Sono diventata cintura nera a 14 anni. Tutta colpa di mio fratello, lui ha un anno di meno. Con lui ho sempre fatto la lotta come si fa da bambini. Poi arrivava sempre la nostra sorella maggiore a dividerci, ci faceva da seconda mamma.

D: Anche loro combattenti?
R:
Per un po’ sì. Mia sorella poi ha scelto il nuoto e infine ha messo su famiglia, ha due bimbe e sai una cosa? Sembriamo fatte con lo stampino. Entrambe sono identiche a me quand’ero piccola.

D: Il tuo primo avversario invece, e cioè tuo fratello?
R:
Ha giocato a lungo a rugby, ora sogna di diventare vigile del fuoco. Con lui ho un rapporto speciale, quando sono partita per Miami mi ha regalato un rosario e mi ha detto: «Io e la mamma non potremo essere lì con te, con questo però saprai che noi per te ci saremo sempre».

D: Avete sempre vissuto in Italia?
R:
Sono nata a Ponte dell’Olio in provincia di Piacenza, ma non ci ho mai vissuto. Siamo subito partiti per l’Honduras dove siamo rimasti due anni dagli zii, e dove è nato mio fratello. Mi chiamavano «l’italianina», avevo la pelle molto chiara, come il latte. E poi rompevo qualunque cosa, ero una furia, ma mi volevano tutti bene.

D: Dopo quanto siete tornati?
R:
Dopo due anni. Ci siamo trasferiti a Roncaglia, sempre nel Piacentino e ci sono rimasta fino a 18 anni prima di trasferirmi in città da mia sorella. Ho frequentato l’alberghiero e lavorato come barista, come vedi mi piace molto parlare e stare in mezzo alle persone. Servivo ai tavoli, stavo al banco, ma fondamentalmente, come diceva il mio capo, rompevo le scatole a tutti.

D: Lo sport e le arti marziali però non le hai mai mollate.
R:
Non solo Judo, ho fatto anche equitazione, nuoto, salto a ostacoli. Poi ho iniziato a fare anche kickboxing e intanto ho cominciato a insegnare ai bambini. Ci tengo all’insegnamento, mi informo e cerco di restare aggiornata anche perché non posso combattere per tutta la vita. Questo è uno dei motivi per cui ho lasciato Piacenza, non c’era granché per quanto riguarda le arti marziali, specie per le donne. Mentre invece vicino Brescia il movimento era più sviluppato e c’era una palestra dedicata.

D: Così ti sei trasferita nuovamente. Intanto però dovevi mantenerti.
R:
Non sono una schizzinosa. Per due anni ho lavorato in una stireria industriale, mi occupavo delle tovaglie e delle lenzuola degli alberghi, finché non mi hanno rinnovato il contratto. In seguito, sempre tramite il mio amico e istruttore Sasha, ho conosciuto Gianluigi Tedoldi, che poi è diventato il mio primo coach di arti marziali miste. Lui aveva in mente di aprire un’attività tutta sua e l’ho aiutato. La palestra si chiama Fit or Fight, di cui sono socia. E così ho ricominciato, a insegnare e ad allenarmi.

D: Oggi le donne frequentano molto i corsi di autodifesa.
R:
Vero, ma non credo molto in questo tipo di corsi: non sono reali. Puoi allenarti quanto vuoi a reagire di fronte a un’aggressione ma la paura, quella che non puoi controllare e che viene fuori proprio nel momento in cui qualcuno vuole farti del male… Come la gestisci? Riesci a tirare un pugno con quella paura addosso? Francamente non lo so. Occorra lavorare sulla testa prima che sul corpo. Solo perché io sono più muscolosa non è detto che riesca a farti del male se sai controllarti.

D: Sei partita per gli States ad aprile. La tua vita, a Miami, è cambiata.
R:
Città bellissima, calda, viva. C’è tanto lavoro, ci sono tante etnie e per me è un bene. La squadra che mi ha messo sotto contratto è una vera potenza. Ho un coach per lo striking, cioè il combattimento in piedi, un altro per il takedown, un altro ancora per il brasilian ju jitsu, che poi è la lotta a terra. Infine c’è un head coach che coordina il tutto.

D: Ho visto qualche tuo incontro anche in altre federazioni, dove di fatto hai maturato il tuo record, tra Bellator (la seconda più importante) e Invicta (esclusivamente riservata alla categoria femminile). La lotta a terra è la tua specialità.
R:
Beh, ho un passato importante nel judo quindi inevitabilmente sì. L’UFC è il massimo che si può desiderare per chi ama le arti marziali, tutto è estremamente controllato, la federazione ti fornisce gli indumenti e puoi indossare solo quelli durante match ed eventi. Inoltre un medico ti visita alla fine di ogni match.

D: Sei l’unica italiana in UFC. E i maschietti?
R:
Alessio Di Chirico e Marvin Vettori sono dentro da tempo. E poi non dimentichiamo Alessio Sakara, primo italiano in assoluto a combattere in UFC. Sono in ottima compagnia.

D: Il ko più pesante che hai subito?
R:
Un bel gancio che mi ha tirato Anna Elmose, un’avversaria danese. Sono andata giù, svenuta. Ho abbassato la guardia e mi ha preso. Però vedi, tornando alla sconfitta, dopo quel match ne ho persi altri due di fila. Una striscia negativa del genere, e cioè tre ko consecutivi, può spingere atlete anche più giovani a smettere. Non è stato il caso mio.

D: Da quel momento, peraltro, sono state solo vittorie.
R:
Incrociamo le dita.

D: Ultima domanda: hai nove tatuaggi, spiegami il significato almeno di uno.
R:
Dietro la schiena ho una frase: Impossibile è niente, era il motto di Mohammed Alì. Devo spiegartela?

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