Elezioni 2018

Elezioni 2018

25 Gennaio Gen 2018 1558 25 gennaio 2018

Gianna Fratta: «Io con Liberi e Uguali (anche) per i diritti delle donne»

È la candidata alla Camera di LeU. Pianista e direttore d'orchestra, ha le idee molto chare: vuole lottare per la scuola, la cultura, le donne e il lavoro.

  • ...
Gianna Fratta Candidata Liberi Uguali (4)

La musica è la sua vita ma anche la politica è una passione forte (e forse futura professione), specialmente se si parla di temi cari alla sinistra come lavoro, istruzione e cultura. Forse è per questo che Gianna Fratta ha deciso di accettare la chiamata di Pietro Grasso per candidarsi nella lista di Liberi e Uguali, la nuova formazione politica guidata proprio dal presidente del Senato. E ha scelto di farlo alla Camera dei Deputati nel collegio di Foggia, nella sua città, nel suo territorio, dove vive e insegna al Conservatorio 'Umberto Giordano'. Ma non è soltanto una docente, è anche una pianista e uno dei più importanti direttori d'orchestra italiani: è stata la prima donna italiana a dirigere l'Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma, al Teatro Petruzzelli di Bari e alla Sinfonica di Macao (Cina). È stata anche la prima donna alla guida della storica orchestra dei Berliner Symphoniker e a dirigere una produzione del Festival della Valle d'Itria. Della relazione con Piero Pelù, indiscrezione riportata dai giornali italiani nel momento in cui si è saputo di una sua possibile candidatura, non ha voluto parlare: «Non rispondo a queste domande perché la vita privata deve restare privata. Si eviti di legare il mio nome ad altri». Poco male, perché tra politica, lavoro, istruzione, musica, diritti delle donne, gli scandali sulle molestie sessuali e #MeToo, ci ha raccontato un lato di sé che pochi conoscevano.

DOMANDA: Qual è stato il motivo che le ha fatto dire «mi candido»?
RISPOSTA: Un’artista deve pensarci bene prima di fare una scelta così significativa e così impegnativa. Ho accettato perché quando si rimane fuori non si ha il diritto di criticare e perché credo nella possibilità di una sinistra alternativa, vera che torni ai suoi principi storici. Io sempre stata una persona di sinistra e ultimamente non mi sono riconosciuta nelle scelte della sinistra italiana e, quindi, ho creduto in Liberi e Uguali. Mi ha convinto anche la questione della rappresentanza: in passato la sinistra ha portato in Parlamento operai, persone normali che, a volte, non avevano esperienza politica ma portavano nella discussione pubblica i problemi reali del Paese. LeU sta facendo questo: sta trovando un equilibrio tra esperienza, i politici storici, e novità, la società civile, senza arrivare alla ‘rottamazione a tutti i costi’, che può portare a derive pericolose, come abbiamo già visto.

D: Secondo lei, perché Grasso l’ha chiamata?
R: La proposta è partita dalla mia città, condivisa a Bari e portata sul tavolo nazionale. Ho conosciuto il Presidente del Senato nel 2016, alla 20esima edizione del concerto di Natale a Palazzo Madama. Dopo 19 edizioni di direttori uomini, finalmente è toccato a una donna. Ed è stata una scelta del presidente Grasso. Per quanto riguarda la candidatura, invece, ho scelto io Foggia, il mio territorio.

D: Grasso ha proposto di abolire le tasse universitarie. Lei che è una docente, cosa ne pensa?
R: Secondo me l’istruzione e la formazione sono le basi della società. Io faccio parte di una famiglia del ceto medio che ha fatto dei sacrifici e che è riuscita a far studiare sia me, sia mia sorella. All’epoca le tasse universitarie erano molto più basse di oggi e poi c’erano anche tanti criteri per la selezione per merito. Come ha detto Grasso, non sarà un’abolizione tout court: ci saranno dei criteri in base al merito e in base al reddito. So che ci vorrà un intervento pubblico notevole ma la ritengo comunque un investimento fondamentale perché ciò che dà veramente speranza a una famiglia è avere la possibilità di far studiare i figli fino alla laurea magistrale. La scelta di Liberi e Uguali guarda al futuro: si tratta di un aiuto concreto ai giovani.

D: Quanto costa la manovra?
R: Questo non glielo so dire. È stato fatto un calcolo abbastanza vicino alla realtà e so anche che ci sono ipotesi sul metodo di reperimento di queste risorse.

D: Cos'ha intenzione di fare Liberi e Uguali per le donne?
R: Ci sono tante cose nel programma, a partire dall’uguaglianza retributiva, al diritto di studio perché se si tagliano le tasse universitarie, si dà la possibilità a tutti di studiare gratuitamente, donne comprese. Le faccio un esempio: quando al Sud le famiglie devono decidere chi far studiare, quando magari ci sono cinque figli, tre maschi e due femmine, e bisogna scegliere, ancora c’è una cultura secondo la quale si fa studiare l’uomo e non la donna. Bisogna investire nella formazione: solo così le donne possono far valere le loro competenze nella diversità di genere. Perché uomini e donne non sono uguali ma complementari.

D: Oggi si può parlare di parità di genere tra uomini e donne?
R: No, ancora no. È stato fatto un cammino molto lungo, molto lento e si sta facendo qualcosa ma parlare di parità, no. Oltretutto io non credo nelle quote rosa che ritengo un mezzo sbagliato per arrivare a un obiettivo giusto. Mi spiego meglio: è un metodo che contesto nel momento in cui è l’unico mezzo di reclutamento. Poi ci sono i dati che parlano in maniera inequivocabile: gli stipendi delle top manager donne sono inferiori rispetto a quegli degli uomini, i direttori d’orchestra donne sul podio sono solo il 2%, nessuna donna è stata mai direttore stabile di un ente lirico in Italia, nessuna donna ha mai inaugurato il teatro alla Scala. Ovviamente faccio riferimento ai campi di mia competenza, ma la disparità avviene un po’ ovunque. Qualcuno ha anche criticato il nome della lista: in particolare sottolineava il fatto che ci chiamiamo «Liberi» invece che «Libere». Invece non è importante usare il maschile o il femminile: io mi faccio chiamare «maestro» oppure «direttore». Non importa se il nome finisce con la ‘a’, con la ‘i’, con la ‘o’ o con la ‘e’.

D: Un po’ in controtendenza con la presidente della Camera Laura Boldrini, che sul discorso maschile-femminile ha insistito molto.
R: Direi di no. La Boldrini è una persona che conosco bene anche personalmente: abbiamo un approccio diverso ma l’obiettivo è comune. Io sono un’artista e so cosa vuol dire stare sul palcoscenico: non serve dire che in un’orchestra servono 50 uomini e 50 donne. No, ci vogliono 100 bravi musicisti. L’importante è che venga data la possibilità alle donne di avere le stesse possibilità di un uomo. Per quanto riguarda la terminologia, la Boldrini crede che possa essere un passo per riconoscere la presenza femminile. Iniziamo a usare un significante per poi riempirlo di significato. Io sono più interessata al secondo, cioè vorrei che si arrivasse a dire in modo naturale «direttora» o «ministra», come è stato per le altre professioni.

D: Ha ricevuto altre proposte oltre a LeU?
In passato sì. Ma non mi butto mai in imprese che ideologicamente non mi convincono. Non sono più giovanissima, ma nemmeno vecchia, ho 44 anni e, come artista, sono una persona che ha a che fare con le emozioni, con gli ideali, con qualcosa che non si tocca, che non si vede ma si crea. E quelle proposte non mi convincevano. Io ho lottato da quando avevo nove anni per fare il direttore d’orchestra perché ci ho creduto e, mi creda, non è stato facile perché la rappresentanza delle donne sul podio è bassissima nel mondo e in Italia, forse, ancora di più.

D: Se sarà eletta, quale sarà la sua battaglia politica?
R: Non farò battaglie ma proposte, idee e programmi. Il mio apporto a LeU può essere solo in campo culturale: mi occuperò delle istituzioni Afam (Alta formazione artistica, musicale e coreutica, ndr), del precariato in queste istituzioni, nelle accademie e nei conservatori di musica, di dare la possibilità di studiare e di avere a che fare con tutte le varie forme d’arte. Spero di dare il mio apporto anche alla riorganizzazione dei teatri italiani, degli enti lirici e dello spettacolo dal vivo, anche attraverso il Fondo unico per lo spettacolo che andrebbe un po' ammodernato. Lo dico per onestà intellettuale: il ministro Dario Franceschini ha già messo mano pesantemente allo spettacolo dal vivo ma secondo me c’è ancora tanto da fare. Questo è un campo nel quale so di avere delle competenze per fare qualcosa per il mio Paese.

D: Lei è direttore d'orchestra e pianista, quale disciplina le piace di più?
R: Sono due mezzi per esprimere se stessi. Il pianoforte è una visione più intima, sei tu con lui: tu gli dai e lui ti restituisce. La direzione d'orchestra è un'attività molto più complessa: oltre a determinate competenze musicali, serve anche l'apporto degli altri. Tu hai a che fare non con uno strumento, non con un oggetto. La mediazione di altri esseri umani rende la fase interpretativa molto più difficile. Il direttore ha una bacchetta che non suona: ha bisogno di altre professionalità di fronte. Per cui è un lavoro che ha bisogno di tutto questo, di capacità umane, organizzative, di far uscire dagli altri il meglio di sé, di far credere in un progetto comune che si deve raggiungere in quel tempo, in quelle ore di prova, in quel teatro, con quel pubblico. La direzione non è un ruolo di potere ma di responsabilità.

D: Si ricorda la sua prima volta sul palco?
R: Certo, avevo sei anni e mezzo o sette ed ero con il pianoforte. Facevo il primo saggio e suonavo una sonatina numero uno di Muzuo Clementi. Invece la prima volta con l'orchestra è stata al saggio al conservatorio di Bari , dove dirigevo Pulcinella di Stravinskij. Ero molto emozionata e avevo 23-24 anni.

D: E la sua prima volta a livello internazionale?
R:
Questa non me la ricordo, ci dovrei pensare. Perché quando sei davanti all'orchestra non è tanto importante dove ti trovi. Ho fatto talmente tanto all'estero. Sa che non mi ricordo proprio.

D: Qual è stato l'artista o il professionista con cui ha collaborato e che le è rimasto più impresso?
R:
Il mio maestro Yuri Ahronovich, non c'è dubbio. Una persona che ha segnato la mia vita, che mi ha fatto credere che tutto questo fosse possibile.

D: La sua canzone preferita da suonare.
R:
Le passanti di Fabrizio De André.

D: E quella da ascoltare?
R:
Sempre Le passanti.

D: E invece l'opera che le piace di più?
R:
Questa è difficile. Sicuramente Puccini. DIciamo La bohème, ma mi sta costringendo a grandi rinunce.

D: Il 2017 è stato l'anno di #MeToo e delle denunce delle molestie e violenze sessuali sulle donne. Che idea si è fatta?
R:
È un tema importantissimo, serissimo e molto molto preoccupante. Bisogna combattere tutti insieme e anche la società civile si deve interrogare su questo. Non credo nel fatto che le forze dell'ordine possano reprimere o, in qualche modo, eliminare questo fenomeno. Credo che le donne, sotto questo profilo, siano degli elementi deboli della società. Mi spiego meglio: 'deboli' perché purtroppo sottoposte alla violenza. Credo anche che ci debba essere un crescita da parte degli uomini, certamente, ma anche delle donne nella loro capacità di combattere, di trovare la forza di reagire. Ho conosciuto Gessica Notaro, la modella che ha subito una violenza: il suo viso è stato completamente distrutto dall'acido che le ha buttato il suo compagno. Lei ha trovato una forza di reazione incredibile. E questo deve avvenire anche per le molestie e violenze sessuali: reagire e denunciare. Credo anche che le violenze nascano anche da delle infanzie difficili e questo, ovviamente, non giustifica nullla. Vedo che ci sono tante attività che vengono fatte con la musica, penso ad esempio al carcere o ai ragazzi difficili e vedo che, studiando, trovano una speranza, riescono a riscattarsi in qualche modo e anche se fanno parte di una famiglia di criminali, possono avere un futuro senza violenza.

D: Il settore dove ci sono stati più episodi di molestie e violenze è stato quello cinematografico. Ci sono dei Weinstein anche nel mondo della musica?
R:
Ma certo, come no. Ci sono dappertutto: nella musica, nell'arte, nella scuola, nella Chiesa. Sono esseri umani con problemi importanti, ovviamente. Ma si possono combattere in tanti modi: qualcosa possono fare le donne, qualcosa può fare la società. Io mi sono trovata in situazioni, diciamo 'difficili', però sono stata fortunata perché non ho mai subito violenze. Però capita a tante donne di avere anche delle pressioni psicologiche, perché a volte si tratta anche di questo. Il problema vero è che queste cose non dovrebbero accadere. Mi stupisco della gente che se la prende con la donna che «non doveva mettersi nella condizione di». Certo, questo può essere un deterrente per l'uomo ma la gravità è che certi uomini possono pensare di poter fare delle pressioni psicologiche e fisiche, esercitando una qualsiasi forma di potere.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso