24 Gennaio Gen 2018 1323 24 gennaio 2018

Mestruazioni, il libro «Questo è il mio sangue» racconta il tabù

Non le nominiamo mai per la troppa vergogna, ma è ora di smetterla. Ne parliamo con la scrittrice francese Élise Thiébaut: «Sentirci disgustose ci fa sentire inferiori».

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Mestruazioni Tabù

Arrivano, la prima volta, mediamente intorno ai 12 anni. E cambiano la vita.
Segnando un passaggio che compie una metamorfosi: il corpo si trasforma e niente sarà più uguale a prima. Portano spesso sofferenza diffusa, dalla testa ai piedi. E, a volte, possono mettere a disagio. È una trasformazione dolorosa e necessaria che in tante, comunque, aspettano con impazienza. La maggioranza delle persone non le chiama con il loro nome: usa giri di parole, nomignoli o metafore. Oppure non le nomina nemmeno. «Mi sono arrivate», «A scuola Giulia non c’è perché ha le sue cose», «Non si sente bene perché le è arrivato stamattina», «Sono indisposta», «Quei giorni», «Hai il marchese?».

La parola mestruazioni è ancora un tabù. A tutte le latitudini.
Attorno a questo fenomeno naturale che coinvolge almeno un quarto della vita di ogni donna, un universo di credenze false, che si sono tramandate da una generazione all’altra. Bere vino bianco per far passare il dolore più velocemente, mangiare prezzemolo, non lavare i capelli, non sfiorare le piante altrimenti potrebbero morire, non montare la panna, depilarsi durante il flusso per ritardare la crescita dei peli, utilizzare il ciclo come contraccettivo.

MESTRUATA E IMPURA

Per la religione ebraica, la donna mestruata che non ha svolto il suo mikveh (il rituale di purificazione) è considerata impura. E viene chiamata niddah. Accade lo stesso nella religione musulmana: prima di pregare, durante il ciclo mestruale, le donne devono fare un bagno purificatore. In alcune aree del mondo, le ragazze con il ciclo vengono allontanate dalla comunità: in Nepal, per esempio, la pratica dell’esilio mestruale si chiama chhaupadi ed è formalmente vietata dal 2005, ma in alcune zone del Paese, in particolare nelle campagne, è ancora ampiamente praticata.

CON LA VERGOGNA NON CI EMANCIPIAMO

La scrittrice francese Élise Thiébaut, alle mestruazioni ha scelto di dedicare un libro. Si intitola Questo è il mio sangue (Ceci est mon sang), e, edito da Einaudi, in Italia è uscito il 23 gennaio. La chiama «rivoluzione mestruale» e, scrivendo di ciclo, Thiébaut ha cercato di scardinare il senso di proibito che soffoca un aspetto tanto determinante della vita di ogni donna. «Il tabù che circonda le mestruazioni ha avuto un ruolo determinante sul senso di inferiorità che impedisce alle donne di emanciparsi completamente: quando ci vergogniamo e ci sentiamo disgustose per un quarto della propria vita, non permettiamo a noi stesse di affermarci e di fiorire come faremmo se non ci sentissimo così», ha spiegato a LetteraDonna.

DOMANDA: Thiébaut, perché il titolo Questo è il mio sangue?
RISPOSTA: È un’allusione al rito della comunione. Ma rimanda anche ad alcune tradizioni molto antiche legate al sangue mestruale.

D: A chi è rivolto? A uomini e a donne indistintamente?
R: A essere onesta, l’ho scritto, innanzitutto, per me, per liberare me stessa. E se ho scelto di affidarmi alla mia storia e di raccontarla l’ho fatto per invitare le donne a non gettare questa esperienza in un buco nero, come facciamo generalmente. L’ho fatto perché imparassimo a guardare dentro noi stesse. In quanto agli uomini: non sapevo se potessero essere interessati, ma quelli che l’hanno letto l’hanno divorato con passione.

D: A che cosa serve un libro sulle mestruazioni?
R: Sicuramente a informare sulle questioni che riguardano la sanità pubblica, troppo spesso negata a proposito di ciclo ed endometriosi. Ma credo sia servito anche a riappropriarsi di una porzione di storia dimenticata.

D: A che cosa si riferisce?
R: Alla storia dei nostri riti ancestrali, dei rapporti tra uomini e donne, dei nostri primi miti, delle nostre prime religioni e anche a quella del patriarcato.

D: Il ciclo è ancora qualcosa di innominabile. Che cos’è che spaventa tanto, secondo lei?
R: Il sangue, in generale, è tabù: rappresenta la ferita e la morte, ed è, tra tutte le immagini, la più potente. Ma è anche la fonte della vita e può attirare i predatori. Eppure c’è sempre stato qualcosa di assolutamente affascinante nel fatto che le donne sanguinassero regolarmente senza morire.

D: A chi fa più paura?
R: Il sangue spaventa tutti. Per superare questa fobia è necessario studiare.

D: Perché, secondo lei, il sangue ci imbarazza così tanto?
R: Non sarebbe così se potessimo trovare facilmente protezioni e accoglienza nello spazio pubblico. Ci pensi: ogni donna ha perfettamente in mente quando avrà il ciclo. Siamo tutte terrorizzate all’idea di poterci macchiare in mezzo agli altri. E quando parliamo in tono leggermente più appassionato, c’è sempre qualcuno pronto a dirci: «Sei nervosa, non avrai forse il ciclo?». Siamo abituati a vedere questo fenomeno naturale come qualcosa di profondamente negativo che ci mette in difficoltà.

D: Cosa si può fare per cambiare le prospettive?
R: La cosa più importante è educare noi stessi. Il sapere è un potente strumento di emancipazione e sul ciclo non sappiamo nulla da secoli. Né uomini, né donne, purtroppo.

D: Qual è il suo rapporto con le mestruazioni?
R: È una parte importante della mia vita, durata circa 2400 giorni, che sono felice di aver vissuto e che mi ha insegnato molto su me stessa e sul mondo. Eppure, il ciclo ha significato, per me, anche molto dolore, poiché soffrivo di endometriosi. Ma sono riuscita comunque a comprenderne la potenza e non mi sono mai fatta fermare dai problemi che lo accompagnavano, anche quando è stato difficile. Ora vivo l’altra parte di questa forza: la menopausa, anch’essa molto importante e positiva.

D: Perché, secondo lei, le donne non chiamano quasi mai le mestruazioni con il loro nome?
R: Questo è il segno tangibile dell’immenso potere, e delle attenzioni, che diamo al ciclo mestruale. Ci pensi bene: in alcune religioni, non si cita nemmeno il nome di Dio. Ecco, questa è una metafora che amo molto e che rivela la potenza del linguaggio.

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