24 Gennaio Gen 2018 1734 24 gennaio 2018 Aggiornato il 25 gennaio 2018

Andrea Denver, da Verona ai videoclip di Madonna

Era negli Usa per studiare Giornalismo, poi è stato notato su una spiaggia di Miami e la sua carriera è decollata. Dalle donne a Trump, a tu per tu con uno dei modelli più cercati d'America.

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Andrea Denver

Nel 2015 i suoi addominali misero all’angolo niente meno che Madonna. La cantante pop più famosa del mondo, in un commento, aveva riempito di cuori e di emoticons una foto di Andrea Denver a torso nudo su Instagram: «Due settimane dopo mi chiamò proponendomi di fare un video con lei». Ma non fu certo l’unica, a telefonare. «Quindici giorni di inferno, mi chiamarono un migliaio di persone: TMZ aveva scritto che tra noi due era pure nato un flirt»: una bufala. Però i due sono rimasti in contatto. E qualche volta si sentono: «Le ho detto che deve venire a suonare all’Arena, le ho pure mandato delle foto su WhatsApp».

TOP MODEL DA OLTRE UN MILIONE DI FOLLOWERS

Andrea Denver è nato a Verona, dove torna almeno una volta all’anno dai suoi genitori, mamma insegnante e papà medico. «Questo Natale sono andato da loro una settimana, poi sono venuti da me a New York 15 giorni». Non ci sono però solo gli addominali. Perché lui oggi è uno dei modelli più cercati e famosi d'America. Volto pulito, del bravo ragazzo, poca barba in faccia, davanti all’obiettivo spesso gli parte lo sguardo del bel tenebroso ma in realtà è un pezzo di pane, italiano, che in America piace a tutti. Nel 2014 ha girato un video con Jennifer Lopez, il 2015 è stato l’anno del videoclip con Madonna, nel 2016 ha sfilato per Ralph Lauren in esclusiva mentre dal 2017 è ambasciatore Longines per l’America. Poi ancora videoclip, con Taylor Swift e le Pussycat Dolls. Nelle campagne di intimo è in assoluto uno dei più ricercati, dalla fine del mese le cabine telefoniche di New York saranno ricoperte dalle sue gigantografie mentre posa per 2(X)IST, marchio Usa di intimo uomo. Su Instagram supera il milione e 200 mila followers, il 55% sono donne. Il target? Soprattutto latino americano: lo seguono dal Brasile, dall’Argentina, dall’Italia, dalla Spagna e dal Messico, oltre che ovviamente dagli Stati Uniti.

TRA IL QUARTIERE SAN ZENO E MANHATTAN

Quando riesce, vola dai genitori, ma casa sua ormai è la Grande Mela, il suo appartamento si affaccia su Ground Zero e la downtown di Manhattan. La mamma a volte un po’ se la prende, con lui e con se stessa: «Maledetto il giorno in cui ti ci ho portato, negli Stati Uniti». Eh già, perché tutto è accaduto per caso. Lei, insegnante universitaria, ci veniva spesso per lavoro e ovviamente si portava dietro l’intera famiglia al seguito. Poi quella passeggiata sulla spiaggia di Miami. Andrea era da solo. Una ragazza lo nota. Lo avvicina: «Ti va di fare un provino per noi? Lavoro in un’agenzia fotografica». Detto fatto. Andrea comincia così la sua avventura con l’agenzia Wilhelmina e una settimana dopo ecco il video con la Lopez. Così, giusto per iniziare. Da quel momento, per Andrea Salerno, la vita cambia.

LAUREA, ADDOMINALI E… BASKET NBA

Cambia anche il cognome, diventa Andrea Denver, come il suo vecchio profilo MySpace e in onore della sua squadra Nba preferita, i Denver Nuggets: «Non mi perdo una loro partita dal 2007, ben prima che arrivasse Gallinari. Li ho visti spesso dal vivo, per me loro sono una passione che non finirà mai». Ama parlare di basket, quando lo fa torna bambino, ricorda i giorni in cui a 13 anni, assieme ai suoi amici, portava il tavolo vicino al canestro del campetto per tentare schiacciate tanto spettacolari quanto pericolose (non provateci a casa!). In realtà lui è tutto di un pezzo. Piedi per terra. Laureato nel 2013 in Scienze della comunicazione all’Università di Verona. «In quel periodo era stata votata la migliore d’Italia», ci tiene a sottolineare Andrea, molto più del fatto che oggi è tra i modelli più famosi d’America. D’altronde sua madre, quand’era piccolo, non gli raccontava Capuccetto Rosso ma l’Iliade e l’Odissea. «Sono molto orgoglioso della mia tesi: mi sono occupato di Giornalismo e graphic novels, concentrandomi in particolare sul lavoro di un fumettista canadese, Guy Delisle, che ha realizzato un libro a fumetti straordinario, intitolato Pyongyang, in cui racconta i suoi mesi trascorsi in Corea del Nord».

DOMANDA: Avresti dovuto fare il giornalista, mica il modello.
RISPOSTA:
L’idea era quella. Anzi, a Miami ci sono andato proprio per questo: mi ero iscritto a un Master in giornalismo ed editoria.

D: Finché non hai incontrato quella ragazza sulla spiaggia.
R:
Mi ero trasferito da poco, ero da solo, stavo facendo due passi. Mi ha fermato e mi ha proposto un provino. Ho pensato: perché no? Abbiamo fissato un appuntamento e poi mi ha detto: se hai del tuo materiale mandacelo.

D: Quindi avevi già fatto esperienza in Italia.
R:
Solo uno shoot di fotografie, un piccolo favore di un cliente di mio padre. Ma a dire la verità quella volta sulla spiaggia non fu la prima volta che venni, come posso dire, 'avvicinato' dagli addetti ai lavori.

D: Ma allora è una mania.
R:
(Ride, ndr) Giuro! Avevo 16 anni, mi trovavo in un supermercato di Los Angeles, dove spesso con la famiglia andavo d’estate e dove oggi vado spesso per lavoro. Mi fermò un talent scout dell’agenzia LA Models dicendomi che era molto interessato alla mia immagine. Risposi «no, grazie». Andavo ancora alle superiori, i tempi non erano maturi.

D: Funziona così negli Stati Uniti? Ovunque tu cammini vieni fermato?
R:
Più negli Usa che in Italia, lo ammetto.

D: Come mai?
R:
A dire la verità non lo so. Anche la notizia di Madonna non ebbe troppa risonanza nel nostro Paese, infatti non mi chiamò nessuno, né amici né parenti. In compenso ricevetti la telefonata da un suo ex fidanzato che mi chiedeva spiegazioni. Per fortuna lo conoscevo e ci siamo chiariti subito.

D: Beh, dicci com’è stato allora girare quel video con lei.
R:
Il videoclip è: Bitch I’m Madonna. Sicuramente una bella esperienza, ma mi si vede molto poco, con gli altri modelli siamo semplici comparse. Nel video del backstage invece siamo molto più presenti. Madonna però è una gran bella persona. Mi piace molto il legame e il modo con cui vive la famiglia. Spero davvero che venga a esibirsi all’Arena di Verona. Sarebbe uno spettacolo unico.

D: Com’è andata invece con Jennifer Lopez?
R:
Lei è davvero una grande. Simpatica, alla mano, gentile, sempre scherzosa. Un piacere lavorare assieme a lei.

D: Ti si vede un po’ di più stavolta?
R:
Beh sì. In realtà faccio lo scemo, nel senso che ballo con gli addominali di fuori assieme ad altri modelli in perfetto stile videoclip Anni Duemila. Ma non mi vergogno mica, anzi: il video si chiama I luh ya papi.

D: Ancora con questi addominali. Ma quanto ci vuole per scolpirli così?
R:
Diciamo che madre natura mi ha aiutato, mi alleno quotidianamente dal 2011, sono alto 1.88, ho sempre fatto tantissimo sport, giocavo a calcio e anche a discreti livelli ai tempi del liceo. Poi ho fatto nuoto, pallacanestro, sci, d’estate mi diverto a giocare a beach volley. Fu il mio manager di allora a darmi un programma particolare che in tre mesi mi ha aiutato a costruire pettorali e addominali. Adesso ho un amico che mi segue ogni giorno, un ex giocatore della Nfl.

D: Chissà le donne.
R:
Lo ammetto: le bookers di Wilhelmina, la prima agenzia che mi ha assunto, quella di Miami per intenderci, erano tutte donne.

D: Sei fidanzato?
R:
Sto uscendo da una storia con un’altra modella. Fino a oggi ho sempre pensato che solo chi vive questo ambiente può capire le tempistiche e le dinamiche del nostro lavoro, ma evidentemente non è sempre così, anzi: ora, paradossalmente, vorrei tanto una ragazza con un lavoro normale.

D: Tipo un’impiegata in banca.
R:
L’importante è che non fumi perché non lo sopporto. Detto questo, perché no? Così ho anche qualcuno che custodisce i miei soldi! Sto scherzando, ovviamente.

D: Com’è il tuo ambiente? I modelli sono davvero come li descrive Zoolander, il film con Ben Stiller?
R:
L’ho visto e mi ha divertito parecchio ma non credo esistano modelli come lui. Ammetto che a volte le conversazioni sono molto futili e ripetitive, ma questo in fondo capita in ogni luogo di lavoro. Ed è anche per questo che personalmente non ho mai legato troppo con i colleghi.

D: Si guadagna tanto?
R: Diciamo che c’è moltissimo lavoro qui in America. Ci sono periodi in cui in un paio di mesi mi ritrovo a girare tra Dubai, Hong Kong e l’Europa senza fermarmi mai. Non dico che vivo in aereo, però posso dire che ormai le 7-8 ore di volo tra New York e Milano che faccio quando torno a casa non le sento per niente. Come potete immaginare, avere denaro è un conto, godersi i soldi però è tutta un’altra cosa.

D: Sei uno dei modelli più famosi e ricercati negli Stati Uniti: talento o fortuna?
R:
Di sicuro ho avuto la fortuna di entrare nel mondo della moda proprio nel momento in cui negli Usa è esploso Instagram. I social network sono parte integrante del mio lavoro e mi aiutano molto, anzi: sono u no dei miei punti di forza. Nei primi tre mesi ho raggiunto 500 mila followers e il fatto che in Italia io sia meno conosciuto può dipendere anche da questo. Instagram nel nostro Paese è stato scoperto tardi, mentre qui negli Stati Uniti già nel 2014 faceva concorrenza a Facebook.

D: Hai mai vinto dei premi?
R: Sono nella classifica di models.com e negli ultimi tre anni sono stato sempre candidato come Social Media Star of the Year. Al momento mi avvicino al milione e mezzo di followers. Seguo i social in prima persona assieme a un piccolo team di persone, compreso il mio fotografo, italiano pure lui, una persona meravigliosa: lui sì che ha talento da vendere!

D: Il tuo primo servizio fotografico?
R:
Miami, un editoriale a tema boxe con Leonardo Corredor. Indossavo un blazer elegante con i guantoni e con il viso sporco. Non ero agitato più di tanto, un po’ di confidenza, come detto, già ce l’avevo. Ricordo che Leo voleva molto movimento: «Impara a muoverti di più, stai più rilassato», continuava a ripetere. Sembrava veramente di avere a che fare con un allenatore di pugilato.

D: E l’ultimo?
R:
Uno shooting per un marchio che in Italia è poco conosciuto assieme a Daniela Braga, brasiliana, modella di Victoria's Secret. E poi a fine gennaio uscirà a New York l’ultima campagna di intimo di 2(X)IST, marchio americano.

D: Ormai sei più newyorkese che italiano. Che idea ti sei fatto di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti?
R: Non voglio sbilanciarmi dal punto di vista politico. Posso dire che quasi tutte le persone che conosco e che hanno votato Trump non si sono ancora pentite, anzi: rimangono fermamente convinti che votarlo sia stata la scelta migliore. Inutile dirvi che invece nell’ambiente del cinema non lo voleva nessuno, e molte lobby si sono distrutte dall’interno quando invece è stato eletto.

D: Chi avrebbe vinto alle elezioni tra Trump e Barack Obama?
R:
Sarebbe un bello scontro. Ad armi pari, ma diverse. Non darei per scontato nessun risultato finale. Due approcci totalmente opposti, ma non credo che gli americani abbiano votato Trump come segno e voglia di discontinuità.

D: Pensi mai di tornare in Italia?
R:
Spesso. L’idea è quella di rientrare, un giorno. Non vi nascondo che ci sono diverse trasmissioni televisive che mi stanno corteggiando, in particolare nell’ultimo anno. Reality soprattutto, ma non soltanto. Per ora ho rifiutato tutte le proposte. Una perché non mi interessa, ed è Temptation Island. Tutte le altre perché credo non sia ancora il momento giusto. Gli impegni che ho qui mi portano via intere settimane, se non mesi. Però vorrei aggiungere una cosa.

D: Prego.
R:
Sicuramente mi piacerebbe in qualche modo far parte della tv italiana, è una porta che mi lascio aperta. Ma vorrei anche avere l’opportunità di parlare, di far capire che cosa ho dentro, se devo accettare solo di apparire senza mai aprire bocca allora lascio perdere. Per esempio vorrei confrontarmi con gli autori e la redazione del programma in questione, se possibile vorrei evitare quello che in Italia chiamate trash. Detto questo, lo ripeto: non voglio escludere nessuna ipotesi. Aspetto solo il momento giusto.

D: Spiegaci tu allora quale può essere una tua collocazione ideale?
R:
Le Iene mi piacciono molto. Sono un buon compromesso, sanno essere estreme ma fanno anche informazione, certo a volte inciampano anche loro in qualche errore, ma d’altronde a chi è che non capita?

D: Torniamo all’editoria e al giornalismo, quindi. Hai un modello a cui ti ispiri?
R: In Italia, sono sincero, la risposta è no. Posso dirvi però che il mio giornalista televisivo preferito è Anderson Cooper, della Cnn. Credo sia anche il più pagato al mondo. Bravo bravo, davvero. Ha sempre saputo mantenersi al passo coi tempi, ed è quello che sto cercando di fare anch’io.

D: Cioè?
R:
Sto cercando di espandere la mia attività. In particolare sto sviluppando una piattaforma E-Commerce con tutto quello che riguarda l’allenamento online. In America va fortissimo, si acquistano schede con programmi specifici, diete. Una buona fetta di mercato forse riusciamo a ricavarla anche in Italia. Inoltre lancerò a breve una linea di gioielli made in Italy, acquistabili in Rete e accessibili a tutti, e poi anche un marchio di vestiti streetwear assieme a un paio di colleghi italo-americani che abitano qui.

D: Come al solito, in America si corre molto più veloce dell’Italia.
R:
È assolutamente così ma è anche difficile da spiegare. Bisogna viverci per capirlo a fondo. Però posso farvi un esempio: in Italia, questa perlomeno è la mia sensazione, c’è una grande propensione all’invidia e alla critica nei confronti di chiunque decida di fare qualcosa. Qui invece esiste quella cosa che si chiama «apprezzamento». Se provi a dimostrare di avere creatività, voglia di fare, se emergi nel contesto in cui lavori vieni preso come esempio, e non come bersaglio. D’altronde il mondo sta correndo, oggi i ragazzini di 12 anni iniziano già a creare contenuti grafici o fotografici, a 30 anni rischi già di essere considerato un vecchio.

D: Parli quasi da americano fatto e finito. Dimostra di essere italiano: meglio la pizza o l’hamburger?
R:
Accetto la sfida: meglio la pasta.

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