22 Gennaio Gen 2018 1226 22 gennaio 2018

Monica Lanfranco: «Le donne in carcere sono solidali»

Dietro le sbarre diventano unite, mentre fuori si fanno la guerra. Colpa di una società patriarcale, dove le vittime diventano colpevoli e gli uomini tacciono. Ne parliamo con l'autrice di Donne Dentro.

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Carcere

Un anno di lavoro, il 1998, un viaggio in sette diverse realtà carcerarie italiane, da Nord a Sud, tante voci di donne rinchiuse, detenute e agenti, la consapevolezza che il mondo dietro le sbarre non sia poi così «altro» come si pensa fuori, anzi, a tratti persino più umano e solidale. Monica Lanfranco, giornalista, formatrice sulle differenze di genere e femminista, come lei stessa si definisce sul suo sito, ne ha fatto un libro Donne Dentro (Edizioni Settenove), che viagga sul filo sottile tra esterno e interno, e che ben si presta come spunto per una riflessione più ampia, dalle discriminazioni alla necessità che gli uomini si smarchino dall’atavico machismo che spesso li porta a sminuire le donne. Per questo è nato anche uno spettacolo teatrale, Manutenzioni-Uomini a Nudo, tratta dal libro Uomini che (odiano) amano le donne. Ma quali sono i limiti più forti della nostra società dietro le sbarre?

DOMANDA: Come è nata l’idea di Donne Dentro?
RISPOSTA:
All’inizio avrei voluto raccontare le donne homeless, il tema del senza casa, anziane e giovani insieme, ma ho trovato molte difficoltà perché si tratta di un mondo privo di regole e contenitori e spesso manca la voglia di raccontarsi. È stato quasi naturale convogliare quel progetto sul carcere. Sapevo quello che volevo, non mi interessavano né le terroriste né le storie mediatiche, ma quelle comuni, che poi sono la stragrande maggioranza. Tutto è successo molto in fretta, non me lo aspettavo.

D: In che senso?
R:
Il lavoro risale al 1998, allora non c’era Internet, si faceva tutto via fax e via telefono. Inviai la richiesta al Ministero di Grazia e Giustizia e in meno di dieci giorni arrivò una risposta positiva. Oggi è molto difficile, la burocrazia mette più paletti.

D: Com’è stato l’incontro con questa realtà?
R:
Mi ha sconvolta, perché se è vero che una società parla di sé attraverso tre istituzioni cardine come la scuola, la salute e la giustizia il nostro in questo non era un Paese unitario. Nel carcere faceva fede la buona o cattiva volontà di chi lo gestiva, l’arbitrio al posto dell’omogeneità.

D: Il libro vive di dentro e fuori, due realtà difficilmente conciliabili.
R:
Il carcere è un pezzo della collettività, ma quando ci passi vicino non lo calcoli. La terribilità della chiusura delle porte è inversamente proporzionale all’idea di una vita dignitosa, si tende a rimuovere l’idea che esista, che faccia parte della società. Invece basta niente per passare il confine. La maggior parte della popolazione carceraria femminile è molto lontana dall’idea di delinquenza comune.

D: Una storia che l’ha particolarmente colpita?
R:
Una donna rinchiusa a Verona, era finita dentro perché non poteva pagare i debiti del marito, oggi non si va più in prigione per una cosa del genere ma 20 anni fa sì. Una storia a lieto fine, quasi una favola perché lei aveva molte persone a sostenerla, il datore di lavoro ad esempio le disse: «Ti aspetto». Non tutte possono contare su una rete di questo tipo.

D: Il carcere di Verona è anche molto diverso dagli altri raccontati.
R:
Isolato, fuori dalla città, un bunker. Sembra una sciocchezza, ma la geografia carceraria influisce moltissimo sulla vita dentro. In posti così se hai sbagliato puoi diventare più cattiva. Quando non arrivano i rumori della città non sei solo rinchiusa, ma vivi anche in uno stato di deprivazione sensoriale. È per questo che spesso le carceri vecchie sono le più umane, penso a Venezia, ad esempio, con il suo orto interno. Il giovedi mattina c’era e c’è ancora il mercato alla Giudecca con i prodotti coltivati dentro. Un altro bell’esempio da questo punto di vista è Milano con la sua sartoria, che stabilisce anche un ponte con l’esterno e dà modo di immaginare un futuro.

D: Un carcere bunker viene anche percepito diversamente fuori.
R:
Assolutamente, la gente è più portata alla mostrificazione. Se lo guardi in faccia, invece, è diverso, diventa parte della vita cittadina, esiste, agita meno fantasmi e non viene rimosso.

D: In carcere l’amicizia tra donne diventa sorellanza, anche se ci sono differenze caratteriali o di provenienza. Bisogna convivere in uno spazio ristretto e si trova una via.
R:
Sì, e la donna dentro è anche molto diversa dall’uomo perché nell’ottica della deprivazione si serve della cultura che la vuole schiava per salvarsi la vita. Ricostruisce, seppur in piccolo, la quotidianità della cura della casa, degli spazi familiari. L’ordine, la tendina, il farsi le unghie, chiedere della parrucchiera sono cose che salvano. C’è il tentativo di femminilizzare anche dentro e lo si fa per se stesse. Questo all’uomo non succede, è più facile abbrutirsi.

D: «C’è sempre qualcosa che avvicina le donne alle altre» dice Palmina, un’agente.
R:
Una bella sorpresa. Ci si poteva aspettare un atteggiamento più giudicante perché si ha a che fare con la costrizione obbligatoria, il Burnout (sindrome che porta a un calo di motivazione professionale, ndr) è sempre dietro l’angolo, eppure il repertorio del giudizio non si avverte. Non tutte sono uguali ovviamente, e di sicuro anche tra chi lavora nelle carceri ci saranno donne più giudicanti e distaccate, ma non ne ho incontrata nessuna tra tutte quelle con cui ho parlato.

D: Quali sono le più coinvolte?
R:
Sicuramente le madri. Quando lo si è nessun compagno, marito, genitore vale quanto un figlio. È lo strappo più forte e insopportabile. Figli e figlie abbattono la dicotomia detenuta-agente, scatta qualcosa, è inevitabile.

Monica Lanfranco.

D: Fuori invece spesso è difficile trovare questa solidarietà.
R:
Il fatto è che le donne non sono una categoria unitaria, in certi casi emerge l’archetipo del pollaio, una cosa vecchia di millenni in cui siamo ancora immersi e che riguarda il patriarcato. Le donne non si rendono conto che nel momento in cui dicono a un’altra donna: «Se l’è cercata», oppure «è una troia perché aveva la minigonna o perché è uscita da sola», sminuiscono anche loro stesse, è come un boomerang.

D: Ha degli esempi?
R:
L’ultimo caso pochi giorni fa, a Sanremo. La storia di un ginecologo condannato per violenze sulle pazienti ha suscitato le reazioni delle innocentiste sui social. Quando succedono queste cose si tende a ribaltare i fatti, come accadde nel 1979 con il famoso Processo per stupro, un documentario trammesso dalla Rai che per la prima volta faceva vedere in tvquello che succedeva nei tribunali italiani. Non potrò mai dimenticare le parole di Tina Lagostena Bassi, anche se mi venisse l’Alzheimer.

D: Cosa disse?
R:
Una ragazza era stata violentata da tre uomini e passò da vittima a colpevole perché non era vergine ed era uscita da sola invece di stare «vicina al focolare, custodita», attaccò il difensore degli imputati. La Bassi disse che se si fosse trattato di una rapina e non di uno stupro nessuno si sarebbe permesso di giudicare il gioielliere che aveva messo in vetrina le sue gioie più belle, né che era un ricettatore, un usuraio, o che evadeva le tasse. Questo tipo di ribaltamento per cui la parola di una donna vale meno di quella di un uomo la vedo anche oggi quando faccio campagne nelle scuole.

D: Qual è la via per uscirne secondo lei?
R:
Uomini e donne dovrebbero percorrere una strada comune per dar vita a una coscienza collettiva nuova, oggi il femminismo è questo. Bisogna riposizionare priorità e tabù, già dalle cose più semplici, ad esempio recentemente c’è stato il caso di quello sceneggiato vergognoso dove una capitana dei Carabinieri pretendeva di essere chiamata capitano (Don Matteo 11, ndr).

D: Non dovrebbe contare più la sostanza che la forma?
R:
Non sono d’accordo, secondo me se una scrittrice dice «Sono uno scrittore» sottrae autorevolezza al femminile, ed è così anche nell’uso del neutro perché in sostanza il neutro è maschile. I libri scolastici in questo sono desolanti, si parla di bambini e mai di bambine. Il nodo di fondo è sempre il potere, ecco perché dico che il femminismo è una questione politica.

D: In Donne Dentro questa difficoltà prende forma nel riconoscimento del ruolo delle agenti, prima chiamate con dispezzo «secondine» o «guardiane». Difficile riconoscere il femminile in ruoli cruciali?
R:
Difficile e lento. Molte di loro all’epoca erano entrate perché avevano qualcuno in famiglia che già lavorava nel carcere, senza nessuna formazione, che oggi invece si fa. A 18 anni si ritrovavano con le chiavi in mano senza sapere cosa dovessero fare. Spesso sono state le detenute le loro maestre.

D: E il ruolo degli uomini?
R:
Bisognerebbe educarli, fare un lavoro di coscientizzazione. Dovrebbero guardare la donna con empatia, non con occhio predatorio. Per offendere un uomo di solito si punta sulla sua virilità, lo chiami «frocio», se invece dici «troia» a una donna le offendi tutte.

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