12 Gennaio Gen 2018 0904 12 gennaio 2018

Roberto Casalino: «Un talent non basta»

Ha scritto Novembre e L’Essenziale, che hanno lanciato due star di X Factor, ed è autore ad Amici. Nel suo nuovo album racconta degli errori che facciamo per trovare la felicità.

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Roberto Casalino M

Il suo nome ai più dirà poco, eppure Roberto Casalino è tra gli autori più richiesti della scena musicale italiana. Dalla sua penna sono usciti testi come Novembre e Non ti scordar mai di me, interpretati da Giusy Ferreri, L’essenziale, con cui Marco Mengoni ha vinto il Festival di Sanremo nel 2013 o Magnifico di Fedez (solo per citarne alcuni). Il cantautore e compositore avellinese, classe ’79, sta per tornare di nuovo sulle scene con il suo terzo album, Errori di Felicità, in uscita il 12 gennaio (gli altri due: L’atmosfera nascosta, 2009, E questo è quanto, 2014), Anticipato a ottobre dal singolo omonimo che dà il nome a tutta la raccolta, l’album contiene dieci tracce che raccontano le fasi dell’amore, dalle frasi di quello corrisposto a una lei da cui sentirsi immune, ma anche intensi tête-à-tête con se stesso. «È un disco molto viscerale», ha raccontato Casalino a LetteraDonna, «negli arrangiamenti come nelle parole, a tratti sussurrate, altre volte urlate. È diretto, immediato nel suono e negli intenti. Il comun denominatore è l’amore, ma denuncia anche il malessere dell’individuo di oggi, sempre di corsa, che aspira all’infallibilità e che spesso dimentica che gli invincibili non esistono».

D: L’abum arriva a quattro anni dal precedente. Come mai tanta attesa?
R:
Tutto arriva a tempo debito, è il momento giusto. Si tratta del mio primo disco autoprodotto, ho fatto tutto da solo, dalla grafica alla musica, dalle sonorità agli arrangiamenti. Nel frattempo sono cresciuto, ho preso decisioni importanti e anche drastiche, soprattutto dal punto di vista personale, mentre musicalmente nulla è cambiato.

D: Ad esempio?
R:
Ho voglia di godermi la vita, l’attimo. In passato spesso mi è capitato di vivere i momenti negativi appieno e quelli positivi poco intensamente, in silenzio. Se li avessi sfruttati di più forse avrei fatto tesoro di maggiori energie. Questo per me è un cambiamento enorme. Sono sempre stato troppo severo con me stesso, ora voglio prendermi un po’ meno sul serio.

D: La critica più feroce che ti fai?
R:
Sono iperperfezionista. Non è che non mi accontento, ma a ogni traguardo dico sempre di poter fare ancora meglio di come ho fatto.

D: Se arrivi a 10 c’è 11, insomma. Non si rischia di essere sempre insoddisfatti così?
R:
Insoddisfatto no, però c’è un malessere costante che ti accompagna. Ora mi dico: «Non sminuirti, fatti un applauso!».

D: Canti: «Lascio andare via le cose migliori come fossero errori di felicità». Quali sono questi errori?
R:
Quelli che facciamo per trovare la felicità. Nella vita si procede per tentativi, nel momento in cui provi con tutto te stesso a fare una cosa, per te quella è la più giusta da fare. Si tratta di esperienze fondamentali, per crescere. Quindi l’errore non è più lo specchio di un fallimento, ma un’opportunità».

D: Ce n’è uno in particolare a cui ti riferisci?
R:
No, sono più una serie di scelte, decisioni, situazioni. Rischio e lascio andare, è come il palloncino nero che se ne va nella grafica dell’album. Vivo di emozioni, di rapporti con chi mi vuole bene. Ci provo, cado, mi rialzo, vado avanti.

D: «Le mie giornate iniziano sempre con un forse e quasi mai con un sicuramente». Una condizione comune.
R:
È l’incertezza della vita, ho voluto rappresentare questo disagio. Siamo così presi dall’ossessione dei follower, dei like, che dimentichiamo le cose più vere. Dovremmo ricondizionare le aspettative, concentrarci su urgenze più concrete. Infatti alla fine mi chiedo: «Domani cosa c’è per colazione?».

D: «L’amore non finisce si rigenera», canti in Sgualcito cuore. In che senso?
R:
È l’amore verso se stessi, bisogna essere centrati su di sé, non sono gli altri che possono darci delle risposte.

D: Il mio Manifesto invece è il brano più intimo della raccolta.
R:
Sì, un regalo che ho fatto a me stesso.

D: «Ho sposato la timidezza col coraggio e ne ho fatto una conquista»: non è un equilibrio facile da raggiungere.
R: Affatto, però è possibile. Quando sei timido sembra sempre che tu stia lì per caso, invece hai tutte le carte in regola per starci. Se ti armi di coraggio puoi farcela. I limiti sono l’unico modo che abbiamo per andare avanti.

D: Eri timido anche sul palcoscenico che avevi da ragazzino quando improvvisavi concerti sul terrazzo di casa?
R: Quello era proprio un modo per superare la timidezza. Abitavo alla Borghesiana, un quartiere popolare di Roma. Distribuivo dei volantini nelle cassette delle lettere dei vicini per avvertirli che alla tal ora mi sarei esibito, e puntualmente lo facevo, con un mangiadischi portatile dove andavano i 45 giri. Avevo 7-11 anni circa.

D: Un penny rosso, immagino (la generazione è la stessa, ndr).
R: No, il mio era arancione!

D: La passione per la musica quindi è arrivata presto, quando hai capito che quella sarebbe stata la tua strada?
R: La vocazione l’ho scoperta presto per via dell’esigenza di scrivere, dai 15 anni in poi, quando ho cominciato a buttare giù i primi testi.

D: E che sarebbe stato anche un lavoro?
R: Molto più tardi, prima con il tour Rosso Relativo di Tiziano Ferro, era il 2002 e ho fatto il corista per un anno, poi nel 2008 con il successo di Novembre. A quel punto ho lasciato il lavoro di impiegato in un centro congressi per dedicarmi a tempo pieno alla musica.

D: C’è qualcuno a cui ti ispiri?
R: Il background musicale è quello degli Anni '90, quelli in cui mi sono formato. La prima Carmen Consoli, Placebo, Cranberries, gli Smashing Pumpkins.

D: La composizione è ancora predominate nella tua attività. Come nasce un pezzo? Uragano, meditazione o entrambe le cose?
R:
Sicuramente entrambe. Aspetto che arrivi l’ispirazione perché non sono un artigiano o un mercenario, non riesco a dire: «Ora mi siedo e scrivo una canzone». Però non sono nemmeno un pigro, quindi sfrutto il momento, che siano parole o melodie. Alcune ad esempio sono nate di getto, in pochi minuti, come Novembre, e L’Essenziale, per altre ci è voluto più tempo.

D: Che rapporto hai con i tuoi brani cantati da altri, come si fa a lasciar andare qualcosa che ti appartiene così profondamente?
R: All’inzio ero molto geloso dei miei testi, rifiutavo sempre di cederli. Quello che scrivo è autobiografico, lo faccio pensando a me non a un altro artista, ogni parola è il pezzo di un puzzle che mi rappresenta e mi appartiene, quindi non riuscivo a concepire questa possibilità. Poi mi sono innamorato della voce di Giusy Ferreri e tutto è cambiato.

D: Come è successo?
R: Ho provato un’emozione forte, che è stata come un boomerang. Mi è tornato qualcosa indietro a livello emotivo e ho capito che il meglio per le canzoni è andare per la loro strada.

D: Quest’anno sei anche ad Amici come autore e Nicole canterà un tuo inedito. Lo hai scritto per lei o esisteva già?
R:
Esisteva, poi ci ho rimesso mano.

D: Per te quello dei talent è un mondo tutto nuovo.
R:
Sì, sicuramente è un modo nuovo di fare il mio lavoro, lavorare con i ragazzi dà forti emozioni. Una bella sfida, e a me piacciono molto.

D: Da giovanissimo non hai sperimentato cosa significhi stare dall’altra parte.
R: In realtà si era presentata la possibilità di fare dei provini per i primi talent, ma all’epoca non me la sentii, avevo paura di non reggere il peso delle telecamere, però non ho nessun rimpianto in questo senso.

D: Pensi che possano essere un’esperienza positiva per i ragazzi rispetto a una gavetta più tradizionale?
R: Sicuramente è un trampolino di lancio, però non basta. Il bello inizia quando si spengono le telecamere. E lì devi dimostrare di saper restare in scena.

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