2 Gennaio Gen 2018 1614 02 gennaio 2018

Slavina: «La mia vita da porno-attivista»

Promuove una rappresentazione aperta dell'erotismo. Il sesso per lei è «dialogo e comunicazione». E non le interessano i giudizi: intervista a una «transfemminista».

  • ...
Slavina Perez

Arte, educazione e ricerca. Tre discipline intrecciate, indispensabili per chi fa del «porno-attivismo», una vera rivoluzione tra artisti e performer. Che utilizzano politicamente il dispositivo pornografico, producendo contenuti in cui al centro ci sia una rappresentazione aperta e positiva dell’erotismo. Ma anche l’esplorazione delle diverse possibilità della sessualità umana.
Slavina è una «porno-attivista» e una scrittrice. Parla, e scrive, di corpi e di persone. Mescolando sesso, politica e cultura. Ha un blog che si chiama Malapecora, in perenne work-in-progress. Lì ha iniziato a raccogliere le storie ritenute più interessanti. A suo «giudizio insindacabile», ovviamente. Slavina vive in Spagna da più di dieci anni dove nel 2005 ha scoperto anche la «post-pornografia», un movimento che pone al centro della rappresentazione della sessualità tutti quei soggetti che il porno tradizionale trattava come oggetti. Donne, persone con diversità funzionali, tutte le etnie non caucasiche, chi non rientra nei canoni estetici dominanti e chi pratica del sesso fuori dall’eteronomia. Erotismo non mainstream.
Alle domande risponde per iscritto, via e-mail. La aiuta a pensare e ad approfondire. A ispirare il suo lavoro molte altre militanti. Come Annie Sprinkle, Diana J. Torres, La Fulminante. «Il post-porno vuole ampliare lo spettro del visibile e del desiderabile, contestando la convenzione secondo la quale esistono modi più legittimi di altri di provare piacere», spiega Slavina a LetteraDonna.

DOMANDA: Slavina, è per questo motivo che ha scelto questo percorso di militanza?
RISPOSTA:
Ho pensato che quelli fossero elementi importanti per ripensare politicamente il corpo. Soprattutto per me, che venivo dall’attivismo dei centri sociali e dei media indipendenti. Era qualcosa che mancava nel panorama italiano. Fortunatamente in questi anni si sono sviluppate molte iniziative in questo senso, sia nell’ambito della militanza, con la nascita di molti collettivi queer, sia in quello artistico.

D: Nel 2012 ha pubblicato Racconti erotici per ragazze sole o male accompagnate, una sorta di autobiografia composta da 16 racconti brevi.
R:
Era un’operazione pensata in termini di accessibilità: un libretto comodo ed economico da portare in giro, in cui si dispiegava un’autobiografia sessual-sentimentale. Racconti brevi da poter leggere dovunque e anche con poche forze. La letteratura erotica è spesso barocca e ridondante. Io ho cercato di mettere in luce l’essenziale. E ogni racconto era un input, una descrizione di un piacere diverso e possibile.

D: C’è mai stato qualcuno che non ha capito le sue scelte?
R:
Più che di scelte, parlerei di proposte. Effettivamente, mi rendo conto che alcune persone tendono a giudicarle un po’ a priori: è come se l’argomento «sesso» aprisse a un livello di implicazione troppo profondo. A volte si rifiuta o si ridicolizza. Per pudore o a causa di altri tipi di chiusure.

D: Quindi c’è chi non comprende la sua ricerca.
R:
Mi spiego meglio: l’oggetto delle mie ricerche e sperimentazioni, per quanto mi riguarda, non è in discussione. Si può ritenere più o meno interessante, si può condividere l’angolazione, il punto di vista e le basi teoriche oppure no, ma visto che cerco di lavorare con coerenza e correttezza, più che comprensione per «le mie scelte», chiedo rispetto, spesso negato alle donne che lavorano con il corpo e o che si occupano di sessualità.

D: Slavina, lei è femminista?
R:
Sono transfemminista, perché il femminismo in cui mi ritrovo è quello dei margini, che rielabora il femminile non come categoria essenzialista o dato biologico, ma come posizionamento che unisce tutte le identità oppresse dalla violenza patriarcale.

D: Com’è entrato il femminismo nella sua vita?
R:
È arrivato come un dono. Prima della teoria ho scoperto la solidarietà, le pratiche e l’agire collettivo. Ho abbracciato la storia delle donne: dal potere arcaico della Dea, che racconta Maria Gimbutas a quelle accusate di stregoneria, fino alla Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges, durante la Rivoluzione francese. Poi le lotte delle Suffragette di inizio secolo e gli anni ’70 del Novecento, con i movimenti per la liberazione della donna.

D: Una femminista può parlare di porno, secondo lei?
R:
È almeno dagli Anni ’80 che «le femministe» parlano di porno. Approfitterei di questa domanda per ricordare, più che lo scisma americano che divise il movimento femminista in due fazioni (l’una che chiedeva la censura e l’altra che si definiva pro-sesso), l’intellettuale e attivista femminista Michi Staderini, tra le prime in Italia, e forse in Europa, a esplorare l’immaginario sessuale e la pornografia.

D: Si è mai sentita giudicata da altre femministe?
R:
Io non vivo in maniera problematica il giudizio su di me e sulle cose che faccio.

D: Che cosa significa essere «sessualmente liberi», per lei?
R:
Per me la libertà è un esercizio continuo e si basa sulla consapevolezza. È un orizzonte da inseguire, non un territorio in cui accamparsi. Vuol dire non avere paura dei propri desideri ma anche riuscire a godere di quello che si ha.

D: Si ritiene «sessualmente libera»?
R:
Mi considero abbastanza consapevole ma non del tutto libera. Se lo fossi, probabilmente, sarei una Menade perduta in qualche bosco. Invece sono qui che rispondo alle tue domande.

D: Quali sono i suoi tabù sul sesso?
R:
Ci sono cose che non mi piace fare, ma non le considero tabù. Il sesso è comunicazione, è un ambito di negoziazione, in cui ci si sperimenta sempre e se a guidare lo scambio di piacere è la pratica del consenso tutto è possibile. Magari ti piace qualcosa che credevi, fino a quel momento, lontana dai tuoi gusti.

D: Lei non vive più in Italia da anni ormai. Dov’è più facile parlare di sesso e perché?
R:
In Spagna, gli anni della dittatura di Francisco Franco non hanno cancellato l’eredità laica di una Repubblica che fu repressa nel sangue, ma che rimane come riferimento libertario per la gran parte della popolazione. La mia attitudine nei confronti del mio lavoro, però, è sempre stata militante. Quindi ho scelto di tornare spesso in Italia e di confrontarmi con la sessuofobia, laddove c’era più bisogno. Non dov’era più facile.

D: Che cosa le piace e che cosa non le piace del sesso?
R:
Non amo i formati standard: mi piace avere la sensazione che con chi ho davanti (o dietro, sopra o sotto) si instauri un dialogo fatto di attenzione ed empatia. Mi piace ridere, parlare. Trovo gusto in un sesso che è più gioco che pathos. Pur avendo avuto un’educazione cattolica, non vedo il sesso come cosa sporca, come peccato. Per me è gioia e incontro.

D: Il porno può educare le persone, secondo lei?
R:
I primi audiovisivi porno, prodotti negli Anni '50 negli Stati Uniti, erano pensati come vere e proprie guide per la copula «corretta» e venivano mostrati alle giovani coppie perché imparassero a riprodursi. La pornografia non ha mai perso questa funzione educativa, quasi suo malgrado: intere generazioni, soprattutto di maschi, hanno imparato a fare l'amore guardando porno e assumendo come verità alcuni fenomeni che invece erano legati alla rappresentazione (il porno è finzione) e all'ideologia patriarcale. Attualmente, nel porno, si trova di tutto e anche gratis. Purtroppo, però, sono poche le case di produzione che si pongono il problema della responsabilità sociale dei loro prodotti e i consumatori e le consumatrici consapevoli sono ancora una minoranza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso