29 Dicembre Dic 2017 1850 29 dicembre 2017

La pm Alessandra Dolci: «Contro la mafia il Nord non reagisce»

Intervista alla nuova procuratrice aggiunta del Tribunale di Milano, nemica numero uno di mafia e 'ndrangheta.

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Alessandra Dolci Procuratore Aggiunto Pm Milano

È il nemico numero uno della ‘Ndrangheta, in Lombardia e nel Nord Italia. Ha firmato e coordinato una delle operazioni antimafia più monumentali di sempre, chiamata Crimine-Infinito. Oltre duecento arresti in tutto il paese, tra Milano e Reggio Calabria: assassini, trafficanti di droga, imprenditori e affiliati al crimine organizzato. Tutti in manette, tutti in carcere, al termine di un’indagine durata quasi sette anni e i cui sviluppi sono ancora in corso. Da qualche giorno è stata nominata capo della Direzione Distrettuale Antimafia del Tribunale di Milano e promossa procuratore aggiunto assieme ad altri cinque magistrati. Alessandra Dolci, nata in provincia di Cremona nel 1960, è al servizio della giustizia da trentadue anni. Da piccola amava le storie di cavalieri e damigelle. Solo che si immedesimava sempre nei panni del guerriero, e non della principessa che aspettava il suo prode nella torre più alta del castello. Paladina della giustizia nei sogni quand’era bambina, lo è diventata anche nella realtà, adesso che è adulta. «C'entra un po’ anche il destino» sorride il pm. Nella magistratura dal 1986, quando aveva 26 anni, seguì come primo incarico l’arresto di tre soggetti calabresi trovati in possesso di enormi quantità di esplosivi al plastico, con cui avevano fatto saltare in aria la casa di un testimone. A quei tempi la Dda non esisteva ancora. Venticinque anni dopo, proprio nell’operazione Crimine Infinito, ha ritrovato nelle indagini quegli stessi soggetti. Combattere la mafia era il suo destino dunque. Ma ritrovarsi gli stessi nomi sul registro degli indagati un quarto di secolo dopo era anche un segnale forte e chiaro: la 'Ndrangheta, in Lombardia, è parte integrante del tessuto economico e sociale della regione e proprio per questo, terribilmente complicato da estirpare.

I LEGAMI TRA MAFIA E ISTITUZIONI

C’è il funzionario del Tribunale di Milano che accetta i soldi in cambio di una perizia pilotata. Il maresciallo che collabora con i magistrati ma contemporaneamente passa alle persone indagate per mafia le informazioni delle inchieste che le riguardano. Il sindaco del piccolo paese di provincia che si affida all’esponente di una cosca attiva sul territorio per un pugno di voti alle elezioni. E poi il direttore sanitario di un’importante città lombarda che cede l’appalto dei servizi infermieristici nel carcere di Opera a una società affiliata alla criminalità organizzata, che a sua volta finanzia la campagna elettorale di un ex consigliere della Lombardia. Ci sono perfino pubblici ministeri che elargiscono favori ai boss in cambio di viaggi ed escort. La Ndrangheta è ovunque. Nella politica. Nella magistratura. Nel calcio. Nella sanità, perfino nelle chiese. Non c’è da stupirsi dunque al dossier presentato proprio in questi giorni dalla Commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi, secondo cui i rapporti tra criminalità organizzata, massoneria e istituzioni sono sempre più stretti. In fondo, Alessandra Dolci e gli altri pm che avevano coordinato l’indagine Crimine Infinito, avevano già dimostrato ancor più in profondità come in particolare la ‘Ndrangheta fosse allora, come adesso, infiltrata più che mai nel tessuto sociale del Paese, soprattutto nel Nord Italia.

TRA FEDERICO II E L'INTER

L’ufficio della Direzione Distrettuale Antimafia è al sesto piano del Tribunale di Milano. Le pareti del corridoio sono un po’ ingiallite, il periodo di festività riduce al minimo il via vai ma gli uffici non sono vuoti, il suo compreso. Una grande fotografia del castello di Santa Maria del Monte in Puglia, patrimonio Unesco, è appeso sopra la sua scrivania, circondata da una ventina di targhe e premi ricevuti durante la sua attività. «Il castello fu voluto da Federico II di Svevia, un personaggio che mi ha sempre affascinato» spiega il Pm. Sull’altra parete invece spicca Javier Zanetti che solleva la coppa della Champions League: «Non mi chieda del derby, l’ho già dimenticato. Purtroppo sono interista, nessuno è perfetto». Dentro un armadio, si intravede dall’anta in vetro una piccola riproduzione della Madonna di Polsi, nel cui santuario, ogni anno, in Calabria, i massimi esponenti della 'Ndrangheta prendono le decisioni più importanti.

DOMANDA: Come mai ne ha una riproduzione in ufficio? Per ricordarle ogni giorno qual è la sua missione?
RISPOSTA:
In realtà non ce n’è bisogno, dopo trent’anni me lo ricordo fin troppo bene. È stato un regalo, molto mirato se vogliamo. Ma l’ho apprezzato, ecco perché è lì.

D: E lei invece, come mai si trova qui? Che ci fa un pubblico ministero donna a capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano?
R:
La stessa cosa che farebbe un pm maschio. Non ho incontrato discriminazioni, se è questo che intende. Anzi, per certi versi sarebbe stato meglio: perché da sostituto procuratore per anni ho sostenuto turni lunghi fino a 36 ore, con reperibilità 24 ore su 24. Per fortuna da un anno circa non ho più questi orari. In fondo anch’io ho una certa età.

D: Nessuna difficoltà o diffidenza dunque?
R: Forse sono stata fortunata, ma consideri che ormai stiamo diventando la maggioranza: sono stati nominati sei nuovi procuratori aggiunti e quattro sono donne. Senza contare che io ho lavorato una vita con Ilda Boccassini, anche lei procuratore aggiunto di Milano.

D: Però al pm risponde la polizia giudiziaria, che ha una prevalenza di personale maschile. Nessun problema a farsi rispettare?
R:
Sicuramente all’inizio può essere complicato riuscire a instaurare la propria autorevolezza, non autorità, badate bene, autorevolezza, una delle qualità più importanti e necessarie, per un magistrato. Ma se si hanno le capacità, prima o poi viene fuori e io sono riuscita subito a instaurare i giusti rapporti con tutti i miei collaboratori. Sarà che quando leggevo le storie di cavalieri e damigelle, da piccola, io mi immaginavo sempre nei panni dei cavalieri e mai delle principesse.

D: Mai ricevuto minacce o telefonate minatorie? Mai avuto paura?
R:
Nessuna minaccia. E non ho paura. Non devo vincere nessuna guerra. Sono un semplice soldato. Non devo chiedermi se e come sconfiggeremo il crimine organizzato. Sono un organo di giustizia, devo chiedere l’assoluzione di un imputato se sono convinta della sua non colpevolezza. Altrimenti approfondisco e cerco di capire quali sono i fatti. Per me è meglio un colpevole fuori che un innocente in carcere.

D: I colpevoli fuori si possono sempre prendere. Nell’inchiesta Crimine Infinito ne avete arrestati più di 200.
R:
Ma ce ne sono ancora. Con quell’operazione non ci siamo mai illusi di aver sgominato la ‘Ndrangheta, né di averla scalfita. Il problema non è tanto l’organizzazione mafiosa in sé, quanto il contesto sociale in cui si è inserita.

D: Cioè?
R:
La ‘Ndrangheta non ha invaso il Nord Italia, né ha cercato di cambiarlo con i suoi metodi e la sua criminalità. È il nord che ha accettato di accogliere i suoi esponenti, rassegnandosi alla loro presenza o, cosa ancora peggiore, facendo affari con loro.

D: In sostanza il Nord Italia ha imparato a convivere con la mafia senza fare nulla per combatterla?
R:
Mi viene in mente la battuta del film di Pif La Mafia Uccide Solo d’Estate, quando il padre dice al bambino: «La mafia è come i cani. Se li lasci stare non mordono». L’atteggiamento è questo: mi faccio i fatti miei e li ignoro, questo vale per i cittadini che si considerano onesti. Quelli sotto la soglia dell’onestà invece sono più disponibili ad accordi, e così vanno dalla ‘Ndrangheta per chiedere di risolvere problemi che la giustizia o le forze dell’ordine non sono in grado di garantire.

D: Per esempio?
R:
Il recupero crediti. O lo sfratto. Per ottenere l’affitto degli inquilini morosi cosa mi dà più garanzie? Chiamare un avvocato, un giudice, oppure rivolgermi a ‘chi di dovere’ perché so che la sua proposta ‘non può essere rifiutata’? In Lombardia, soprattutto in un contesto di provincia, non c’è nessuna remora a rivolgersi a soggetti della ‘Ndrangheta.

D: Dunque, omertà da una parte. Scendere a patti con loro, o addirittura fare affari, dall’altra.
R:
Il comune di Rescaldina, provincia di Milano, ne è un esempio. L’operazione Crimine-Infinito ha portato, tra le altre cose, al sequestro di un ristorante dove gli affiliati alla ‘Ndrangheta si trovavano per le loro riunioni, ovviamente sto semplificando molto. Quattro anni dopo, un altro filone di inchiesta mi ha riportato a Rescaldina, dove scopro che il boss di allora, Tony Medici, era stato sostituito dal fratello Ciccio Medici. Il quale, nelle intercettazioni, si vantava di atti di intimidazione ai poliziotti, del tipo: «La prossima volta che mi mette la multa gli spezzo le gambe», e di altre minacce rivolte a imprenditori del luogo. Eppure io non ho mai ricevuto nessuna denuncia sulla mia scrivania, nonostante un’inchiesta precedente, a Rescaldina, ci sia stata. Questo per me è sconfortante.

D: Soprattutto per lei che è nata in provincia.
R:
Nata e cresciuta a Soresina, piccolo paese di diecimila abitanti vicino Cremona. I miei genitori vivono ancora lì. Per andarli a trovare, spesso da Milano percorro la strada Paullese, il cui ampliamento è rimasto fermo per anni per il fallimento della società Cosbau, specializzata nelle grandi opere, dopo il tentativo di scalata da parte della 'Ndrangheta. Non sa che rabbia mi veniva quando la percorrevo con i lavori fermi. Ma proprio perché conosco questo tipo di ambiente e so anche che ci si conosce un po’ tutti. E allora dico: possibile che nessuno si accorga di nulla in contesti come quelli?

D: Quante persone sono venute da lei a denunciare pressioni e intimidazioni mafiose?
R:
Dal 2001 una volta sola. Venne da me un uomo, un imprenditore, mi disse: «Guardi, mi hanno bruciato la macchina, portato via l’azienda, minacciato i figli. Ma non sono venuto da lei subito. Consigliato da un amico, sono andato prima da un’altra persona. Quando ho capito però che anche lui voleva la sua parte ho capito che il giro era lo stesso, e allora sono venuto qui». Come vede, prima ci si rivolge ai delinquenti, poi alla magistratura. Il livello di accettazione sociale è preoccupante a dir poco.

D: È per questo che negli ultimi mesi ha incontrato, tra gli altri, gli abitanti di Rescaldina, Lacchiarella, Mariano Comense, Giussano, Bareggio, Castano Primo, piccoli paesi tra Varese, Milano e Como.
R:
Cerco di spiegare loro un concetto semplice: gli anticorpi di questa malattia chiamata 'Ndrangheta sono proprio i cittadini. Basta poco per capire cosa succede, come detto: in provincia tutti sanno di tutti. Un certo tipo di atteggiamento, un certo modo di porsi deve per forza di cose mettere in guardia. Come chi entra in un locale pubblico e nessuno gli fa pagare la consumazione. Un pentito mi disse: «Andavo al bar, nelle discoteche, ai pub, e nessuno si azzardava a presentarmi lo scontrino. Dopo un anno il titolare di quel bar mi chiese uno scontrino per uno champagne. Per me, un insulto: quella stessa notte gli mandai un mio ragazzo e gli sparò con un mitra».

D: La ‘Ndrangheta risponde sempre con la violenza, qualunque sia l’affronto?
R:
Non più ormai. Si è adattata al territorio in cui agisce. Diciamo che rappresenta il volto imprenditoriale della criminalità organizzata. A Cantù un gruppo di giovani calabresi per mesi non ha mai pagato le consumazioni in un bar del centro. Un giorno il titolare si è stancato, è andato nel locale gestito da questi ragazzi chiedendo spiegazioni. Il giorno dopo si sono presentati al ristorante, hanno ordinato da mangiare e hanno buttato tutto per terra, calpestando ogni cosa, dicendo: «La prossima volta impari». Spaventato, ha chiuso il bar. E indovini chi si è presentato da lui chiedendogli di vendere l’attività? Proprio loro, proprio i giovani calabresi che gli avevano sfasciato il locale. A modo loro, degli imprenditori.

D: Altri segnali che i cittadini possono cogliere?
R:
In banca ad esempio. Il titolare di un conto, mi ha raccontato un dipendente, era sempre accompagnato da un’altra persona ed era questa persona che decideva ogni cosa: dove mettere i soldi, come investirli, tutto. Sempre a Cantù abbiamo arrestato un uomo che gestiva un distributore di benzina. Guardando le immagini delle telecamere di sorveglianza notammo che con determinate persone si metteva a parlare sempre in mezzo al piazzale. Che ci fosse il sole o la pioggia. Sempre lì, mai sotto la tettoia o dentro il bar. In mezzo al piazzale. Che fuori ci fossero quattro gradi sotto zero o un sole in grado di spaccare le pietre. Vi sembra normale?

D: Che tipo di imprenditoria preferisce la ‘Ndrangheta?
R:
È presente nel settore dell’edilizia, ad esempio. Dello smaltimento dei rifiuti, dei giochi e delle scommesse. Gli interessi sono variegati, dalla sanità alla ristorazione fino alle compravendite immobiliari. I loro interessi si evolvono, anche perché per molte famiglie siamo ormai alla seconda o terza generazione, ci sono tracce di Ndrangheta in Brianza già negli Anni '70, oggi invece abbiamo ragazzi cresciuti al nord e quindi con lo spirito imprenditoriale del nord.

D: Parla sempre al maschile. E le donne?
R: Non fanno parte dell’associazione. Non sono proprio accettate. Eppure ne costituiscono l’architrave. Educano i figli nel rispetto e nella cultura della ‘Ndrangheta. Per certi versi sono più forti dei maschi, riescono a credere più fermamente di loro in questi valori. L’esempio è la storia del collaboratore di giustizia Michael Panajia, imputato per l’omicidio del boss della 'Ndrangheta in Lombardia Carmelo Novella, rimasto ucciso in una resa dei conti con i boss di Reggio Calabria. Panajia era affiliato sin da giovane, aveva anche dovuto dimostrare il suo valore uccidendo un appartenente alla cosca rivale. Dopo un lungo travaglio, grazie anche all’aiuto della moglie, che non è calabrese, decise di collaborare con la giustizia. Ebbene: in una telefonata che abbiamo intercettato, la madre e la sorella hanno fatto di tutto per dissuaderlo. Per poi dirgli infine: se collabori, ti disconosciamo come figlio e come fratello.

D: Donne forti insomma. Assomigliano un po’ a quelle viste nella serie tv Gomorra. L’ha mai vista?
R:
Veramente no.

D: Una delle critiche che ha ricevuto in questi anni è: perché far vedere al resto del mondo tutto questo? La camorra, la criminalità… Perché invece non raccontare un’eccellenza dell’Italia?
R:
Se la fiction è più possibile fedele alla realtà, come dicono e scrivono un po’ tutti, allora non sono d’accordo. Raccontare questo tipo di criminalità, per me, è un bene. Mica possiamo nascondere i problemi con la polvere sotto il tappeto. Vale lo stesso di chi ammetteva la presenza della ‘Ndrangheta in Lombardia, ma sottovoce, roba del tipo: «Meglio non dirlo in giro perché c’è Expo, faremmo una figuraccia mondiale». Questo problema va affrontato con i migliori strumenti possibili. E la legislazione antimafia italiana è ottima, tra le migliori al mondo.

D: Imprenditori fanno affari con la mafia, cittadini che sanno ma che non parlano. È preoccupata per il Paese?
R:
C’è una battuta di un autore russo che si chiama Grigory Zinoviev: qual è la differenza tra un pessimista e un ottimista? Per il primo, peggio di così non si può andare. Il secondo invece dice: «Certo che si può andare peggio di così!».

D: Mica male. Con questo però cosa intende dire?
R: Io appartengo a generazioni passate, se qualcuno veniva colto a rubare qualcosa veniva esiliato dalla società e ci volevano anni prima di essere accettato nuovamente in società. Oggi non è più così, soprattutto al nord. Nelle regioni in cui tradizionalmente c’è stato un insediamento mafioso, e quindi in Calabria e in Sicilia, si avverte una vera reazione del tessuto sociale, esiste ed è palpabile sin dalle stragi di mafia in poi. Al nord non vedo cambiamenti. Non c’è nessun innalzamento della soglia etica, anzi, qui si va giù in picchiata.

D: Il problema è l’educazione a essere onesti?
R:
Conosce la storia di Simone Farina? Quel calciatore che cinque anni fa rifiutò 200 mila euro per truccare una partita di Lega Pro. Fu eletto come modello ed esempio per tutti, fu anche convocato in Nazionale, ma dopo quella stagione non trovò più una squadra. Se n’è andato all’estero, all’Aston Villa, a insegnare etica ai ragazzi. E quando gli chiedono perché ha rifiutato quei soldi, dà sempre una risposta che io amo: «Non li ho voluti perché mi hanno educato a essere onesto». I genitori certo, ma anche la scuola.

D: Un caso più unico che raro: i calciatori coinvolti in quelle indagini erano un centinaio. Molti di loro giovani.
R:
Non voglio fare di tutta un erba un fascio, ma vedo che nelle scuole il rispetto del regole è diventato quantomeno opinabile, e credo di dire una cosa molto scontata e banale. Al contrario, quando ero io dietro i banchi di scuola, il rispetto delle regole era molto rigoroso, anche a costo di avere insegnanti molto, molto severi.

D: Il rispetto delle regole è anche l’appello che ha rivolto a Fabrizio Corona nel processo a suo carico. «Mi aiuti a uscire, è Natale», le ha detto in aula.
R:
E io gli ho risposto che se vuole uscire, deve imparare dagli errori che ha commesso in passato. A ogni udienza ne spara una delle sue. Quasi sempre ai limiti dell’oltraggio ai magistrati in udienza. Dovrebbe mantenere un profilo più basso e rispettare le regole se vuole davvero uscire dal carcere. Ho saputo che ha assunto una società di marketing che sta curando la sua immagine durante il processo, e che dopo ogni udienza veicola determinate notizie a giornali e media. Non credo sia cambiato da questo punto di vista.

D: Va mai a parlare agli studenti?
R:
Sì. Ricordo una lezione che ho tenuto a Buccinasco qualche anno fa, un altro comune in provincia di Milano coinvolto nell’operazione Crimine Infinito per i legami con la mafia di Platì, paese calabrese. Un ragazzino è venuto da me alla fine dell’incontro e mi ha detto: «Lo sa che lei ha arrestato mio zio?».

D: Era una minaccia?
R: No, era una scuola media. Il tono era genuino e innocente, quello di un ragazzino di 11 o 12 anni. Però mi sono intenerita, lo ammetto.

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