21 Dicembre Dic 2017 1730 21 dicembre 2017

Masterchef, Antonia Klugmann: «Ragazze, più lavoro e meno tacchi»

Ha preso il posto di Carlo Cracco ed è diventata la nuova giudice. Ma soprattutto è pronta al debutto nel cooking show di Sky.

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Antonia Klugmann Nuovo Giudice Masterchef Italia 7

A casa, in cucina, c'è quasi sempre una donna. Persino i migliori chef stellati hanno imparato i primi trucchi dalla mamma o dalla nonna. Eppure il mondo della ristorazione vive come dentro uno specchio che distorce le immagini che riflette, un effetto amplificato ulteriormente dalla televisione. Si è dovuti arrivare alla settima edizione di Masterchef, in onda su SkyUno a partire da giovedì 21 dicembre 2017, per avere una giudice donna. Antonia Klugmann ha 38 anni, è la più giovane del gruppo, è stata chiamata per sostituire Carlo Cracco. Ha un sorriso solare e il volto pulito di chi si è costruita col duro lavoro, in una campagna che ha imparato a conoscere alla perfezione e che non vuole lasciare, che è arrivata al massimo successo della sua professione gestendo un ristorante da 15 coperti e 7 dipendenti a Vencò, frazione di Dolegna del Collio, in provincia di Gorizia, sul confine tra Italia e Slovenia. L'Argine, il suo ristorante, ha ricevuto la sua stella Michelin pochi mesi dopo aver aperto, sancendo il talento di una predestinata che si è costruita con lo studio e il duro lavoro, mettendo l'ingrediente prima di tutto. Questo Antonia Klugmann ha cercato di portare a Masterchef. Questo e la questione femminile dentro le cucine, nelle brigate, persino nella rappresentazione del mestiere attraverso i media. Perché se è vero, come ha ricordato il direttore delle produzioni originali di Sky Nils Hartmann, che l'Italia ha il primato mondiale di chef stellate (45), allora era davvero necessario che a Masterchef arrivasse un giudice donna.

DOMANDA: Che effetto le ha fatto?
RISPOSTA:
Le donne molto spesso sono messe in minoranza nelle cucine, in generale, quindi non è stato strano. In realtà non ho mai pensato a me come donna, ma come persona. Il dubbio era riuscire a far passare quello che io sono attraverso la telecamera e un lavoro che non è il mio.

D: Ha accettato subito quando gliel'hanno proposto?
R:
Ne ho parlato tanto col mio compagno: siamo titolari di una piccola azienda e dovevamo capire come gestire la questione. Poi ho fatto dei provini, sempre con la convinzione di non essere all'altezza, come secondo me deve sempre essere nella vita. Ma alla fine è andato tutto bene.

D: Il mondo della ristorazione è un mondo maschilista?
R:
L'ho detto più e più volte: da almeno cinque anni discutiamo di quale sia la questione femminile nel nostro ambiente. A casa, soprattutto in Italia, la cucina rimane in mano alle donne che se ne occupano quotidianamente. A livello professionale l'immagine è distorta e anche la presenza delle donne sui grandi palchi è di portata molto inferiore.

D: La gavetta è più complicata?
R:
Anche nelle grandi cucine, quelle con le brigate più professionali e dove bisogna andare per farsi un curriculum, le percentuali di cuoche sono molto basse. Credo sia un problema in particolare dell'Italia ma anche mondiale. Ha a che fare con la libertà di decidere cosa si vuole fare della propria vita.

D: Per esempio, ancora oggi, per molte non è facile essere madri in carriera. Lei un figlio lo vorrebbe?
R:
È una cosa a cui tengo molto, ma come per tutte le imprenditrici, anche per me si tratta di una cosa a cui bisogna arrivare. Bisogna potersi permettere di avere un figlio, avere una struttura abbastanza solida per concedersi qualche assenza e di controllare il nostro tempo. Uno dei grossi problemi delle donne è che il tempo non è mai abbastanza, nemmeno per me che non ho figli. Servirebbero giornate di 60 ore.

D: Lei lavora da anni con suo marito. Come è?
R:
È una lotta continua perché siamo tanto diversi, ma anche una scoperta continua. Mi sento compensata nelle mie mancanze e supportata fin dal primo giorno.

D: E coi suoi colleghi giudici maschi come si è trovata?
R:
Non ho affrontato il gruppo in maniera diretta. Sono entrata di traverso. Joe è stato il più difficile da conquistare, concede a fatica l'intimità, è stato un grande scoperta.

D: L'inserimento com'è stato?
R:
Noi donne abbiamo diverse vie per entrare in un gruppo prettamente maschile. Io sono fortunata perché faccio un lavoro che mi consente un rapporto alla pari. Quando si punta sulla competitività, il genere non conta. In più non sono una femme fatale, non ho mai puntato sull'aspetto estetico. Credo che i ragazzi abbiano colto il fatto che non ho mai cercato di sedurli in maniere anomale, ma ho sempre pensato di farlo con le mie qualità.

D: E coi concorrenti che rapporto si è sviluppato?
R:
Ho trovato della passione autentica in loro, entusiasmo spontaneo per gli ingredienti, la grande ricchezza del nostro Paese. Pensavo di trovare solo esibizionismo.

D: Tante persone vengono a Masterchef per rincorrere un sogno. Alcuni studiano, altri hanno un lavoro che lasciano prendendo l'aspettativa. Lei ha fatto delle rinunce, lasciato l'università per rincorrere il suo sogno, ha vinto anche un concorso televisivo, ha lavorato tanto e l'ha realizzato. Cosa dice ai concorrenti?
R:
È vero, si sacrifica moltissimo della nostra vita per il mestiere. E, forse, è compito nostro trasmetterlo al grande pubblico. La cucina non è uno spettacolo: forse lo 0,05% dei cuochi arriva in televisione.

D: Che giudice è stata?
R:
Ogni tanto mi è venuto fuori l'istinto materno, ma, per me, cucinare è prima di tutto lavoro. Quindi cerco di essere meritocratica e trovo un rapporto empatico con quelli che se lo meritano.

D: Nessuna differenza di trattamento tra uomini e donne?
R:
Nella mia cucina tendenzialmente sono equa, ma forse un po' più severa con le donne. Conosco l'ambiente in cui lavoro e sento molto la responsabilità di aiutarle e strutturarle per il loro futuro.

D: E dentro Masterchef?
R:
Sono stata al gioco, sono stata equa. Però questa cosa che alcune donne si preoccupassero più di come sarebbero apparse in tv, concentrandosi molto sull'estetica e lavorando coi tacchi, mi ha un po' turbato. Io non riuscirei mai a stare in cucina coi tacchi. Le ho stimolate a pensare di più al lavoro e meno alle apparenze.

D: Quando ha deciso che avrebbe fatto la chef?
R:
All'improvviso, mentre facevo l'università, dopo qualche corso di cucina. Ho provato e mia mamma mi diceva sempre: «Male che vada troverai lavoro in una mensa, perché ci sarà sempre bisogno di dare da mangiare alle persone». Questa concretezza mi ha aiutato molto nel mio percorso.

D: Qual è il suo ingrediente preferito?
R:
Mi piace tutto. A seconda dei periodi, sono presa meglio dalla questione vegetale o dalla carne o dal pesce. Mi piace manipolare praticamente tutto.

D: Manipolare o mangiare?
R:
Manipolare. Ho una dieta molto sana, da anni cerco di non mangiare cose che mi potrebbero fare male. Sono attenta alla qualità del cibo.

D: Cosa ha portato della sua cucina dentro Masterchef?
R:
Spero che sia passato il fatto che sono una persona estremamente sincera quando parlo di cucina, è un ambito in cui per me non esiste menzogna. Tutto ciò che noi siamo viene fuori quando tocchiamo un ingrediente.

D: Che cosa si porta a casa da Masterchef?
R:
Intanto i tacchi. Nelle prime puntate è stata un'esperienza mortale, non credevo di riuscirci ma l'altezza di Tonino (Cannavacciulo, ndr) me l'ha imposto. Ho scoperto un modo di pensare al mio corpo che non avevo mai interpretato solo sulla base di un'immagine.

D: In che senso?
R:
Immaginate una donna che sta in divisa 12 ore al giorno e di colpo viene scaraventata in uno studio televisivo con le telecamere e si vede riflessa in un'immagine. Sono contenta perché sono dimagrita quasi tre taglie dall'inizio delle riprese.

D: Nuovi progetti fuori dalla cucina?
R:
Una cosa che mi è sempre stata detta è di essere una persona molto coerente. Gli ultimi 12 anni della mia vita li ho passati come imprenditore. Siamo una piccola realtà di provincia, 15 coperti e sette dipendenti. Di questa occasione ho colto l'opportunità per uscire dalla mia piccola regione ed entrare in contatto con persone che hanno vie diverse della ristorazione, crescendo professionalmente. Il mio desiderio è quello di rimanere nel Collio, proprietaria di un ristorante da 15 coperti, al massimo 20, e lavorare il più possibile per migliorare quello che sto facendo.

D: Il suo predecessore, Carlo Cracco, ha appena perso una stella. Cosa ne pensa?
R:
Perdere una stella, chiudere o aprire ristoranti, tutto è molto difficile nel nostro ambiente. C'è tanta competizione e tanta fatica, oltre che tanto rischio. Sono molto rispettosa del lavoro altrui e di chi dà lavoro, e molto rispettosa di quello che ha fatto Carlo nel corso degli anni, facendo crescere moltissimo la sua azienda. Le guide sono importanti ma i clienti sono i nostri primi giudici. Io penso sempre a loro, riparto ogni giorno come se fosse il primo, mi sento sempre in gioco.

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