15 Dicembre Dic 2017 1945 15 dicembre 2017

C'è posta per te, Barbara Cappi: «Vi racconto perché amo la tv popolare»

La scrittrice e autrice, penna storica dell’intrattenimento, si racconta a LetteraDonna: «Imparo grandissime lezioni di umanità con le storie di tutti i giorni». «Le molestie? Ogni donna fa un patto con se stessa».

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Barbara Cappi

Guardando la televisione, in molti si chiedono cosa ci sia dietro, se le storie e le persone che la animano siano autentici o frutto della fantasia degli autori. Per avere una risposta chiara su questo basta farsi una chiacchierata con Barbara Cappi, scrittrice e autrice televisiva, penna storica dell’intrattenimento popolare che ha attinto a piene mani dalle storie di C’è Posta per Te, il programma di Maria De Filippi per cui lavora, per scrivere il suo secondo libro, Le lettere di Anna (Rizzoli, 296 pp.). La protagonista si muove tra le quinte della trasmissione, grazie alla quale ha ritrovato Gioia, la figlia dal nome provvidenziale, e «una palazzina squallida popolata da una vicina accogliente e una matta ficcanaso che si finge portinaia». Un romanzo dal quale traspare in tutta la sua intricata semplicità il mondo reale e dove si sente forte il profumo di umanità. La Cappi maneggia con destrezza questi temi vista la sua vastissima esperienza nella tivù generalista, sin da quando ha iniziato «con programmi in cui si stava con le persone, come a Stranamore, che era il mio mondo perché sono una romantica e amo tantissimo ascoltare le persone comuni». Da quella esperienza e da tutte le successive ha costruito un archivio di personalità, sensazioni ed emozioni che ha trasferito nelle pagine del suo libro, consegnandolo a dei lettori.

DOMANDA: Come descriverebbe la protagonista del libro?
RISPOSTA:
Solitamente mi piace dire che dentro a questo personaggio c’è un po’ di chiunque. È una donna assolutamente normale, ma nella normalità a volte si vivono esperienze forti che la vita di porta ad affrontare, e che ti possono rendere eccezionale. Anna è esattamente questo.

D: Che legame c’è tra questo libro e La lettera che non ti ho mai scritto?
R:
É importante dire che se uno non ha letto il primo non si perde nulla nel secondo perché nelle Lettere di Anna si ripercorrono le tappe fondamentali, senza far mancare al lettore nessun tassello. La grande differenza è che questo è un romanzo di pura fantasia, mentre nel primo c’era uno scambio costante in una struttura complicata da scrivere – ma non da leggere – tra finzione e realtà, rappresentata dalle citazioni delle lettere andate in onda a C’è Posta per Te, citando i veri protagonisti.

D: Perché ha deciso che il personaggio principale doveva lavorare dietro le quinte, essere una sarta del programma?
R:
Perché nonostante faccia questo lavoro da quando ho 18 anni, io subisco ancora oggi il fascino del buio dietro le quinte, della grande professionalità che si muove là dietro. Tutti quelli coinvolti sono come invisibili al pubblico, e mi piace accendere la luce su di loro. Entro nei vari reparti, anche tramite Anna e, secondo me, soddisfo anche la curiosità di chi non sa cosa succede lì dietro, dove c’è un’organizzazione come per la brigata di una grande cucina.

D: Quante delle storie, delle emozioni e delle personalità che ha incontrato in questi anni a C'è Posta per te ci sono in Anna?
R:
In realtà lei è una donna che ha un buco di 30 anni a livello emotivo, avendo rinunciato a sua figlia e negandosi poi ogni sorta di gioia e di pace, come se dovesse espiare costantemente i suoi errori. Storie così, dove i genitori abbandonano i propri figli per motivi vari, mi hanno sempre affascinato, perché credo che sia la cosa che più riporti a un discorso sociale contemporaneo e molto attuale.

D: A cosa si riferisce?
R:
Alla condizione di noi donne che spesso lasciamo i nostri figlia a delle tate, a volte straniere, che sono talvolta costrette ad abbandonare nei loro Paesi d’origine i propri di figli, ai quali mandano i soldi che guadagnano. Penso ad esempio alla cultura filippina. Queste donne si perdono la meraviglia di crescere la propria creatura, per allevare i figli di altre. Questa cosa mi affascina moltissimo e mi strugge allo stesso tempo.

D: Dicevamo, anche ad Anna è successo questo.
R:
Sì, quando sei forzato ad abbandonare un figlio come ha fatto lei, credo sia una cosa straziante. Diventa nonna senza aver vissuto l’essere mamma, quindi un doppio salto carpiato. Nonostante abbia delle motivazioni, è lei la prima che non riesce a perdonarsi, e trovo in questo una grandissima onestà.

D: In che senso?
R:
Se nella vita prendi dei bivi sbagliati, quando poi ti casca tutto il tuo piccolo castello non c’è più niente da fare, ma mi piacciono le persone che si prendono le responsabilità e dicono: 'ho sbagliato, pago pegno'. Come fa Anna che paga con la solitudine forzata e con la chiusura ermetica in sé stessa.

D: C’è Posta per Te racconta le storie e le persone comuni, se dovessimo spulciare nell'archivio, che Italia ne uscirebbe?
R:
Un Paese fortemente radicato sul concetto di famiglia come pochi altri al mondo. Siamo tra i pochi a rispettare la prima regola del 'proteggi e vivi per i tuoi cari' e se ci litighiamo poi ci vengono i sensi di colpa. Direi un’Italia melodrammatica come le opere di Puccini e di Verdi. Anche per l’amore è così e viviamo ancora un concetto molto romantico dell’uso dei sentimenti. Ma ribadisco che la famiglia viene veramente prima di tutto e cerco di raccontarlo anche nel mio romanzo.

D: In che modo?
R:
Ognuno dei personaggi della storia ha un problema famigliare. La truccatrice, ad esempio, completamente opposta ad Anna, perché è una donna eccentrica e vestita di leopardato che vive nella paura dell’invecchiamento e nella ricerca dell’amore. Una pazza scatenata che inciampa nella vita di Ross e che Anna aiuta moltissimo. Poi c’è Francesco, parrucchiere innamoratissimo del suo compagno, che vuole sposare ma ha una famiglia contraria, o l’assistente di Anna, una ragazza giovane con un talento pazzesco. Insomma un vero e proprio piccolo mondo.

D: Tornando al programma, tra le persone che scrivono, sono più caparbie le donne o gli uomini nel voler risolvere un problema con un proprio caro?
R:
Le donne sono coraggiose, generose, sono portatrici di tanto sentimento, anche per un fatto culturale ed educativo. Gli uomini però a me fanno più effetto. Quando scrivono una lettera ai figli, alla madre o al fratello, li trovo più affascinanti perché sono più rari. La donna è materna anche quando non mette al mondo dei figli, l’uomo invece ne ha vergogna, anche perché l’emotività nelle famiglie è concessa alla componente femminile e se piangono i maschi vengono visti come dei mollacciosi.

D: Parliamo del suo lavoro, cosa le piace della tv popolare?
R:
Io voglio fare solo quella. Per quanto venga da una famiglia piuttosto intellettuale, amo moltissimo il popolo, mi sento del popolo, perché ho cominciato senza alcun sostegno alle spalle e ho sempre avuto la vocazione di raccontare storie.

D: Cosa la colpisce solitamente?
R:
Trovo un coraggio eroico nello sbarcare il lunario. Imparo grandissime lezioni di umanità che non avrei avuto altrimenti e che non mi avrebbero permesso di diventare una professionista della tivù popolare. Non sono come certi scrittori che scrivono della gente comune ma non salgono su un tram, non conoscono l’odore che c’è dentro, o la fatica di arrivare a fine mese. Preferisco stare a chiacchierare con la portinaia piuttosto che con il mio amico con tre lauree. Io sto in compagnia delle persone calde, che tirano il sospiro ma che ce la fanno sempre.

D: E cosa le ha portato a questo?
R:
Mia madre mi portava a vedere Carmelo Bene e Gaber o alle manifestazioni, in un mondo insomma dove c’era l’intellighenzia. Sono cose che non rinnego, che amo moltissimo e mi rendono ricca ma interiormente ci sono delle persone che sono stati i miei 'altri genitori' e ai quali devo tantissimo, come la portinaia del palazzo in via Porpora a Milano, dove vivevo, il tassista padre della mia migliore amica che mi raccontava le storie di vita sul suo taxi e mi dava da mangiare come fossi sua figlia. Ma anche la mia maestra delle elementari, che mi faceva stare in sua compagnia perché i miei erano separati.

D: Tornando alla tivù popolare, come si spiega il successo ancora così forte di programmi generalisti come Tu sì que vales o il Grande Fratello Vip, nonostante la frammentazione molto forte della tv di oggi?
R:
Perché l’Italia è fatta di province, di paesi piccoli. Non c’è un metro quadrato che non viva dinamiche lontane dalle grandi città. Siamo ancora una forza rurale, contadina, e comunque di provincia, dove i fatti degli altri ci interessano, dove ci si conosce tutti. E in questo c’è un parallelismo con la tivù.

D: Ovvero?
R:
Se ci pensate la piazza del paese in cui si esibiscono le persone nelle serate è come il palco di un talent show, oppure la messa della domenica è come C’è Posta, che in fondo è una messa pagana, dove si raccontano i propri peccati e si aspetta l’assoluzione. Il Grande Fratello, invece, è il guardare dalla finestra quello che fa la tua vicina per poi commentarla. Siamo una nazione che si fa compagnia con i fatti degli altri e che si tira su il morale con i dolori altrui, pensando che in fondo sono peggiori dei nostri.

D: E tutto questo è destinato a durare?
R:
È un tipo di televisione che non muore perché il pubblico è lo stesso di sempre, e credo andrà avanti per un bel po’, perché per avere il contrario l’Italia dovrebbe spegnersi per poi rinascere.

D: Ultimamente le donne sono al centro di dibattito sulle molestie nel mondo dello spettacolo, ma a suo parere oggi possono ritenersi soddisfatte per come sono rappresentate nei mezzi di comunicazione?
R:
Dipende dal contesto. Oggi si aprono polemiche su comportamenti di cui nessuno però si stupisce. Purtroppo credo che il potere venga utilizzato in questo modo dai tempi di Adamo ed Eva. Per quanto riguarda il piccolo schermo, è la donna che ci va che decide come proporsi, facendo un patto con sé stessa e decidendo di dare quello che vuole. Io non ho mai un giudizio su come si vestono e come si comportano. Devi essere cosciente che è una tua scelta e la porti avanti a testa alta.

D: E sul tema degli abusi invece?
R:
Se c’è poca educazione nel dire di no, chi abusa di te, anche solo psicologicamente trova un terreno fertile. Ci sono donne coscienti di giocare con il proprio corpo e con la malizia, e io dico, perché non farlo? Non mi piace, invece, quando sono costrette e non hanno gli strumenti per dire di no. Lì mi viene la pelle d’oca e penso a mia figlia di 17 anni, alla quale dico sempre che deve sapere la responsabilità che si assume con ogni sua scelta. Non la giudicherò mai, ma devo darle gli strumenti per non contraddirsi e non farsi generare sensi di colpa.

D: A lei è mai capitato?
R:
Certo. Io non sono mai stata una donna bella, sono sempre stata una simpatica, ma anche nel mio piccolo ho ricevuto avances di ogni genere. È una costante, sì sa. Le avances però possono compiacerti, ma devi essere tu capace di uscire con simpatia da una situazione imbarazzante. Questo però accade ovunque, nel mondo dello spettacolo come in una banca o in uno studio di avvocati. Se sei una bella infermiera ci sarà sempre qualche superiore che farà un apprezzamento, starà però a te dare il limite e trovare il sistema di prendere le redini in mano e di non subire.

D: E chi invece cede a queste avances?
R:
Non penso che chi cede al ricatto sia una furba e lo faccia solo per arrivare. Prima credo ci sia della debolezza, e il non sapere come gestire questi attacchi esterni. Io non guardo mai con invidia chi sale, penso che ognuno abbia la sua storia e se una è arrivata più su di me tanto di cappello. Se ha utilizzato altri strumenti rispetto ai miei, amen. L’importante è che lei si guardi allo specchio con serenità. E se quel posto non se lo meritava non ci si specchia volentieri, lo posso assicurare.

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