12 Dicembre Dic 2017 1527 12 dicembre 2017

Tiziana Russo: «Vi racconto chi era mia sorella Marta»

A 20 anni dall’omicidio prende la parola e ne regala un’immagine inedita. Ferma i ricordi più autentici, soffocati da anni di processi mediatici e le resituisce umanità, con un libro. L'intervista.

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Marta Russo

Alla Sapienza ho trascorso il mio primo anno di Università. Ci sono arrivata nell’ottobre 1997, pochi mesi dopo la morte di Marta Russo, la studentessa raggiunta da un colpo di pistola sparato da una delle finestre dell’Istituto di Filosofia del Diritto, mentre io e le mie amiche preparavamo la maturità. Ricordo i pelouches, i bigliettini, i cuori appesi e il viso di Marta, una che ci somigliava; i capelli lunghi sciolti sulle spalle e il choker nero al collo come Brenda di Beverly Hills 90210, una di quelle cose che negli Anni '90 se non le avevi eri out. Leggendo il libro di Tiziana Russo, autrice di Marta Russo, mia sorella, la cui presentazione è prevista per venerdi 15 dicembre proprio nell’Università dove tutto è iniziato quel 9 maggio 1997, ho scoperto tante cose al di là della foto più famosa di Marta, gli occhi azzurri, ad esempio, che non avevo notato mai. Di Marta, in fondo, si è parlato sempre poco perché è diventata «il caso», al di là della persona che è stata. Nelle 130 pagine del suo libro Tiziana restituisce un’immagine autentica della sorella, soffermandosi sul loro rapporto e sulla necessità di fissare i ricordi per non perderla un’altra volta. Si riaprono i cassetti della memoria, soffocati dai processi, dai vaneggiamenti dei salotti tv, dall’invadenza dei giornalisti, «formiche che si avventano sui resti di un pic nic e invadono l’intimità». Con Tiziana faccio subito un patto, non deve rispondere a tutto se pensa che qualche domanda possa essere indelicata. Le ho preparate a lungo, soppesando ogni parola, ma so che ognuna potrebbe essere una lama. «Non me l’aveva detto mai nessuno», mi risponde. Il tu è naturale, vuol dire mettersi un po’ più comode davanti a una morte senza perché e a un libro semplice eppure capace di una forza devastante, la rabbia, il dolore, l’amore lasciati liberi di andare, finalmente, dopo vent’anni di silenzio.

DOMANDA: Il libro è una lunga conversazione con Marta: le racconti tutto quello che è successo, però lo racconti anche a te stessa, un flusso di emozioni finalmente liberato.
RISPOSTA: Non è stato facile, ho provato molte volte a scrivere e molte volte ho lasciato perdere, era sempre troppo doloroso. Però alla fine è stata una terapia, quando l’ho consegnato ho incontrato un’amica che mi ha chiesto se avessi fatto la pulizia del viso e io le ho risposto: «No, dell’anima». Questo, inoltre, era anche l’unico modo per riprendermi Marta, per recuperare un rapporto privato con lei.

D: In che senso?
R:
Era diventata «Il caso Marta Russo», «la ragazza uccisa all’Università», non era più mia sorella. Volevo restituirle la sua umanità, quella che ha perduto in 20 anni sotto i rilfettori, tra processi, ipotesi complottistiche, trasmissioni televisive urlate, dove innocentisti e colpevolisti l’hanno trattata nel peggior modo possibile. Nel libro al centro di tutto c’è la sua vita, la nostra. E poi avevo bisogno anche di recuperare la mia identià, con l’omicidio di Marta ho perso anche quella.

D: Perché?
R:
Venivo sempre associata a lei, non sapevo più nemmeno io chi fossi, Tiziana o la sorella di Marta Russo? Tutti mi identificavano con Marta, anche i ragazzi del mio gruppo all’Università. Quando mi presentavano a qualcuno dicevano sempre cose del tipo: «Non parlarne, lei è la sorella».

D: Come hai fatto a tornare alla Sapienza, non sarebbe stato più facile finire da un’altra parte?
R:
Mi mancava poco, studiavo a casa, volevo finire dove avevo iniziato. Però non stavo bene, soffrivo di ansia e attacchi di panico, ero come sospesa, non riuscivo ad andare né avanti né indietro, tra momenti di immobilità e momenti in cui facevo di tutto per sentire forte la vita, come quando sono partita in fretta per Torino, una scelta per niente meditata.

D: Com’è andata?
R:
C’erano dei parenti di mio padre, all’inizio sembrava facile, non mi conosceva nessuno, era bello uscire di casa e non essere riconosciuta, però è stato un sollievo momentaneo. Rifiutavo quello che era successo, ma avevo anche desiderio di normalità. Poi sono tornata a Roma per affrontare il dolore e riprendermi il mio posto.

D: Quando hai capito che c’era ancora strada da fare?
R:
Grazie a mia madre, standole vicina. Dopo la morte di Marta ci siamo ritrovati tutti con un ruolo diverso, una vita da ricostruire. Io, cresciuta come sorella maggiore all’improvviso ero figlia unica, i miei genitori non avevano più due figlie ma una, però non hanno mai preteso che io sopperissi la mancanza, non mi hanno mai trattenuta, legata a loro. Sono sempre stati i primi a dirmi «Vai, vivi, fai quello che sogni, vedi il mondo». Mi hanno dato la forza di riaffrontare la vita.

D: Due rocce. Una figlia morta e un’altra da sostenere in corridoio la notte dilaniata dal panico.
R: Sono riusciti anche a trasformare la morte di Marta in un progetto, mia madre soprattutto, con la Fondazione Marta Russo Onlus, che promuove la donazione degli organi e fa campagne di sensibilizzazione nelle scuole.

D: La scelta di donare gli organi di Marta in quel momento quanto costò?
R: A dire la verità è stata la cosa più facile. L’idea che qualcun altro potesse vivere, avere la possibilità che a lei era mancata.

D: È vero che tua sorella aveva espresso questo desiderio?
R:
Ne avevamo parlato una sera a cena, dopo aver sentito in televisione di Nicholas Green, (il bambino americano ucciso nel 1994 sull’A3 Salerno-Reggio Calabria mentre era in auto con i genitori e la sorellina, in viaggio verso la Sicilia, ndr). «Se dovesse succedermi qualcosa anch’io vorrei farlo», disse. Così lo abbiamo fatto.

D: Avete anche conosciuto chi ha ricevuto gli organi. C’è un rapporto con queste persone?
R:
Sì, soprattutto con Domenica, la donna siciliana che ha il cuore di Marta. Siamo stati a trovarla, lei è venuta da noi, al mio matrimonio.

D: Tu e i tuoi genitori non avete mai avuto dubbi sulla colpevolezza di Scattone e Ferraro, però nel libro inviti chi sa a parlare, per completare il quadro. Cosa manca secondo te?
R: Chi ha portato l’arma all’Università. E poi che fine ha fatto? Gli atti parlano di un quarto uomo, questo non lo dico io, lo dicono i giudici, ma non si è mai trovato, perciò chiedo aiuto. Ormai tutto è caduto in prescrizione, non bisogna riaprire il caso perché il caso è chiuso, cinque gradi di giudizio hanno dimostrato la colpevolezza dell’assassino e del suo complice, però c’è un tassello che manca.

D: Due condanne blande che all’epoca sembrarono un compromesso, come se non ci fosse poi tanta convinzione che i due assistenti fossero i veri responsabili. Però su questa indulgenza non avete mai recriminato.
R: Non sono usciti da casa per uccidere, con l’omicidio colposo è così, però no, non credo ci sia stata la voglia da parte dei giudici di voler trovare due colpevoli a ogni costo, le prove sono prove, dalla polvere da sparo nella borsa di Ferraro alle testimonianze di chi li ha visti quella mattina davanti alla finestra…

D: Le donne sono un altro tassello importante del racconto che fai a Marta. Donne che oggi non occupano più le stesse posizioni che avevano all’epoca.
R:
Maria Chiara Lipari era figlia di un professore importante, aveva una carriera da costruire e tutto da perdere, oggi lavora in un’altra sede, la segretaria Gabriella Alletto chiese il trasferimento e fu subito accontentata. Sono state trattate in modo diverso dagli uomini, come se le loro testimonianze fossero meno autorevoli. Donne coraggiose, ma screditate.

D: Da una parte l’omertà della Sapienza di 20 anni fa, dall’altra la vicinanza di tante persone. Quanto è stata d’aiuto?
R:
Tantissimo, tutti potevano essere Marta, c’è stato un sostegno enorme da parte di molte persone, lettere, biglietti. Dopo tanto tempo tutto questo si è smorzato, ma troviamo ancora messaggi sulla sua tomba, pensieri per lei e per noi.

D: A un certo punto del libro immagini la vita che continua. Sono le 11.43 del 9 maggio, un minuto dopo lo sparo che ha colpito un’inferriata. Non se ne è accorto nessuno. Marta che si laurea, Marta che incontra suo marito, che diventa mamma, le vostre figlie che giocano insieme. Oggi cosa manca di più?
R:
La complicità che avremmo avuto da adulte, da donne, quella che va oltre i giochi dell’infanzia.

D: Cosa ti viene in mente oggi quando la pensi?
R:
Le nostre estati da bambine, in Sabina, dove mia nonna aveva un casale. Giocavamo a nascondino, ci arrampicavamo, salvavamo dai gatti gli uccellini che cadevano dagli alberi. Giornate piene di sole, il tempo dilatato di quando sei piccolo, momenti che non finiscono mai.

D: Com’era Marta di carattere?
R: Timida, ma anche molto ostinata, io prendevo la vita più alla leggera. Pensa che era diventata anche campionessa di scherma, io invece avevo abbandonato perché ero meno brava negli assalti, lei più fredda di me, decisa, caparbia.

D: Il 9 maggio Marta portava i tuoi vestiti. Eravate molto affiatate?
R
: Da piccoline sì, poi ci siamo allontanate un po’ quando io avevo 17 anni e lei 14, la vedevo ancora bambina, avevamo amicizie diverse. Poi ci siamo ritrovate. Le confidenze, i primi amori, i sogni…

D: Il tuo modo di affrontare la vita com’è cambiato?
R:
Sono più diretta, la prendo di petto, so che c’è la possibilità di rialzarsi quando si cade, anche se tutto diventa buio all’improvviso, dal fondo puoi rialzarti con il tuo vissuto e i tuoi ricordi. Un messaggio di speranza, che ho voluto dare con il libro. Marta non ha avuto la possibilità di vivere e invecchiare, io sì, quindi vivo la vita in pieno, penso che lei avrebbe fatto la stessa cosa se al suo posto ci fossi stata io.

D: C’è una frase molto bella nel libro, quando parli delle abitudini «che non si arrendono». Ce n’è ancora qualcuna che resiste?
R: Sopravvive una dimensione plurale, specie nei discorsi più personali, quelli con mia madre. Dico sempre, ancora: «Quando eravamo piccole».In questo Marta non mi ha lasciata.

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