3 Dicembre Dic 2017 1018 03 dicembre 2017

Giornata della disabilità, intervista alla nuotatrice non vedente Cecilia Camellini

È cieca fin dalla nascita. Quando aveva tre anni i suoi genitori l'hanno messa in una piscina. E da lì è arrivata alle Paralimpiadi. «Il mio è un mondo senza colori. Che però è ricco di altre cose».

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Cecilia Camellini

Cecilia non sa cosa siano i colori, ma mi basta parlarci una manciata di minuti per capire che sa più cose di tanti di noi che i colori li conosciamo a menadito. Sfumature comprese.
La vita le ha tolto fin da subito qualcosa che, senza rendercene conto, diamo incredibilmente per scontata: la vista: è nata 25 anni fa senza un canale così potente per conoscere il mondo. Ma anziché vivere una vita incompleta come i suoi cinque sensi, ha scelto di tuffarcisi, nel vero senso della parola. Ha scelto l'acqua per conoscere e capire il mondo attorno a lei, che le ha insegnato libertà, disciplina, passione.
Cecilia Camellini nuota da quando era piccolissima, e lo fa così bene che è diventata una campionessa europea e mondiale paralimpica nello stile libero e nel dorso. «Il nuoto mi ha dato tutto. Mi ha messo davanti a tante difficoltà ma mi ha dato anche la possibilità di superarle», dice a LetteraDonna. Tante le medaglie che si è aggiudicata: come il doppio oro di Londra 2012 e l'argento di Rio 2016, per citarne alcune.
Ma avete mai pensato cosa vuol dire gareggiare senza vedere? Buttarsi per la prima volta in una piscina senza sapere come è fatta? Il 3 dicembre è la Giornata mondiale delle persone con disabilità, e forse il modo migliore per trascorrerla è provare a capire un pezzettino in più come si sta nei panni degli altri. Per esempio quelli di Cecilia, una ragazza incredibilmente autoironica - «non c'è bisogno che con noi non vedenti evitate parole come arrivederci» - e con una saggezza sconvolgente per la sua età - «non vedere ti costringe a entrare in profondità con le persone sin da subito». Non a caso sta per diventare una psicologa.

DOMANDA: Cecilia, nuoti da quando avevi tre anni.
RISPOSTA:
Sì, ho cominciato molto presto perché mio fratello faceva corsi di nuoto. Così, mentre portavano lui alle lezioni, i miei genitori hanno pensato: perché non facciamo fare qualcosa anche a questa bimba che, è vero non ci vede, ma potrebbe imparare a nuotare. Nella vasca da bagno me la cavavo bene così hanno pensato di buttarmi in acqua (ride, ndr). Un'idea rivoluzionaria.

D: Come è stato?
R:
È partito tutto come un gioco: facciamola muovere, facciamola provare, così quando va al mare non si spaventa, un modo per darmi una carta in più per stare con gli altri, e da lì è cresciuto tutto. Quando mi hanno buttato nell'acqua della vasca grande ho detto: «Ma è bellissimo!».

D: E poi?
R:
Da lì è partita la mia passione per il nuoto. Ho incontrato un allenatore molto bravo quando avevo 11 anni, poi ne ho avuti altri due. Loro hanno visto qualcosa in me prima che lo vedessi io, senza giochi di parole. Mi dissero: lo sai che potresti far le gare?

D: I tuoi genitori ti hanno sempre spronata?
R:
Sì, mentre spesso i genitori hanno paura di far fare sport ai bimbi disabili. Questo è il motivo per cui ringrazio i miei e mio fratello, che mi ha dato l'esempio. Alla mia famiglia devo tanto, ci sono sempre stati: mia mamma mi ha accompagnato a tutti i sacrosanti allenamenti che ho fatto, mio papà mi gestisce il sito, mio fratello adesso fa l'istruttore per i bambini. Siamo tutti legati all'ambiente dell'acqua.

D: Quand'è che hai capito che non sarebbe più stato un hobby?
R:
Quando mi è arrivata una lettera nel 2006 dalla Nazionale che diceva: «Grazie ai risultati che stai ottenendo ti stiamo tenendo d'occhio. Se continui così l'anno prossimo entri nel nostro team».

D: Che emozione è stata?
R:
In quel momento mi è caduta un po' la mascella. Ho pensato: mi darebbero la possibilità di nuotare tanto, ottenere anche dei risultati ma soprattutto dimostrare quanto valgo e portare l'Italia nel mondo. La prima convocazione, nel 2007, l'ho vissuta così. A 15 anni mia mamma ha perso circa dieci anni di vita a farmi andare da sola ai mondiali in Brasile! Ma quell'esperienza mi ha fatto capire che avrei continuato su quella strada.

D: Quasi tutti i bambini hanno paura dell'acqua. Tu non l'hai mai avuto o l'hai superata?
R:
Pensa, avevo paura non tanto dell'acqua ma di buttarmi all'indietro, di fare le partenze a dorso. Mi ricordo che rimasi tre quarti d'ora attaccata a un muretto.

D: E poi?
R:
Quella volta non ce l'ho fatta, quella dopo mi sono fatta forza e ci sono riuscita. Ci sono cose che spaventano ma si superano.

D: La tua prima gara come è stata?
R:
Alla prima in assoluto avevo sei anni, era un 25 metri a dorso, una volta superata la paura ci ho messo tutta l'anima possibile, e sono arrivata ultima. Ho detto: «Cominciamo bene».

D: Poi però hai recuperato alla grande.
R:
In quel momento il mio istruttore mi ha dato una medaglia simbolica dicendomi: «Tu quest'anno hai imparato a nuotare, ci hai messo tutto l'impegno e il cuore che avevi. Questo che ti premierà sempre, a prescindere da da come ti qualificherai». Ancora oggi le gare le vivo così o non parto nemmeno.

D: Tu sei non vedente dalla nascita. Cosa significa vivere senza un canale così importante?
R:
Io non ho un prima e un dopo, mentre chi ha perso la vista ha un confronto con quello che è successo prima. Io su cinque sensi ne ho quattro, quattro canali con cui conoscere il mondo. E quello che gli altri vedono mi viene raccontato. Dei colori o delle forme ho delle idee che mi vengono trasmesse, ma non so che cosa sono il rosso o il verde.

D: Tu sei abituata a non conoscerli, ma deve essere ancora più dura per chi perde la vista.
R:
Sì, loro hanno una doppia forza di adattamento perché devono passare da una situazione a un'altra, quindi c'è una fase di accettazione ed elaborazione molto difficile. Poi dipende sempre dai casi: se faccio lo scrittore e divento non vedente, continuo a scrivere, se faccio il grafico è un po' diverso.

D: Quanto è difficile tutto questo?
R:
La difficoltà più grande è vivere in un mondo in cui il 70% di informazioni che arrivano all'essere umano arrivano tramite la vista. Spesso mi dicono «ma come fai?», perché se a qualcuno capita all'improvviso si sente mancare una bella fetta di mondo. Mentre noi non vedenti che ci siamo nati troviamo modo di percepire le cose del mondo attraverso altre vie. Io le ho sviluppate da subito.

D: Prendiamo ad esempio una mela.
R:
Ok: magari non so se quella mela è verde ma ha il profumo, il gusto e la superficie della mela.
Certo, mi perdo il colore, ma se mi focalizzo su quello che perdo poi non posso concentrarmi su quello che c'è.

D: Le persone generalmente come si rapportano con te?
R:
Parlarne e cercare di capirsi è un bello scambio. Altrimenti, se ognuno si chiude, il mondo si impoverisce. Ma non è sempre facile.

D: Cosa noi vedenti facciamo più fatica a capire?
R:
Mi dicono spesso «Ma quindi tu non vedi niente? Vedi buio?» No, io non vedo il buio, non so cos'è il buio! È come se io ti chiedessi: Con i piedi cosa vedi? Niente, no?

D: Esempio efficace. Credo di aver colto.
R:
Ecco, i miei occhi non vedono proprio. Tentare di spiegare questa cosa è difficile. Luce e buio sono concetti per chi vede. Ma il mio non è un mondo buio, oscuro e triste senza colori, è un mondo senza. Che però ha altre cose.

D: Un esempio?
R:
Mi chiedono: ma come fai a capire che è una bella giornata? Beh, c'è l'odore dell'aria fresca, c'è il sole sulla pelle.

D: Una domanda difficile: che cos'è la diversità? E tu ti ci senti, diversa?
R:
Effettivamente da psicologa faccio un po' fatica a dirti cosa è normale e cosa no, perché la normalità è quella specie di fascia in cui ricade la maggior parte delle persone. Ed essere ai margini è interessante. Io mi annoio quando mi dicono di fare le cose normali (ride, ndr) secondo me l'arricchimento sta proprio nel confronto con chi vive le cose in modo un po' diverso da te. Chiamarla diversità però non mi piace tanto, perché alla fine siamo tutti diversi. Ma non saprei bene come definirla.

D: Luoghi comuni da sfatare sulle persone non vedenti?
R:
La cosa che mi fa più sorridere è quando le persone provano a non usare con me i verbi legati alla vista: «Ma quindi hai visto la tv, ops, scusa hai ascoltato...?». Apprezzo lo sforzo, ma preferisco chi ha un approccio sereno. E un po' di autoironia a volte non fa male. Anche «Arrivederci», «lo conosco di vista» sono tutte espressioni che si possono dire!

D: Insomma, meglio essere naturali che goffi e imbarazzati?
R:
Sì, lo preferisco. Anche perché il cieco è cieco, non è che lo offendi se gli dici che è cieco, non ci vede.

D: Invece: si dice cieco o non vedente?
R:
Per me sono abbastanza sinonimi. Magari se qualcuno ha paura di dire la parola 'cieco' perché gli sembra troppo diretta, può usare non vedente. Però ripeto, il cieco è cieco. Credo che sia il tentativo di ingentilire qualcosa di cui hanno paura le persone che vedono più che altro. Io sono per i termini pratici.

D: Per te sembra tutto straordinariamente naturale. Le difficoltà però ci sono state?
R:
Un po' ne ho avute, soprattutto durante l'adolescenza: le coetanee si truccano, vanno in discoteca, salutano i ragazzi, pensano ai vestiti... Però ho sempre incontrato anche persone che a queste cose badavano meno ed erano un po' più profonde. Se non altro il non vedere ti costringe ad entrare in profondità con le persone sin da subito, e io l'ho considerato un regalo. Anche se un po' difficile da gestire.

D: Come mai hai scelto Psicologia?
R:
Mi ha sempre interessato capire cosa c'è all'interno della mente umana. Avrei voluto fare il medico, ma pensa a un chirurgo non vedente, a un certo punto il paziente scappa e finge di sentirsi bene! A parte gli scherzi, mi piacerebbe mettere a disposizione la mia capacità di ascoltare e l'interesse per le persone per farne il mio lavoro. Dato che mente e corpo sono collegati, Psicologia mi è sembrata una buona strada. Poi si può unire anche allo sport, quindi sarebbe perfetto.

D: Hai detto che lo sport ti ha insegnato tantissimo, soprattutto la libertà.
R:
Sì, è un concetto molto ampio. La libertà di muovermi ma anche di conoscermi perché in acqua il corpo fa movimenti nuovi. Poi quella di condividere una passione con altre persone e imparare a conoscere le proprie emozioni: la paura, l'ansia, la gioia, la tristezza, quindi prendi confidenza con tutta te stessa. Anche come donna mi ha fatto conoscere meglio il mio corpo: anche gestire le problematiche che hanno le donne ogni mese (ride, ndr). Impari a conoscerti in tutto.

D: Da grande invece come ti vedi? A questo punto posso chiedertelo...
R:
(Ride, ndr) Psicologa di sicuro, possibilmente Psicoterapeuta. Dopo l'esame di Stato ci penserò. Ma non smetterò mai di nuotare.

D: Navigando sul web ho trovato questa frase attribuita a te: «A volte sono triste, ma poi penso ai ragazzi meno fortunati di me, quelli che mi prendono in giro. A loro è andata peggio. Sono nati senza cuore».
R:
Guarda, questa è una frase che non ho mai detto! Non so come mai gira da anni su Internet. Il concetto è vero: chi prende in giro gli altri vuol dire che dentro se stesso non ha guardato bene. Però non è mia. Posso essere d'accordo sul senso comunque. Molto spesso chi attacca è la persona che ha più bisogno. Mi hanno dato anche lo spunto per approfondire.

D: Oggi è la Giornata mondiale per le persone disabili: cosa vorresti dire alle persone che a differenza tua magari si sentono schiacciate dalla propria disabilità?
R:
So che a volte manca un senso, ma quello che conta è sempre guardare ciò che c'è e non andare alla ricerca di cosa che manca. Oggi siamo molto improntati al “mi manca questo, mi manca quello, quindi non valgo niente”. Sembra banale, ma quello che abbiamo non va mai perso di vista. Se metti in gioco quello che hai trovi anche energie che non pensavi di avere. E un'altra cosa.

D: Dimmi.
R:
Nessuno pensi di essere solo: lo si può fare soltanto insieme. Comunicate tanto, metteteci le emozioni, sono quelle che contano in una società che vive di apparenza, di Instagram. Dobbiamo un po' riscoprire l'umanità delle persone, e quella ce l'hanno tutti, disabili e non.

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