27 Novembre Nov 2017 1350 27 novembre 2017

Chiara Danese: «Mai stata con Silvio Berlusconi: non sono 'Miss bunga bunga'»

L'ex miss Valle d'Aosta si confessa: ci ha parlato delle minacce ricevute, del paese che l'ha rinnegata, di Miss Italia e del processo Ruby Ter.

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Chiara Danese Silvio Berlusconi Bunga Bunga

Avere come ospite Silvio Berlusconi potrebbe essere un'opportunità più unica che rara per fare qualche domanda 'scomoda' sui processi pendenti, come ad esempio il Ruby Ter. Invece, Fabio Fazio ha preferito sorvolare. Nessun passaggio sulle famose 'cene di Arcore' o sul 'bunga bunga'. Forse sentiremo qualcosa a gennaio 2018 quando il procedimento dovrebbe iniziare con la prima udienza. E forse ci saranno anche Ambra Battilana e Chiara Danese, le due ragazze che si sono ritrovate a una festa molto particolare nella villa dell'ex premier e hanno deciso di denunciare. E dopo Ambra, anche Chiara ci ha voluto raccontare tutto quello che le è successo prima, durante e dopo quella serata.

UN BIGLIETTO DI SOLA ANDATA

È scappata. Via dall’Italia. New York. È qui che vive adesso. Lasciarsi alle spalle tutto quanto, questo è l’obiettivo. E iniziare una nuova vita. Il più lontano possibile da Gravellona Toce. In questo piccolo paese di settemila abitanti tra il lago d’Orta e il Lago Maggiore, in Piemonte, Chiara Danese ci è nata e cresciuta. Ma da troppi anni ormai si sente un’estranea, quasi rinnegata dopo aver ricevuto e subito solo cattiverie. E allora basta. Anzi, mai più. Se n’è andata via. Lontana dalle minacce ricevute al telefono e via internet, lontana dalle mani addosso che gli mettevano i ragazzi in discoteca. Lontana dalle porte che le hanno chiuso in faccia quando era alla ricerca di un lavoro, ma non quello che una ragazza della sua età avrebbe potuto sognare allora, magari nel mondo della moda o della televisione. Un lavoro umile, per arrivare alla fine del mese e per potersi mantenere, come commessa in un supermercato, ad esempio, o come barista.

Niente, solo porte in faccia. Per una come lei non c’era posto. Perché ovunque andasse non era più Chiara Danese, una normale 20enne piemontese con i propri sogni e le proprie speranze. Per tutti lei era solamente Miss bunga bunga. O «quella che va a letto con Silvio Berlusconi». Oppure «la escort raccomandata», è così che la chiamano ancora oggi nel suo paese. Ed è così che fu additata dalle altre concorrenti durante le finali di Miss Italia, nel 2012. Quel concorso avrebbe potuto essere per lei un punto di svolta, un nuovo inizio. E invece no, tutt’altro. Quell’esperienza la fece star ancora più male. Eppure Chiara, con il Cavaliere, a letto non c’era mai andata. Non aveva proprio voluto starci, a quel 'gioco' che tutti conoscevano ma che nessuno aveva mai denunciato, un po’ come il Weinstein Gate. A quel meccanismo in cui, per semplificare: «Se tu dai qualcosa a me, io posso dare qualcosa a te», lei aveva detto no.

ABUSO DI POTERE: UN’ARMA A DOPPIO TAGLIO

Ma l’abuso di potere, al centro del dibattito sulle molestie sessuali che oggi vede come antagonisti principali il produttore cinematografico in America e il regista Fausto Brizzi in Italia, è un’arma a doppio taglio. Può metterti nelle condizioni di ottenere un posto nello showbiz se accetti di assecondare ogni desiderio di un tuo potenziale datore di lavoro. Ma può anche isolarti da tutto quanto privandoti di ogni opportunità, nel momento in cui decidi che non ci vuoi stare. Ad Arcore, ad esempio, funzionava proprio così. Chiara Danese, allora 18enne, si ritrovò a una festa organizzata nella villa del Cavaliere. «Vi porto a una cena con gente importante» si era limitato a dire a lei e ad Ambra Battilana quello che allora era il loro agente. Fu uno spettacolo mai visto prima. Qualcosa di talmente forte che, qualche mese dopo, convinse le due giovani a recarsi in Procura (sono state le prime a farlo) per raccontare l’accaduto. Sia Chiara Danese che Ambra Battilana sono state già riconosciute dagli inquirenti parti lese ed estranee ai fatti. E quindi potrebbero ricevere un risarcimento danni. Da allora sono passati sette anni. Chiara Danese sognava un lavoro in televisione. È una bella ragazza. Ci ha provato. Con Miss Italia, con Veline e altri casting. «Ma lei è la 'pentita del bunga bunga'». E allora no grazie, e arrivederci.

DOMANDA: Possibile che sette anni dopo i fatti di Arcore e nonostante il Giudice per l’udienza preliminare ti abbia riconosciuto estranea ai fatti, tu abbia ancora l’etichetta di 'escort'?
RISPOSTA:
Vorrei tanto che non lo sia, purtroppo è tutto vero. Ancora oggi ricevo messaggi da gente che mi chiama «amica di Berlusconi» o «Olgettina». Nel paese dove sono cresciuta, a Gravellona, mi sono trovata in una situazione molto difficile e sette anni dopo quella sera, ad Arcore, non è ancora finita. Per tutti resto una delle ragazze del bunga bunga, una poco di buono, che se le va a cercare e che si porterà per sempre dietro quell’esperienza. E così ho capito che per me, qui in Italia, non c’è più futuro. D’altra parte ho sempre sognato di andare a vivere negli Stati Uniti. Ci sto provando. Intanto imparo la lingua, e poi vediamo.

D: Spiegaci meglio. In che senso eri considerata come una ragazza poco di buono?
R:
Per tutti sono «Chiara la pentita». Ma non mi sono mai pentita di niente perché a quel gioco non ci sono mai stata. La cosa mi fa ancora male, anzi, è un’etichetta che di fatto mi ha rovinato la vita. Ho subito stalking da ignoti per mesi, anzi, per anni.

D: Che tipo di stalking?
R:
Dopo la sera di Arcore ho ricevuto lettere minatorie, messaggi privati sul cellulare. Chiamate di notte con numeri sconosciuti. Mi auguravano la morte, brutte malattie a me e alla mia famiglia. Mio padre per giunta era malato, vivevo con lui, mia madre e le mie sorelle.

D: Cosa ti scrivevano?
R:
Qualcosa del tipo: «Moglie di Berlusconi! Ti ha messo a pecora il nano, eh?». Su Internet poi mi scrivevano che qualcuno prima o poi me l’avrebbe fatta pagare e di guardarmi sempre le spalle. Erano tutti profili finti. Che poi sparivano da un giorno all’altro. Vivevo nel terrore, non uscivo di casa. Cercavo di convincermi che in fondo erano solo minacce, finché è successo per davvero.

D: Che cosa?
R:
Una sera un paio di amici mi convinsero a uscire. Andammo in un locale, un gruppetto di ragazzi, avvicinandosi, mi dissero: «Hai finito di fare i pompini al Berlusca? Se vuoi c’è il mio che è bello duro». Uno di loro mi toccò pure il sedere. Mi ribellai e la cosa sembrava fosse finita lì. A fine serata pero, mentre aspettavo che i miei amici venissero a prendermi in macchina davanti al locale, avevo i tacchi, una Mini si fermò in mezzo alla strada. Scesero gli stessi cinque ragazzi di prima e iniziarono a spingermi, a strattonarmi. Finii a terra, mi urlarono qualcosa del tipo: «Una puttana che va con i vecchi non può fare la santa».

D: Come andò a finire?
R:
Passai a fissare il lago fino all’alba, piangendo. Spensi il cellulare per la vergogna. Rimasi fuori senza avvertire nessuno. Pensai anche di finirla lì, ma per fortuna fu un pensiero che attraversò la mia mente solo quella notte.

D: La tua famiglia?
R:
Era a pezzi. Purtroppo anche loro erano finiti in mezzo ai pettegolezzi. Come ho detto, mio padre aveva problemi di salute, noi cercavamo di tenerlo tranquillo. Ricordo che io e mia madre piangevamo in bagno ogni santa volta. Ho perso anche tanti amici. Avendo vinto alcuni concorsi di bellezza, per un po’ sono stata il trofeo da portare in giro. Poi sono diventata la vergogna del paese perché per tutti ero diventata la escort di Arcore.

D: È per questo che decidesti di andare in Procura?
R:
Speravo che in questo modo il mio nome sarebbe stato ripulito da tutto. Avevo fotografi e giornalisti che mi aspettavano sotto casa. Non potevo più vivere in quel modo. E invece non cambiò niente. È ancora rimasto tutto uguale ad allora.

D: Il Gup non ha ancora riconosciuto parte lesa la Presidenza del Consiglio, che ha chiesto di potersi costituire parte civile nel processo, al contrario di te e Ambra Battilana. C’era anche lei con te quella notte ad Arcore.
R:
Ricordo tutto come se fosse ieri. Il giorno prima andai con lei negli studi di Mediaset. Emilio Fede cercava due nuove meteorine e ci invitò da lui dopo averci notato a un concorso di bellezza dove c’era anche Lele Mora. Prima incontrò nel suo ufficio il nostro agente di allora. Poi ci disse: «Perfetto ragazze, siete dentro» senza che avessimo fatto nessun provino. La sera successiva sempre il nostro agente ci portò a nostra insaputa ad Arcore: «Andiamo a una cena con gente importante». Ci ritrovammo catapultate in una serata in cui, finito di mangiare, le ragazze iniziarono a baciare Berlusconi, a farsi toccare e a ballare, nude. Chiedemmo di andare via, fu proprio Emilio Fede a riportarci indietro, dicendoci: «Così però scordatevi di fare le meteorine o di andare a Miss Italia».

D: Fu di parola. Né tu né Ambra avete mai fatto televisione.
R:
Le settimane successive partecipai a diversi provini per le selezioni di Miss Italia. Arrivai alla selezione finale ma non fui presa, mentre una ragazza presente ad Arcore proprio quella sera, che aveva baciato Berlusconi sulla bocca in più occasioni, fu scelta, e andò in finale.

D: Era il 2010. Due anni dopo ci riprovasti. Miss Italia era un tuo piccolo sogno.
R:
Certo, ed entrai in finale a Montecatini Terme con la fascia di Miss Val d’Aosta nel 2012. L’esperienza durò una ventina di giorni ma vorrei non averla mai fatta.

D: Perché?
R:
L’etichetta della 'pentita del bunga bunga' ce l’avevo ancora addosso ovviamente, per questo volevo ottenere la mia rivincita. All’inizio pensai di potercela farcela per davvero. Gli organizzatori e la patron, Patrizia Mirigliani, mi fissarono mille interviste, ero sempre in primo piano in ogni servizio televisivo e in ogni fotografia di gruppo. Fu come se mi avessero adottata quale simbolo della kermesse e a me sembrava fosse una cosa buona.

D: E invece?
R:
Ricordo solo che furono 20 giorni terribilmente stressanti. Una tortura psicologica mai provata prima. Cercai di spiegare alla Mirigliani le ragioni per cui mi ero presentata. Volevo arrivare in finale, nelle prime cinque, per avere la possibilità di raccontare la mia storia e di trasmettere un messaggio forte.

D: Quale?
R:
Che ero stata solo una vittima del bunga bunga. E che una ragazza può arrivare ovunque, senza doversi per forza prostituire. La sensazione però è che mi abbiano usato solo come strumento per dimostrare che il concorso fosse pulito e aperto a tutti.

D: In che modo?
R:
Mi alzavo prestissimo la mattina per le interviste, mentre le altre facevano comodamente colazione. Eppure non ebbi mai la possibilità di raccontare niente di me. Mi scrivevano tutto quello che dovevo dire, non potevo aggiungere una sola parola in più. Patrizia Mirigliani era sempre lì accanto a me anche se non mi parlava mai. Intanto le altre ragazze parlavano tra di loro, si domandavano perché io facessi tutte quelle interviste. E quando venne fuori che il mio nome era stato accostato al bunga bunga, smisero di rivolgermi la parola. Avrei voluto far passare il messaggio che una ragazza potesse farcela con le proprie forze. Mi ritrovai mio malgrado a essere considerata la «raccomandata del Premier».

D: Quindi ricevesti un trattamento diverso rispetto alle altre ragazze?
R
: Per niente. Facevo più interviste delle altre ma senza mai potermi difendere da tutte quelle bugie di cui parlavano i giornali. Peraltro venni a sapere successivamente che Nicole Minetti disse in un’intervista: «Chiara Danese in finale a Miss Italia? Allora che invitino anche me».

D: Come andò a finire quell’edizione?
R:
Fui eliminata subito. Nel preciso istante in cui mi ritrovai fuori dal concorso mi sentii delusa, usata, umiliata. Ebbi un malore, un attacco di panico in diretta. In quel momento volevo solo mia madre, che era lì in mezzo al pubblico, ma lo staff mi obbligò a stare seduta, ma stavo male per davvero e così mandarono la pubblicità. Mi portarono dal dottore che confermò il mio stato d’ansia. Subito dopo si presentò Patrizia Mirigliani, quando mia madre la vide arrivare esplose dalla rabbia: le disse che si doveva vergognare, perché utilizzava i sogni di giovani ragazze solo per i suoi scopi.

D: Cosa hai fatto dopo Miss Italia?
R:
Sono tornata nel mio paese. Ho trovato lavoro in un bar come cameriera ma anche stavolta non c’è stato niente da fare. La gente veniva lì per guardarmi. Poi mi contattava via social e mi scriveva le solite cose, tipo: «Fai la escort? Allora vai, vai a fare le pompe a Berlusconi». Dopo due anni e mezzo il bar cambiò gestione. E i nuovi proprietari mi dissero che per la fama che avevo non ero adatta a stare dietro a un bancone. Non se la sentivano di tenermi, erano alla loro prima esperienza lavorativa e temevano che io potessi fare al locale cattiva pubblicità. La stessa cosa è successa anche in un altro esercizio commerciale dove facevo la commessa. Dopo qualche mese mi fu detto che la mia presenza «non era gradita».

D: Cosa hai fatto dopo?
R:
Sono andata a Roma. Ho provato a lavorare lì per un po’. Ho anche conosciuto un ragazzo, con cui sono stata per un po’ di mesi. A lui mi affezionai molto ma non ho mai avuto il coraggio di raccontargli il mio passato. E così è venuto a saperlo tramite amici suoi ed è finita. Poco dopo sono tornata a Gravellona, non avevo le possibilità economiche per rimanere nella Capitale. Ma nel mio paese le cose non erano cambiate. E così ho preso un biglietto per New York. Tornerò a Milano a gennaio, per il processo.

D: Che probabilmente andrà per le lunghe. Cosa ti aspetti?
R:
Temo che ormai la gente mi consideri per quello che credono che io sia. E cioè una escort, cosa che ripeto, io non sono. Questa cosa mi ha rovinato la vita da quando ho 18 anni. Volevo solo provare a lavorare in televisione ma ho incontrato solo tante cattiverie, oltre a essere stata quasi rinnegata dal mio paese come se avessi ucciso qualcuno. Non importa quanto ci vorrà. Spero solo di ricevere quanto mi spetta, un risarcimento con cui costruirmi un futuro migliore.

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