17 Novembre Nov 2017 1050 17 novembre 2017

Molestie sessuali, Kimberly Latta: «Tutta la verità su Franco Moretti»

Intervista esclusiva alla sua ex allieva, che accusa di stupro: «Mi disse che se avessi parlato il mio nome sarebbe stato rovinato per sempre. Non potrò mai perdonarlo per quello che mi ha fatto».

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Moretti

Alle 9.32 del 5 novembre 2017, dal profilo Facebook di un utente dagli Stati Uniti appare la trascrizione di qualcosa che somiglia a una lettera. A scrivere è una donna. È bionda e ha un bel sorriso. L’immagine della sua pagina la ritrae allegra, insieme a due cani e a un ragazzo giovane. Si chiama Kimberly Latta e fa la psicoterapeuta a Pittsburgh, in Pennsylvania. «Dopo molti anni di silenzio e con il cuore pesante ma arrabbiato, ho mandato questa e-mail alle autorità competenti dell’Università di Stanford, oggi». L’oggetto della lettera recita: «Sexual Predator Franco Moretti». Che, tradotto, significa: «Il predatore sessuale Franco Moretti».
Circa 30 anni fa, tra il 1984 e il 1985, Kimberly Latta era una studentessa all’università di Berkeley, in California. E Franco Moretti, celebre critico letterario e saggista, il suo professore. Che lei, oggi, accusa di stupro e molestie.
Sotto al suo post, che raccoglie 462 like, compare qualche commento di solidarietà e complimento per il suo coraggio: attraversa l’Oceano e arriva in Italia, dove il cognome Moretti è sicuramente più noto.

Franco Moretti, fratello di Nanni, è in pensione dalla scorsa primavera. E a Kimberly Latta risponde poche ore dopo, inviando una e-mail allo Standford Politics (il magazine dell'ateneo): «Ho conosciuto Kimberly Latta a Berkeley, nel 1985. Siamo usciti a cena insieme una sera e tornando indietro, nel suo appartamento, abbiamo avuto un rapporto sessuale pienamente consenziente e ho passato la notte lì. Non l’ho violentata e sono inorridito dall’accusa. Nelle settimane successive ci siamo visti in qualche occasione, anche per sua iniziativa e siamo rimasti in buoni rapporti fino alla fine della mia permanenza a Berkeley». E ancora: «Temo che quest’accusa avrà un enorme impatto su colleghi, amici e sulla famiglia nonostante sia completamente falsa», aggiunge.
Contattata da LetteraDonna.it, Kimberly Latta spiega: «Ero molto giovane, naif ed ero molto felice all’idea di poter lavorare con lui, un professore straordinario e già, all’epoca, molto conosciuto. Ma non potrò mai perdonarlo per ciò che mi ha fatto».

After many years of silence, and with a heavy but angry heart, I sent this email to the appropriate authorities at...

Geplaatst door Kimberly Latta op zondag 5 november 2017

DOMANDA: Dottoressa Latta, ha letto la risposta del Professor Moretti? Come la commenta?
RISPOSTA: Sì. Non sta dicendo la verità.

D: Può spiegarci che cos’è accaduto esattamente con lui?
R: Avevo 25 anni, era il mio primo semestre. Di lui avevo sentito molto parlare in dipartimento. Le persone volevano lavorare con lui. Ricordo di essere andata nel suo orario di ricevimento perché ero interessata a uno studio. Cominciò con l’invitarmi a cena con alcuni colleghi.

D: Lei ci andò?
R: Non potevo credere che quest’uomo famoso e così colto mi trovasse intelligente. Insomma, ero molto ingenua. La molestia non fu veramente estrema all’inizio.

D: In che senso? Quali erano i vostri rapporti?
R: Diventammo amici e pensavo che lo facesse perché mi rispettava. Andavamo fuori a cena, avendo una relazione di questo tipo che durò per tutto il semestre. Per molto tempo mi fece pressione per essere un po’ più «fisica» con lui.

D: E poi cosa accadde esattamente?
R: Venne nel mio appartamento di Oakland. Voleva avere un rapporto. E io gli dissi che non me la sentivo: «No, non mi sento a mio agio e non credo davvero di poterlo fare». E lui disse: «Oh, voi ragazze americane quando dite 'no' intendete dire 'sì'». Continuò spingendomi contro al muro. Ero dissociata.

D: Che cosa significa «dissociata»?
R: Era come se avessi lasciato il mio corpo. Ho pensato fra me e me: «Questo non sta succedendo a me, sta succedendo a lei, a quella donna laggiù. Non sta succedendo a me». È stato estremamente difficile, ovviamente. Anche perché era impossibile uscire da quella «relazione», lui continuava a essere il mio insegnante.

D: Lei è proprio sicura si trattasse di uno stupro?
R: Lui mi ha violentato, glielo ripeto. Io dissi di «no» e lui rispose: «Voi ragazze americane dite di 'no' quando volete dire di 'sì'». Io mi trovai a vivere un’esperienza estremamente drammatica. Lui non aveva il mio consenso per fare sesso. In quell’occasione e in nessun altro caso.

D: Dopo quell’episodio che cosa successe?
R: Non so il perché ma non riesco a ricordare le ragioni per le quali andai nel suo ufficio. Mi spinse ancora contro al muro, togliendomi il maglione, alzandomi la camicetta e toccandomi il seno. Quella situazione mi metteva a disagio, mi faceva sentire un senso di malessere allo stomaco. Ero anche paralizzata, passiva. Ero confusa, disgustata, spaventata e non sapevo come dirgli: «No. Allontanati da me».

D: La situazione cambiò nel corso del semestre?
R: No, ha continuato per l’ultimo quarto di semestre. Io non riuscivo più a essere concentrata sui corsi. Lui mi disse, a un certo punto, di aver detto a tutti, nel dipartimento di inglese, che era pazzo di me. Questo mi fece sentire a disagio, per ciò che era accaduto. La situazione mi nauseava a tal punto che non sono riuscita a finire il corso: ho dovuto lasciare e andarmene. E ricevetti quello che chiamano «incomplete», che non è un fallimento, ma, di fatto, non ti viene dato il voto fino a quando non termini l’assegnazione. Che feci in un altro periodo del semestre.

D: La sua carriera universitaria ebbe ripercussioni?

R: Fu davvero doloroso: stavo diventando sempre più incapace di svolgere il mio lavoro nella scuola di specializzazione. Così andai a parlare con l'ufficiale del Titolo IX della mia università (la legge contro la discriminazione sessuale, ndr), Frances Ferguson. Rimasi sorpresa nello scoprire che era una collega di Moretti. Ho presunto che fosse sua amica.

D: Come reagì?
R: Ferguson mi disse: «Non dirmi il suo nome. Non voglio saperlo». E cercò di dissuadermi. Io insistetti ma lei mi spiegò che avrei dovuto o depositare delle accuse formali o lasciare soltanto le sue iniziali nei suoi documenti in caso qualcun altro avesse riportato la stessa cosa. Ho scelto la seconda strada, ma niente è stato fatto. Mi sentii tradita. Credo che lei avesse capito esattamente che cosa fosse successo.

D: Perché decise di non presentare accuse formali?
R: In quel momento non ero pronta. Avrebbe potuto essere orribile.

D: E con il professor Moretti provò a parlare?
R: Sì, andai da Franco e gli dissi che pensavo di aver perso la testa e il controllo, che dovevo finire l’università ma che non riuscivo ad andare avanti. E gli riferii del mio colloquio con Ferguson.

D: E lui che cosa rispose?
R: Disse che se avessi depositato le accuse lui avrebbe chiamato un’avvocata sposata con una persona del dipartimento di inglese. Mi attaccò dicendo che il mio nome sarebbe stato rovinato per sempre. E questo mi ha zittito.

D: Ricorda quanti anni aveva il professor Moretti all’epoca?
R: Non ne sono certa, ma credo fosse sui 30 anni. Mi aveva detto che era sposato.

D: Pensa che facesse lo stesso anche con altri studenti?
R: Questo non lo so, non posso rispondere. Ma vorrei dire ciò che ho sentito da altre persone quando ho raccontato loro questa storia. Mi è stato riferito di aver sentito di altre accuse di molestie da parte di ragazze in altre università. Non so se lo sa, ma un’altra donna, di nome Jane Penner, ha detto di essere stata molestata da Franco negli Anni ’90 mentre seguiva un corso con lui. Penso che io e Jane non siamo le uniche.

D: Dell’accaduto parlò subito con qualcuno?
R: Lo dissi a due miei amici che frequentavano il corso con lui: Katherine Dodd, da dieci anni una docente di inglese all’Università di Miami, e a Michael Harawood, che ora insegna alla Jupiter, un'università in Florida. Entrambi conoscono bene la mia angoscia. Penso che nessuno di noi sapesse veramente che cosa fare. Eravamo tutti molto impotenti.

D: C’è qualcuno, oggi, in grado di testimoniare che quello che lei dice è vero?
R: Sì. Molte, molte persone potrebbero testimoniarlo e avrebbero testimoniato.

D: Come ha superato la cosa? L’ha aiutata la psicoterapia?
R: Sì, ho fatto della psicoterapia e ho parlato dell’accaduto, della paura. Ho avuto disturbi post traumatici da stress come conseguenza. Pensavo di essermi lasciata tutto alle spalle, ma devo dire che adesso che ne sto parlando, 30 anni dopo, provo ancora emozioni legate a quella vicenda. Ferisce molto tutto questo. E ci vuole molto tempo per recuperare e per sentirsi meglio.

D: Lei sapeva, all’epoca dei fatti, che si trattava del fratello di uno dei più celebri registi italiani?
R: No, non lo sapevo. Avevo solo 25 anni e non conoscevo quell’uomo. L’ho saputo tempo dopo.

D: Perché ha deciso di parlarne adesso? L’ha fatto anche per la questione legata al caso di Harvey Weinstein?
R: Per tanti anni ho pensato di parlarne pubblicamente. E ho sempre avuto paura. Avrei voluto farlo specialmente quando Bill Cosby è stato accusato di essere uno stupratore. Avrei voluto, ma mi sono sempre chiesta se fossi stata in grado di gestire la cosa. Ma dopo Harvey Weinstein e il #metoo movement ci sono state così tante donne che hanno rotto il silenzio che ho pensato che non avrei rispettato me stessa se non l’avessi detto. Devo dire la verità per tutte quelle donne molestate sessualmente da chiunque ma, in particolare, negli ambienti accademici.

D: Lei prima ha menzionato Bill Cosby. E del caso Weinstein che idea si è fatta?
R: Viviamo in una società patriarcale. Gli uomini hanno molto potere sessuale. Il pensiero di uomini e donne è stato formato da misoginia e mascolinità.

D: Ha mai temuto che qualcuno non le credesse?
R: Finora tutti mi credono. La risposta è stata incredibilmente positiva. Tutti: amici e colleghi.

D: Crede che il Professor Moretti sapesse di averle procurato così tanta sofferenza?
R: Veramente questo non lo so. Una volta, nel 1998 mi capitò di vederlo su un aereo diretto al Modern Languages Association. Si avvicinò a me con molta attenzione e cura e mi disse con tono allegro: «Ciao, ti ricordi di me?». Io dissi: «Certamente, e non ti perdonerò mai per le cose terribili che mi hai fatto». Lui si girò e tornò a sedersi al suo sedile. Quindi non so se lui sia consapevole. Molti uomini non capiscono in che cosa consiste una molestia sessuale, specialmente quando sono famosi o quando hanno potere, come lo aveva lui. Credo che a volte pensino di poter fare tutto ciò che vogliono.

D: Che cosa gli direbbe oggi se lo incontrasse?
R: Gli chiederei quante donne ha molestato e violato. A essere onesta, non gli parlerei nemmeno. Vorrei solo guardarlo. Non sapevo, quando ho scritto questa lettera a Stanford, che fosse in pensione. Pensavo che stesse ancora lavorando e volevo che sapessero che cosa aveva fatto, in modo tale che si assicurassero che non l’avrebbe fatto con altri.

D: Cambiò la sua vita sessuale dopo quell’esperienza?
R: È stato difficile. Ma ci sono molti uomini meravigliosi che capiscono che quando una donna dice 'no' intende dire 'no'.

D: Pensa che raccontare la sua vicenda possa essere utile?
R: Lo ripeto: penso fosse un mio dovere quello di parlare per proteggere altre donne.

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