10 Novembre Nov 2017 1120 10 novembre 2017

Paddington 2, Francesco Mandelli: «Fabrizio Biggio mi ha 'lasciato'»

L'attore è la voce del protagonista del film. Ci ha raccontato come funziona il doppiaggio ma anche del suo rapporto con il 'compagno' de I Soliti Idioti.

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Francesco Mandelli

Ha ancora tutta l’aria del ragazzino simpatico e irriverente che nel 1998 iniziava a farsi conoscere come il 'nongiovane' di Mtv. Eppure ne ha fatta di strada e oggi, quasi 20 anni dopo, Francesco Mandelli è un artista a tutto tondo che si divide tra il lavoro di papà e quello di attore, doppiatore e presentatore, ma solo ogni tanto, «perché la tv di oggi è meno creativa». Al cinema presta la voce al protagonista di Paddington 2 (al cinema dal 9 novembre), il film d’animazione per grandi e piccini che mette in scena le avventure dell’orsetto peruviano (ma inglese d'adozione), ideato da Michael Bond per la sua famosissima serie di libri per bambini. Un modo per recitare, in un certo senso, insieme all’amato Hugh Grant, che nella pellicola veste i panni del cattivo. E nel passaggio dalla comicità sboccata di Ruggero De Ceglie de I Soliti Idioti alla dolcezza dell’orsetto buono che piace ai genitori, c’è tutta l’evoluzione personale ed artistica di Mandelli: «Adoro i miei ruoli da comico e li rifarei, ma oggi la mia vita è diversa da quando avevo 25 anni e ho voglia di sperimentare qualcosa di nuovo. Rischiare? No, non mi spaventa».

DOMANDA: Come ci si sente a doppiare accanto ad Hugh Grant?
RISPOSTA:
Fa strano vedere nel cartellone il tuo nome accanto al suo. Uno che lo vede potrebbe pensare che il mondo sta per finire! Chiedo scusa e dico che non è proprio così, ma ho la fortuna di essere nella sua stessa pellicola. In realtà io doppio tutto quanto in una cabina, per i fatti miei, per 9 ore al giorno. Lui mi è sempre piaciuto, con quell’aria un po’ guascona e simpatica. Nel film è stato molto autoironico: in casa del suo personaggio, un attore fallito, ci sono tutte le foto sue vere, da giovane.

D: Hai avuto molte esperienze di doppiaggio. Meglio recitare o prestare la voce a un cartone animato?
R: Non posso fare una scelta, a me piace tutto. L’ideale sarebbe riuscire a mantenere entrambe le carriere. Non sono un doppiatore professionista, ma credo che mi risulti facile, perché ci vuole musicalità e senso del ritmo nel doppiare. Il fatto di aver sempre suonato uno strumento e cantato sicuramente aiuta. Per me recitare rimane la cosa più bella del mondo, ma anche doppiare dà grandi soddisfazioni e far parte di grandi produzioni internazionali è motivo di orgoglio. Nel caso dei film per ragazzi, poi, da quanto sono diventato padre (di Giovanna, quasi tre anni, ndr) diventa ancor più bello perché penso che poi mia lei lo vedrà. Ha già visto il dvd del primo e ha capito che ero io che lo doppiavo. Mi ha detto: «La voce di Paddington è di papà!».

D: Però sei quasi irriconoscibile. Come fai?
R: La voce deve sembrare fanciullesca ma neanche quella di un bambino, perché lui è un ragazzetto. Bisogna modularla e controllarla. Il direttore del doppiaggio dopo sei ore in cui sei stanco magari ti dice che «qua l’hai persa, qua stai andando troppo di testa, qua sei troppo profondo, qua sei troppo tu». È un lavoro di grande concentrazione.

D: La cosa più difficile e quella che ti piace di più del doppiaggio.
R: Trovare la voce che renda verità e giustizia a quella originale e che funzioni anche in italiano è l’aspetto più difficile ma anche il più interessante. Poi diventa molto divertente perché vedi scene recitate perfettamente. È una soddisfazione.

D: Come è cambiato l’orsetto rispetto al primo film?
R: Paddington oltre a essere un orsetto buffo e divertente è anche una metafora dell’accoglienza del diverso: viene dal Perù, parla in una società di esseri umani, ma nessuno si scandalizza o si chiede come mai. In questo film si è ambientato a Londra, a casa della famiglia Brown, conduce una vita normale ma a un certo punto deve fare un regalo a sua zia e per questo affronta un’avventura per cui finirà anche in carcere. È molto più rocambolesco e divertente del primo. Paddington è maturato e ha più confidenza con la vita cittadina.

D: E tu come sei cambiato?
R:
Io, invece, sono diventato padre, quindi doppiare un film d’animazione è ancora più emozionante, tanto che anche durante il doppiaggio mi sono commosso.

D: In quale scena?
R: Mah, in tante. Ad esempio quando lui entra in carcere e si sente abbandonato. In quei momenti il film su di me ha funzionato parecchio (ride, ndr).

D: Che insegnamento lascia il film a bambini e genitori?
R: Mette d’accordo grandi e piccoli. Paddington è un orsetto molto educato e convinto che le buone maniere cambieranno il mondo, tanto da riuscire a cambiare il carcere fino a farlo diventare un posto meraviglioso. Poi è attaccato alla famiglia, per lui è una questione vitale. Ha dei messaggi molto positivi, oltre ad essere divertente.

R: Ti riconosci nell’orsetto in qualche aspetto?
D: Lui è buffo e anch’io lo sono stato da piccolo. Poi mi rivedo in lui perché vede la vita in maniera sempre positiva e ha fiducia nelle persone che gli stanno accanto. Spero di avere anche altre sue caratteristiche, perché Paddington è veramente un grande, ma questo non sta a me dirlo.

R: Veniamo a te. Sono passati quasi vent’anni dal tuo esordio in tv con il 'nongiovane'.
D: Ricordo con tenerezza il fatto di essere partito dal mio paese di provincia con lo zainetto, 'bigiando' scuola in quinto liceo, per andare a fare il casting. Da lì la mia vita è cambiata e ho la sensazione di essere stato molto fortunato. Avendo cominciato così giovane, nel 1998, non sapevo se poteva diventare una professione o meno, ma a Mtv c’era grande creatività, si poteva sperimentare, lavorare con la musica. Ringrazio di aver potuto vivere una stagione della tv in cui ho potuto imparare un mestiere, mentre oggi è più complicato per i giovani. Magari fai video su Youtube con milioni di visualizzazioni ma poi non hai nessuno che ti dice dove migliorare e dove sei forte. Noi avevamo una struttura che ci aiutava a fare di un gioco una professione.

D: Cosa avresti fatto se non avessi iniziato con la televisione?
R: Forse mi sarebbe piaciuto fare il professore, avere a che fare con i ragazzi e i bambini. Sarei stato un insegnante di quelli divertenti e appassionati che sanno che è una professione importante perché hai in mano l’educazione di intere generazioni. Chissà se sarei stato in grado.

D: Dopo un pausa sei tornato anche sul piccolo schermo. Se dovessi scegliere tra televisione e cinema?
R: Da molti anni ho deciso di fare in tv solo cose che riguardano la recitazione: ho sempre voluto fare l’attore. Ma non si sa mai, a volte la carriera ti fa girare angoli e trovare qualcosa che non ti aspettavi. Mi diverte fare il presentatore e sarei felice di farlo, ma oggi c’è meno voglia di rischiare, meno investimenti, meno idee e meno creatività. Mi fa pensare che il momento non sia così divertente. Per ora preferisco concentrarmi non solo sul cinema ma anche sul teatro, che mi piacerebbe riscoprire. Vivo tutto con grande curiosità: mi va di fare cose che mi fanno stare bene e non ho la necessità di voler essere da qualche parte per forza, ma voglio scegliere i progetti che mi fanno alzare la mattina contento, altrimenti preferisco stare con mia figlia, che è la mia gioia più grande.

D: Dopo l'esperienza de I Soliti Idioti su MTV, nel 2017 tu e Fabrizio Biggio siete 'insieme' su RaiDue: tu come inviato di Quelli che il calcio, lui come presentatore di Stracult. Un segno del destino? Non è che state preparando qualche programma insieme, magari proprio sulla Rai?
R: Chiedetelo a lui: ha voluto smettere di lavorare con me ed è una cosa che ancora non ho ben capito. In questo momento non credo che una collaborazione sia pensabile a breve, ma nella vita non si sa mai, non bisogna mai avere giudizi definitivi. Certo, per come la vivo io, è come se fossi stato con persona che hai amato tantissimo, a un certo punto lei ti lascia e ti fa stare male: ecco, non so se a quel punto avresti voglia di andarci in vacanza un’altra volta. Io sto bene dove sono.

D: Ma tu non hai cercato di capire perché ha deciso di 'lasciarti'?
R: Il successo può fare bene ma anche molto male e se la prendi male ti danneggia. Io quando sono usciti I Soliti Idioti ero in tv da quando avevo 18 anni, non ha cambiato la mia vita. Forse quel momento per lui è stato complicato, gli ha tolto un po’ di serenità e questo l’ha portato a pensare che non era più il caso di lavorare con me.

D: Come attore ti sei dedicato soprattutto a far ridere e il tuo personaggio più popolare resta Ruggero de I Soliti idioti. Ti piacerebbe smarcarti dal ruolo di comico?
R: A quei personaggi sono molto affezionato, non escluderei di poterli rifare in futuro. Ma a 38 anni non posso più fare delle parti che facevo a 20-25 anni. Quello è un tipo di commedia che ho fatto in precedenza e che sono molto contento di aver fatto, ma l’attore si evolve di pari passo all’evoluzione della persona. Spero di poter esplorare tanti lati diversi di questa professione, anche qualcosa che non necessariamente faccia ridere. Penso che il nostro sia sempre un combattimento tra quello che vorresti fare e quello che la gente vuole da te. In Italia se ti inquadrano in un certo modo: la gente da te vuole quello, se smetti e gli dai altro corri il rischio barattare la tua libertà con una popolarità minore, ma sono pronto a farlo. Mi piacerebbe riuscire a portare in un personaggio degli aspetti di me che la gente non conosce. In questo momento la mia vita è diversa e quello che voglio comunicare è diverso. Se penso a Paddington, è proprio l’opposto a quello che ho fatto con I Solidi Idioti, irriverenti e sboccati. Mi piace passare da un registro all’altro.

D: Facciamo un gioco di ruolo: se Ruggero, il tuo personaggio, incontrasse te, Francesco Mandelli attore e doppiatore, oggi, cosa ti direbbe?
R: «A Mande’, ma dove cazzo vai senza de me? Ma smettela. Ma io te guardo e vedo er capolinea d’a società!».

D: Come ti vedi tra dieci anni?
R: Mi vedo padre di un’adolescente, quindi molto indaffarato. Poi spero di vedermi sereno come sono ora, magari con qualche ruga in più e qualche capello bianco. Se sei stato giovane al centro percento come me, invecchiare diventa bello, anche interessante. Io la mia parte l’ho fatta, adesso tocca a qualcun altro.

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