4 Novembre Nov 2017 0924 04 novembre 2017

Festa del Cinema, gli uomini violenti raccontati da 'Ma l'amore c'entra?'

La regista Elisabetta Lodoli ci racconta il suo documentario, presentato a Roma. Protagonisti, tre individui di sesso maschile che riflettono sulle proprie azioni.

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Ma L Amore C Entra 2

Violenza sulle donne: la parola agli uomini. Tre testimonianze vere che la regista Elisabetta Lodoli, bolognese ma romana di adozione, ha deciso di raccogliere e di mettere insieme in Ma l’amore c’entra?, documentario presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, da sempre molto sensibile al tema, quest’anno affrontato attraverso tre opere dedicate proprio a questo argomento.
È un punto di vista diverso. Quasi inedito. Perché a chiedere aiuto stavolta non sono le donne, bensì gli uomini. Padri di famiglia, mariti. Gente normale insomma, ben distante dalla figura del carnefice alienato che spesso, a ragione o a torto, viene dato in pasto a giornali e quotidiani. I protagonisti del film, al contrario, raccontano le loro emozioni, il loro dolore e la loro frustrazione scavando in profondità, per cercare di capire da dove provenga questa violenza, spaventati da un gesto, o da una reazione, che credevano non potesse in alcun modo appartenere al loro modo di essere.

LIBERIAMOCI DALLA VIOLENZA

Proprio per questo si sono messi nelle mani di chi può aiutarli a ottenere un cambiamento: Luca, Paolo e Giorgio, i nomi sono di fantasia, stanno tuttora seguendo una terapia al Centro LdV, Liberiamoci dalla Violenza, Asl di Modena, la prima in assoluto a offrire un servizio gratuito e anonimo agli uomini autori di maltrattamenti, mirato a intraprendere un percorso volontario per combattere la violenza nelle loro relazioni affettive. Il risultato sono cinquanta minuti di interviste (su quasi dieci ore raccolte) alternate a paesaggi e strade dell’Emilia Romagna, interni di case, vecchi filmati in bianco e nero per rappresentare simbolicamente il viaggio che i personaggi hanno deciso di iniziare con questo trattamento. I protagonisti non si vedono mai in volto, rimangono sempre in penombra, seduti sulla sedia sopra un palco che diventa spazio onirico, simbolico, quasi intimo e casalingo, con piatti rotti attorno e alcuni coltelli appesi: alcuni degli oggetti usati dagli uomini quando maltrattano le donne. LetteraDonna ha intervistato in esclusiva la regista Elisabetta Lodoli, tra le altre cose, autrice di diversi film per la tv e alcuni documentari sul conflitto in Bosnia e su quello tra Israele e Palestina.

DOMANDA: Elisabetta, è stato difficile trovare qualcuno che avesse voglia di esporsi e di raccontare la sua storia?
RISPOSTA:
La difficoltà vera è stata riuscire a trovare uomini che fossero anche in grado di esprimere e articolare al meglio le loro emozioni, perché è sopratutto di questo che si parla. Al di là dei singoli episodi in sé che non hanno niente a che vedere con i maltrattamenti di cui si sente parlare in tv o sui giornali. Diciamo che ho dovuto aspettare un po’ prima che il centro LdV me ne mettesse tre a disposizione. Alla fine abbiamo trovato tre uomini che avevano una grande voglia di raccontarsi. Volevano che questa loro esperienza potesse essere una testimonianza vera e utile per gli altri.

D: Dare la parola a uomini che si sono resi protagonisti di violenze domestiche: un rischio?
R:
Non nascondo che ci sono associazioni contrarie, per loro è un grave errore farli parlare, sostanzialmente perché «Non ci si può fidare». Perché il pentimento va solo a vantaggio degli aggressori. Ma questo ci permette, dal mio punto di vista, di concentrarci sul vero problema della questione. E cioè che il cambiamento necessario è quello culturale, che mette troppo facilmente sul piedistallo un genere sopra un altro. E che la violenza non è una malattia, ma una scelta.

D: Si spieghi meglio.
R: La prima spiegazione che i tre protagonisti riescono a darsi, dopo aver maltrattato le loro compagne, è l’istinto. Per loro è qualcosa del tipo: «Non ci ho visto più. Non sono riuscito a contenere la rabbia. È stato più forte di me». Per loro è quella la risposta più naturale. Il loro percorso, a piccoli passi ed è quello che abbiamo cercato di dimostrare nel film, è che in realtà una scelta c’è sempre. Che ci si può assumere la responsabilità da cui discende la possibilità di interrompere i gesti di violenza. Un lavoro molto sottile su cui gli uomini, e questo per me è molto importante, stanno iniziando a lavorare.

D: Della serie: siamo noi maschi a doverci far carico di questa cosa. La necessità di fermare la violenza deve partire da noi.
R: Però badate bene: l’obbiettivo del film non è affatto quello di giustificare gli uomini responsabili di maltrattamenti. Avrei totalmente sbagliato film ma sono sicura, lo spero perlomeno, che il messaggio sia chiaro.

D: Inizialmente non voleva occuparsi di questo tema.
R: Un’idea che mi è stata proposta dalla mia amica Annamaria Tagliavini, per anni direttore della Biblioteca Nazionale delle donne. L’argomento non mi faceva impazzire, per la complessità e per la delicatezza necessaria. Ma è stato proprio riflettendo su questo aspetto che siamo arrivate alla decisione di far parlare gli uomini. Perché alla fine, se vogliamo dirla tutta, è un tema di cui discutono sempre e solo le donne. Senza contare che, almeno dal mio punto di vista, ultimamente è vero che se ne parla tanto, ma in maniera molto confusa.

D: Confusa?
R:
La stampa e i media sbattono in prima pagina solo e soltanto 'mostri', protagonisti di episodi estremi, sanguinosi, che ci sono, esistono, ci mancherebbe. Ma occorre fare una distinzione. Perché la spettacolarizzazione di questi maltrattamenti diventa innanzitutto limitante. E poi non dimentichiamoci che non c’è solo la violenza fisica. Essa può avere diverse scale e progressioni. C’è anche quella psicologica, quella verbale, quella legata a uno schiaffo o a una spinta, che poi si trasformano in vere e proprie aggressioni.

D: Se ne parla tanto, e forse male. Ma a livello concreto invece si sta muovendo qualcosa?
R:
A certi livelli sì. Dal punto di vista legislativo, ad esempio, stiamo facendo dei passi avanti. Ma vorrei farvi un esempio: esiste un’associazione chiamata Maschile Plurale. Da anni tratta di violenza raccogliendo testimonianze e opinioni di uomini di diverse attività -intellettuale e non solo- per discutere sull’argomento, usando anche le pratiche femministe di una volta, riflettendo sull’identità maschile che a volte avrebbe voglia di liberarsi di tante cose o responsabilità che gli sono state affidate da un ruolo prestabilito, come per noi donne insomma. Sono piccole isolette forse all’apparenza. Ma se mettiamo tutto insieme, qualcosa si muove.

D: Il titolo del film Ma l’amore c’entra? è una domanda. Quale può essere la risposta?
R:
Per citare Lea Melandri, scrittrice, giornalista e femminista: «Se nove uomini su dieci che compiono violenza, lo fanno sulle loro compagne, ci sarà qualcosa che dovremo investigare in queste relazioni di intimità che noi chiamiamo amore». Un punto di vista per me molto interessante. Credo che l’amore centri. Ma occorre, come già detto in precedenza, un cambiamento culturale se vogliamo davvero cambiare le cose. Se proviamo a interrogarci sul fatto che la violenza forse non è una malattia e che gli uomini non sono per forza dei mostri, allora il cambiamento può esistere.

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