2 Novembre Nov 2017 1245 02 novembre 2017

Federico Moccia: «'Non c'è campo'? Si può sopravvivere senza smartphone»

Lo scrittore e regista torna con un nuovo film, nelle sale dal primo novembre 2017. L'intervista (sì, ha parlato anche di Tre metri sopra il cielo).

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Federico Moccia

In principio furono Step e Babi, e il loro amore da sentirsi Tre metri sopra il cielo (c’è chi ancora cerca di digerire la storia dei lucchetti). Oggi sono i ragazzi di Non c’è campo, l'ultima fatica cinematografica di Federico Moccia, dal primo novembre nelle sale. «In fondo l’unica cosa che mi riesce naturale è raccontare storie», dice lo scrittore e regista, di nuovo dietro la macchina da presa dopo quattro anni con una teen-comedy che fotografa quello che ormai è un incubo generazionale: un mondo senza connessione. I protagonisti del suo ultimo film sono infatti alunni di Laura (Vanessa Incontrada), che decide di portarli in gita in un piccolo borgo della Puglia dove non c’è neanche una briciola di linea per i cellulari.

DOMANDA: Come riescono i protagonisti del film a 'sopravvivere' a un mondo disconnesso?
ROSPOSTA:
Loro ci riescono perché l’essere umano in generale riesce sempre ad adattarsi in una situazione di difficoltà. A volte una di crisi può convertirsi in un’occasione: esattamente quello che succede a Scorrano per questi ragazzi che vanno lì in gita e senza telefonino alla mano in cinque giorni si scoprono e si raccontano in maniera completamente nuova, come mai avevano fatto durante cinque anni di scuola insieme. Non stare sempre fissi sullo smartphone ti permette di capire e ascoltare meglio quello che ti viene detto. Quando si comunica via sms o chat è complicato percepire il tono con cui vengono dette certe cose, che vis a vis assumerebbero tutto un altro valore. Mi è successo mille volte che un messaggio al telefonino sia stato interpretato male.

D: Crede che i ragazzi del cast sarebbero riusciti nell'impresa anche fuori dal set?
R:
Recentemente è stato fatto un esperimento simile a Brescia: hanno tolto a una classe gli smatphone per vedere quanto gli alunni avrebbero resistito. Due di loro, dopo cinque giorni, sono crollati dichiarando di non potercela fare. Io credo che dipenda molto dal carattere e anche da quale momento della vita si sta attraversando. A volte la personalità del singolo viene sottovalutata: alcuni potrebbero farcela con grande facilità e altri magari no.

D: Quindi, secondo lei, come andrebbe usato questo cellulare?
R:
Come se fosse il nostro servitore, mentre spesso siamo noi a essere alle sue dipendenze. Siamo sempre lì a vedere chi ha postato cosa, quanti like ci sono, vogliamo in continuazione apparire. Bisognerebbe invece usare gli smartphone per l’incredibile quantità di sapere a cui danno accesso. Un tempo se dovevi fare una ricerca a scuola ti andavi a comprare il fascicolo, tagliavi le figurine, attaccavi e staccavi oppure facevi ricerca sull’enciclopedia. Oggi in un attimo digitando sulla tastiera dietro il nome che cerchi ti compaiono milioni di voci e tu puoi consultarle con grandissima facilità. Stesso discorso se si pensa alla velocità con cui inviamo una mail, che altro non è che una versione digitale della vecchia lettera.

D: Il fenomeno del cyberbullismo rappresenta un rischio serio per le nuove generazioni. Più che un ritorno alla preistoria tecnologica, non sarebbe meglio educare all'uso dei nuovi mezzi di comunicazione?
R:
Il film in qualche modo lancia anche una riflessione su tutto questo. Qualche giorno fa ho letto una bellissima intervista a un dirigente della Apple che affermava che la tecnologia diventa nociva per l’uso sbagliato che se ne fa. Il bullismo esisteva quando ancora non c’era il telefonino: la cosa particolare era che solo quelli che assistevano a quella scena davanti scuola erano a conoscenza della tua difficoltà e dell’essere stato ridicolizzato. In sostanza chi veniva bullizzato faceva i conti con quei testimoni. Oggi invece purtroppo la scena viene ripresa e messa in rete e i ragazzi si sentono messi alla berlina dinanzi al mondo. Chi fa questo commette un atto di vigliaccheria e chi lo ha subito deve comunque imparare a fregarsene, come le critiche o i messaggi fatte su internet senza una ragione. Parlano ormai le persone più sconsiderate, gente impreparata che non conosce la storia del cinema e parla per partito preso, c’è troppa confusione: insomma bisogna saper dosare e valutare tutto.

D: A proposito di critiche: i suoi libri (e i suoi film) sono spesso stati giudicati negativamente per la troppa leggerezza, a volte intesa come banalizzazione delle tematiche affrontate. Dopo tanti anni cosa risponderebbe a chi continua a sostenere che i suoi lavori semplificano eccessivamente la realtà?
R:
La cosa che più mi dispiace è che mi è capitato di chiedere a questa gente quale dei miei libri avessero letto e la risposta è quasi sempre: nessuno. A me piace molto valutare e criticare il lavoro degli altri, però amo verificare tutto per conto mio. Per giudicare se un film sia bello o brutto come dicono, io ho bisogno di guardarlo in prima persona. Rispetto i giudizi personali, ma non quelli indotti perché non c’è niente di più stupido dell’essere una pecora che segue un gregge fantasma. Ti racconto un aneddoto: durante un incontro alla Sapienza, un ragazzo molto preparato e colto mi ha dato addosso per l’uso, a suo parere, inappropriato della mia scrittura. Io gli ho risposto che lui aveva avuto la fortuna di avere una famiglia che lo aveva abituato fin da giovanissimo al piacere della lettura e che per tanti altri non era stato così. Gli ho detto che avrebbe dovuto vedere in me una sorta di ‘salvatore’ per tante persone che non avevano mai letto un libro. In tantissimi si sono avvicinati alla lettura grazie a un mio libro. Poi ovviamente io dico sempre loro che ci sono scrittori molto ma molto più bravi di Moccia. E li invito a scoprirli.

D: Non crede, in qualche modo, di essere rimasto intrappolato nello stereotipo dello scrittore di Tre metri sopra il cielo?
R:
Non mi sento né condizionato né limitato. L’uomo che non voleva amare, ad esempio, è una storia completamente diversa dalle solite: un uomo milionario 40enne che si innamora di una ex pianista sposata. Non mi sento intrappolato perché in realtà i personaggi dei miei libri sono molto diversi tra loro: Tre volte te (capitolo finale della storia di Step, Babi e Gin, ndr), rappresenta infatti lo spaccato delle famiglie alle spalle di questi ragazzi.

D: Step e Babi: come è cambiato l’amore adolescenziale da allora?
R:
All’epoca se dovevi dire qualcosa ad una ragazza ti toccava chiamare casa, essere ascoltato dai genitori che rispondevano al telefono e che ti chiedevano chi fossi. Oggi, con le nuove tecnologie, i ragazzi hanno una loro indipendenza fin da giovanissimi. La bellezza e la fragilità del momento in cui ci si guarda negli occhi per la prima volta, però rimane. Qualsiasi saranno le novità tecnologiche, l’emozione di sentirsi Tre metri sopra il cielo, quel sentimento non cambierà mai.

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