31 Ottobre Ott 2017 1728 31 ottobre 2017

Dakota Fanning autistica in Please Stand By: «L'autismo? Una sfida come tante»

La giovane attrice è protagonista del film presentato al Festival del Cinema di Roma. Dove parla anche dell'importanza della solidarietà tra donne: «È fondamentale per noi riuscire a creare e a sviluppare sorellanza e amicizia».

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Dakota Fanning

La frangia è appena accennata. I capelli biondi le scendono fin sotto le spalle. L’abito è elegante, ma anche sportivo. E un po’ eccentrico. Il colore? Rosa shocking. Alla Festa del Cinema di Roma l’importante è partecipare, non essendoci né vinti né vincitori. Ma lo è anche farsi notare. Non che Dakota Fanning ne abbia bisogno, dato che ha iniziato a dare del tu a Hollywood all’età di 7 anni, e a febbraio spegnerà 'solo' 24 candeline. Please Stand By, presentato in anteprima alla kermesse della capitale, giunta alla 12esima edizione e che lo vede protagonista, va però proprio in questa direzione. È un film cioè che si fa notare. L’attrice interpreta una ragazza autistica, Wendy, impegnata in un viaggio on the road che fa un po’ Little Miss Sunshine per partecipare ad un concorso ad Hollywood. Non a caso il titolo del film, Please Stand By, è l’unica frase in grado di calmare la ragazza quando ha una delle sue tante crisi. Un modo per resettare. E ricominciare da capo.

«L’AUTISMO? UNA SFIDA COME TANTE»

«No, non è stata una sfida particolare». Dakota Fanning, nata in Georgia, mamma tennista, papà giocatore di baseball con la sorella Elle che fa il suo stesso mestiere, inizia ogni frase con «Well… » e guarda sempre in alto. «Per me ogni nuovo personaggio è una sfida, quindi non è stato tanto diverso dagli altri film». Checché ne dica Dakota però, per lei è stata sicuramente un’esperienza inedita: mai aveva avuto la parte di un personaggio con questo tipo di malattia e gli attori che lo hanno fatto in passato probabilmente si contano sul palmo di una mano. D’altra parte non è nuova a interpretazioni di spessore, o perlomeno 'impegnate'. Un titolo su tutti: Hounddog, film poco conosciuto in Italia ma che generò polemiche su internet e sui giornali Usa proprio per la sua parte, una dodicenne che subisce abusi e violenze sessuali. La madre di Dakota Fanning e l’agente risposero che quel film al contrario fosse un punto di svolta, e che la giovanissima attrice avrebbe meritato come minimo la candidatura all’Oscar.

IL DOTTOR SPOCK PRIMO EROE AUTISTICO

Per la statuetta c’è tempo. Dakota Fanning oggi è cresciuta, recitando accanto a Tom Cruise, Sean Penn e facendosi dirigere, tra gli altri, anche da Steven Spielberg. Con Wendy, in qualche modo, volta pagina. Anche perché la protagonista del film ha un modo tutto suo per filtrare il mondo. Un filtro che si chiama Star Trek. La ragazza è totalmente dipendente della vecchia serie tv, che in qualche modo la aiuta a superare le difficoltà e a interpretare la realtà. «No, non ho costretto Dakota a guardare tutti i 79 episodi, nessuno di noi è un patito, direi solo lo sceneggiatore» ha spiegato il regista, Ben Lewis. Che ha aggiunto: «È però interessante il fatto che Star Trek ha qualcosa che si collega all’autismo, c’è un legame particolare, basti pensare che Il dottor Spock è il primo eroe autistico, perché anche lui, come Wendy, non riesce a gestire le proprie emozioni».

DOMANDA: Dakota, come ti sei preparata per interpretare questo personaggio?
RISPOSTA:
Come ho già anticipato, non è stata una sfida tanto diversa da tutte le altre interpretazioni. Ho studiato, certo. Ma non c’è solo l’autismo in Wendy.

D: C’è anche Star Trek.
R:
Ammetto che da questo punto di vista ho dovuto un po’ documentarmi. Ma anche in questo caso, è riduttivo parlare solo del dottor Spock. C’è molto altro ed è per questo che Wendy mi è piaciuta così tanto. Ci sono le difficoltà che influenzano la sua vita, quella di tutti i giorni. Il modo in cui si ribella alla quotidianità. Il suo viaggio verso Los Angeles. Devo fare i miei complimenti alla sceneggiatura, ricca di dettagli che mi hanno aiutato ancor di più a calarmi nel personaggio.

D: È una storia molto femminile. Il regista, Ben Lewis, sostiene che nel mondo di oggi è più interessante il punto di vista di una donna che di un uomo.
R:
Deve essere per questo che preferisco lavorare con registe donne! Scherzi a parte, con Ben sono stata benissimo. Per me questo viaggio è stata una scoperta, e non mi riferisco soltanto alla trama del film. L’originalità del punto di vista delle donne sul mondo forse deriva dal fatto che, probabilmente, fino a ora sono state raccontate soprattutto storie di ribellione al maschile. Insomma, è ora di dare spazio a noi altre!

D: A proposito di donne in regia, sarai la protagonista di un film con Kirsten Dunst. Per lei sarà un esordio dietro la cinepresa.
R:
Però si tratta di un progetto ancora in via di sviluppo. Ci sono ancora elementi da mettere insieme. Non posso essere troppo specifica, posso però ribadire che amo lavorare con registe e altre donne nel cast, in qualche modo riesco sempre a creare una sorta di… sorellanza, un legame davvero unico.

D: Please Stand By è rivolto sopratutto ai ragazzi (il film è stato presentato in anteprima nella sezione: Alice nella Città, ndr). Quali sono le domande più frequenti che ti vengono poste dai più giovani?
R:
Non credo sia rivolto soltanto a loro. Penso sia un film per tutti. Ed è la soddisfazione più grande per un attore poter raccontare una storia in grado di essere vista e compresa da chiunque. Vero, i fan mi fanno tantissime domande, sui social, in strada, ovunque. Non me ne viene una in mente in particolare. Spesso però sono costretta a rispondere così: «Hey, io non ho tutte le risposte, chiaro?».

D: Sei diventata molto famosa sin da piccola. Come hai fatto a mantenere l’equilibrio? Spesso la celebrità precoce crea problemi a chi la riceve, primo fra tutti: Macaulay Culkin.
R:
Vero che può succedere, ma non è necessariamente così. Per me, ad esempio, non lo è stato. Ho sempre amato quello che faccio. E mi risento quando mi viene posta questa domanda, come se per forza la fama abbia avuto un impatto negativo sulla mia vita. E invece mi ha riempito, sin dalla mia infanzia.

D: In che modo?
R:
Basti pensare anche solo ai viaggi che ho fatto, e al modo in cui mi hanno arricchito. A nove anni ho vissuto per mesi a Messico City, dove ho conosciuto cose e persone incredibilmente diverse, ero affascinata da tutto quello che avevo attorno, qualcosa di fantastico per una bambina della mia età. A 14 anni invece sono stata a lungo a Hong Kong, insomma: non so quante altre persone possano aver avuto così tante esperienze. Sono grata perché ho avuto l'opportunità di realizzarmi ed esprimere la mia passione sin da piccola.

D: Diccelo il segreto, dai: come si fa a mantenerlo, questo equilibrio?
R: Probabilmente il segreto è avere una famiglia meravigliosa e amici fantastici, fuori e dentro il set mi aiutano a mantenere la barra del timone sempre dritta. E poi non sto certo tutti i giorni a pensare di essere famosa. Cerco di vivere la mia vita nella maniera più normale possibile.

D: A proposito di donne, ti stai per laureare alla New York University con una tesi sulla figura femminile al centro di un set cinematografico. Oggi c’è il caso Weinstein, ed è molto attuale. Lo citerai?
R:
Sono una donna e lavoro nello star system, per questo mi sento coinvolta. Posso dire che quanto accaduto ha sempre fatto parte del nostro ambiente, così come le persone che parlano di questi episodi. Le donne devono far sentire la loro voce e combattere perché ci sia uguaglianza, quella vera. E devo dire che sono contenta di far parte di questo tempo, perché è adesso che si sta combattendo la battaglia. Mi piacerebbe inserire un capitolo su questa storia, vedremo. È proprio a causa di questi episodi che è fondamentale per noi donne riuscire a creare e a sviluppare quella sorellanza e quell’amicizia di cui ho parlato a inizio intervista.

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