28 Ottobre Ott 2017 0948 28 ottobre 2017

Serie A femminile, Sara Gama (Juventus): «È il nostro anno zero»

La calciatrice della Nazionale racconta la rinascita del calcio femminile, sport che negli ultimi anni sta crescendo sempre di più.

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Sara Gama Juventus calcio femminile

La rivoluzione passa anche per piccoli gesti. Anzi, sarebbe più giusto mettere 'piccoli' tra virgolette perché anche il minimo passo in avanti, in prospettiva, è una grande conquista. È un po’ ciò che sta vivendo il calcio femminile, alle prese con una vera e propria crescita. Merito della Figc, dei club ma soprattutto delle calciatrici. Ne è convinta anche Sara Gama, giocatrice della Juventus e della Nazionale, che ha definito il 2017 l'«anno zero» del movimento. E, in effetti, di cambiamenti ce ne sono stati tanti negli ultimi due anni tra nuove norme, investimenti e progetti. Certo, c'è ancora tanto da fare ma tutto fa pensare a una rinascita. E il primo passo è riconoscere lo status di 'professioniste' a tutte le calciatrici, visto che, al momento, risultano come 'dilettanti'.

SARA GAMA: GLI ESORDI, LA JUVENTUS E LA SERIE A

E a parlare di questo cambiamento in positivo è una delle icone del calcio femminile italiano: Sara Gama, 28 anni, capitano bianconero, difensore di ruolo ma che non si tira indietro quando c'è da attaccare gli stereotipi e luoghi comuni. È il suo primo anno a Torino (anche perché la Juventus femminile è nata nel 2017) ma vanta una discreta esperienza: dagli esordi nel Tavagnacco (2006-2009) al Brescia (2012-2013, 2015-2017), passando per il Chiasiellis (2009-2012) e per il Paris Saint Germain (2013-2015). Poi l'arrivo in bianconero. «È un sogno» ha raccontato Sara Gama a LetteraDonna. E ha aggiunto: «Non mi aspettavo di vedere così presto anche in Italia una cosa del genere: cioè trovarsi in un ambiente di professionisti, dove puoi lavorare al meglio. È un club che anche a livello maschile è il migliore nel nostro Paese». E, per ora, sta andando tutto alla grande: due partite giocate, due vittorie, sette gol fatti e zero subiti in campionato.

D: Punteggio pieno: è un po' merito tuo?
R: È della squadra. È importante cominciare con il piede giusto. Abbiamo fatto una crescita esponenziale da agosto, visto che siamo arrivate in un gruppo appena nato. Dobbiamo ancora migliorare molto ma siamo sulla strada giusta. Dobbiamo continuare ogni giorno a lavorare a testa bassa, poi i riusltati verranno perché la qualità c'è.

D: Tavagnacco, Brescia, Juventus. Qual è la prima cosa che ti viene in mente?
R: È parte della mia vita calcistica, poi ci sono altre squadre di mezzo.

D: E ironia della sorte sono anche le tre squadre prime in classifica a pari punti.
R:
Eh sì. Questo mi fa pensare che ho sempre militato in squadre buone, di livello, ma soprattutto in ambienti molto sani e molto positivi. È questo che hanno in comune le tre società.

D: Nel 2015 la Fiorentina ha creato la sua squadra femminile (Fiorentina Women's Football Club) e l'anno dopo ha vinto il campionato. La Juve l'ha tirata su nel 2017. Credi che il calcio femminile stia crescendo negli ultimi anni, visto l'interesse di questi club?
R: Una precisazione. Il primo anno la viola non ha vinto lo scudetto: siamo arrivate prime noi del Brescia. Loro, comunque, ci hanno messo poco. È chiaro che le risorse che hanno dei club professionistici non sono paragonabili a quelle dei dilettanti. Il loro apporto è fondamentale perché era quello che noi, addetti ai lavori e calciatrici, chiedevamo da tempo: si tratta di inserirsi in strutture già collaudate che possono offrirti tutto quello che serve. Si parla dell'élite sportiva. Allo stesso tempo, bisogna sempre ricordarsi di chi ha portato avanti questo movimento in Italia: tutte quelle società dilettantistiche, come il Brescia, da cui provengo, che hanno fatto la storia di questo sport e che ancora oggi sono nelle prime posizioni del campionato. È chiaro che il futuro passa, per forza di cose, per discorsi economici e credo che stiamo andando in una direzione positiva. E siamo molto contente perché così possiamo lavorare al meglio.

D: Fiorentina Women’s Football Club, Ravenna Woman, Empoli Ladies e Pink Bari. Oltre a giocare in un campionato femminile, è necessario specificare che siete donne anche nel nome della squadra? Non è ridondante (e sessista)?
R:
Mah, non l'ho mai vista in questa maniera: è una distinzione abbastanza comune che si usa non solo in Italia ma anche all'estero e non credo che la cosa sia connotata in maniera sessista. È solo qualcosa per differenziare le due squadre, credo. Dopo di che, la cosa più importante è il nome del club. Qua alla Juventus, ad esempio, ci chiamiamo solo 'prima squadra femminile' e 'prima squadra maschile'.

D: Quali sono le tre differenze più marcate rispetto al calcio maschile?
R: La principale è quella fisica: il corpo della donna e quello dell'uomo sono differenti, così come le prestazioni. Il calcio è lo stesso. Bisogna finire di fare paragoni tipo: «Cosa farebbe una ragazza se giocasse in una squadra maschile?» e cose simili. Sono due mondi separati che uniscono lo sport più amato al mondo.

D: Parliamo di stipendi. Secondo Calcio e finanza, Giorgio Chiellini guadagna 3,5 milioni di euro a stagione, Andrea Barzagli 3, Benatia 2,8 e Rugani 2. Tu, invece?
R:
Il punto è che noi non siamo professioniste. Anzi, che nessuno sport al femminile ha lo status di professionista in Italia. Il problema è che c'è la legge 91 del 1981 che va modificata e che, al momento, è allo studio in Parlamento. Molto dipenderà da quello per cambiare lo status delle atlete. Perché questa è la grossa differenza. Poi, se parliamo di cifre, bisogna capire che l'indotto che viene prodotto dal calcio maschile, attualmente, è differente da quello che può produrre il calcio femminile. E gli stipendi, che per noi dilettanti sono rimborsi spese, è chiaro che sono differenti. Mi pare che il calcio maschile sia la quinta industria a livello italiano per fatturato ed è difficile paragonarlo a uno sport che sta vivendo il suo anno zero.

D: Torniamo allo sport. Chi è il tuo idolo?
R:
Non mi ispiro a nessuno in particolare. Mi piacciono i giocatori che ci mettono sempre quel qualcosa in più, che ci mettono il cuore e quelli che cercano di essere corretti. Ovviamente mi ispiro anche a chi gioca nel mio ruolo e alle calciatrici. Quello che vorrei per il futuro per il calcio femminile è che non ci fossero più domande come «chi è il tuo idolo?» o «a quale calciatore ti ispiri?» ma: «a quale calciatrice ti ispiri?». Perché dobbiamo creare nuovi modelli per le bambine che praticano questo sport.

D: Nel calcio femminile la Figc investe 3,5 milioni di euro all'anno. Uno in meno dell'Olanda, che conta un terzo degli abitanti dell'Italia, mentre la Svezia spende 5,1 milioni, la Norvegia 7,2, la Germania 9, la Francia quasi 10, l'Inghilterra sfiora i 16. Bene ma non benissimo.
R:
Ne siamo consapevoli tutti che il calcio femminile in Italia non è stato molto considerato. Mi sento di dire che le cose iniziano a essere differenti e lo dimostra l'interesse dei club professionistici, lo dimostra la federazione che negli ultimi due anni ha pubblicato due norme, una sull'obbligatorietà di tesserare, tra Serie A, Serie B e Lega Pro, almeno 20 bambine under 12 per squadra e l'altra che ha permesso l'acquisizione delle prime squadre femminili, come ha fatto la Juventus, il Sassuolo, la Fiorentina, l'Empoli, l'Atalanta, che si è accorpata con il Mozzanica. Tutti si stanno muovendo nella stessa direzione. È ovvio che il gap con l'estero va colmato e credo che anche le risorse vadano aumentate. Intato sono stati presentati dei progetti a livello federale e sono stati stanziati dei finanziamenti. La macchina è partita.

D: Nel 2015, l'allora presidente della Lega nazionale dilettanti Felice Belloli avrebbe detto queste parole: «Basta! Non si può sempre parlare di dare soldi a queste quattro lesbiche». Cosa ne pensi?
R:
Questo è il passato. E non fa bene rivangarlo: finalmente siamo entrati in una nuova era del movimento femminile e credo che sia importante parlare in modo positivo del calcio femminile. Episodi del genere si commentano da soli e non possono fare altro che danneggiarci.

D: Perché, di solito, si associa l’omosessualità al calcio femminile, mentre in quello maschile è un tabù?
R:
Probabilmente la risposta è da ritrovare in una base culturale che vede la donna, specialmente nel nostro Paese, come un oggetto. Le viene spesso dato un ruolo di contorno e deve per forza rispettare determinati canoni di femminilità. E spesso sono criteri dettati dagli uomini. Quindi le donne dovrebbero corrispondere a un determinato ideale. Tutto qui.

D: Conosci calciatori uomini gay?
R:
No. Anche perché non frequento molti calciatori.

D: Quest'anno chi lo vince il campionato?
R:
A me piace fare i conti alla fine.

D: E in Serie A maschile?
R:
Stesso discorso. È chiaro che la Juventus c'è su tutti i fronti e punta a una sola cosa.

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