11 Ottobre Ott 2017 1646 11 ottobre 2017

Alessandro Milan: «Francesca era Wondy già prima del tumore»

Intervista al giornalista di Radio24, vedovo della moglie morta per un cancro al seno: «Da lei ho ereditato la positività. Ora diffondo la cultura della resilienza».

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Francesca Del Rosso E Alessandro Milan

Si è trasformata in un'eroina per combattere la battaglia contro il tumore al seno. Una vera Wonder Woman, per tutti semplicemente Wondy. Ha affrontato le operazioni, la chemioterapia e le recidive con grande forza d'animo, ottimismo e grinta. E se ogni giorno migliaia di donne si trovano a dover far fronte alla stessa malattia, la giornalista e scrittrice Francesca Del Rosso - Wondy, appunto - ha scelto di farlo con il sorriso e l'ironia, diventando un punto di riferimento e d'ispirazione per molti altri malati. Ha trasformato la terapia in un'avventura: Le chemioavventure di Wondy sono state pubblicate prima in un blog su Vanity Fair e poi in un libro, Wondy, ovvero come si diventa supereroi per guarire dal cancro.

Francesca si è spenta il 12 dicembre 2016 a 42 anni, dopo sei di lotta. Ad annunciarlo è stato il marito, il giornalista Alessandro Milan, con una toccante lettera d'amore pubblicata su Facebook che ha commosso milioni di utenti. Ma l’eredità di Francesca Del Rosso è rimasta nei libri che ha scritto e nell'associazione culturale fondata dal marito in sua memoria, 'Wondy sono io'. Un’eredità che il 30 settembre è stata riconosciuta anche dal prestigioso premio letterario 'La Baccante', assegnato ogni anno a un personaggio di fama internazionale per il suo apporto alla narrativa femminile in Italia e nel mondo. Il tutto proprio alla vigilia del mese per la prevenzione del tumore al seno, un periodo in cui ci si adopera per sensibilizzare sul tema e incoraggiare le donne a sottoporsi a periodici controlli medici. LetteraDonna ha parlato con Alessandro Milan che, «contagiato» dalla positività della sua Franci, a quasi un anno dalla scomparsa ne ha raccolto il testimone e sta portando avanti il suo messaggio di resilienza: «Trasformate le difficoltà della vita in opportunità».

La festa dei 40 anni di Francesca Del Rosso.

Foto: Mauro Consilvio

DOMANDA: Quando e come Francesca ha scoperto di essere ammalata?
RISPOSTA:
Era agosto 2010 ed eravamo in montagna, vicino a Lecco. È stata una giornata bellissima con una coppia di amici e i rispettivi figli. Come direbbe Francesca «una giornata perfetta». Quella sera a letto toccandosi ha sentito qualcosa sotto pelle. Siccome sia la mamma che la nonna avevano avuto un tumore al seno si è preoccupata e ha prenotato subito gli esami in ospedale. Purtroppo le hanno trovato non uno, ma ben due tumori al seno destro.

D: Come avete affrontato i sei anni di lotta che sono seguiti alla diagnosi?
R:
Lei è sempre stata vitale, entusiasta, allegra, gioiosa. Ha avuto una qualità di vita anche molto buona. Ad agosto 2016 abbiamo fatto un viaggio bellissimo in Malesia con la famiglia, per fare un esempio. Franci aggrediva la vita giorno per giorno, ogni occasione era buona per festeggiare.

D: Il tumore al seno colpisce principalmente le donne e quindi spesso molti uomini non ci pensano, se non quando si ammala un loro caro. Tu come hai vissuto il cancro che ha colpito Francesca?
R:
Anche chi sta vicino a una persona malata soffre, anche se naturalmente chi è malato soffre di più. Poi noi abbiamo anche due bambini perciò dovevamo tenere un equilibrio complicato. All'inizio vorresti spaccare il mondo, le dici: «Non preoccuparti, facciamo tutto assieme, ti accompagno alle visite». Poi, quando passano gli anni e vedi che non ci sono miglioramenti, o anzi, come nel mio caso, arriva la tragedia, naturalmente subentrano tutta una serie di emozioni: la rabbia, lo scoramento, la tristezza, come è normale. Ma la forza e la positività che aveva Francesca alla fine le ha trasmesse anche a me.

D: Dopo la morte di tua moglie le hai scritto una lettera d'amore meravigliosa, che sui social ha ottenuto decine di migliaia di condivisioni, supporto e commozione. Rendere gli altri partecipi del dolore può aiutare?
R:
Sì, ha avuto una risonanza che non mi sarei mai aspettato e che ancora adesso non so spiegarmi. Il post è stato visto da 7 milioni di persone. Se si pensa che in Italia gli utenti di Facebook sono 21 milioni, vuol dire che uno su tre l'ha letto. Certamente può aiutare. L'ho visto anche con Francesca, quando aveva aperto il blog su Vanity Fair che era seguitissimo. Non sai quante persone le scrivevano per ringraziarla, per raccontarle le proprie storie: aveva creato una comunità. Poi lei non scriveva con toni patetici, ma anzi usava l'ironia e così facendo regalava un sorriso a chi soffre.

Francesca Del Rosso in viaggio a Cuba.

D: Tra tante cose, nella lettera hai scritto: «Sfido chiunque ti abbia conosciuta a raccontarmi una volta in cui ti ha vista o sentita piegata dalla vita». Davvero Francesca non crollava mai? O non lo mostrava?
R:
Lei era così. 'Wondy' non è un nome che ha inventato quando combatteva il cancro, era un soprannome che le avevano dato gli amici dell'università perché faceva sempre mille cose: lavorava, studiava, scriveva. Era un vulcano, una vera e propria Wonder Woman. E aveva affrontato il tumore con lo stesso carattere, il suo.

D: Francesca ha sempre chiamato il cancro per nome, senza nascondersi dietro a eufemismi.
R
: Questa è stata forse la battaglia di cui andava più orgogliosa ma che la faceva anche più arrabbiare. Diceva sempre che il nostro è un Paese strano: quando qualcuno muore di tumore non si nomina mai la causa, ma si dice «una lunga malattia» o «un male incurabile», poi però la parola cancro viene usata a sproposito in altri contesti che nulla hanno a che vedere con la malattia. Così, ogni volta che Francesca sentiva frasi come «La droga è il cancro della società» o «La mafia è il cancro del nostro Paese», si infuriava perché, per i malati di tumore, quella parola ha un significato ben preciso che è legato a una realtà per loro dolorosa.

D: Sembrava che Francesca stesse così bene, ti dicevano in molti. E invece affrontava una battaglia dopo l'altra.
R:
Sai, anche nell'ultima fase, mia moglie prendeva dei farmaci sperimentali per tenere a bada la metastasi. Quindi non aveva effetti fisici sul corpo. Poi però era anche consapevole che l'aspettativa di vita nella sua situazione era, secondo le statistiche, di massimo 17 mesi. Lei ne ha resistiti 19, ma in quel periodo aveva comunque la sensazione del tempo limitato che le restava da vivere, dei momenti di dolore e di fatica, il rimpianto di non poter vedere crescere i bambini. Però, invece di ripiegarsi in se stessa, aveva deciso di reagire facendo progetti, con entusiasmo. Diceva: «Se ho poco tempo allora facciamo, festeggiamo, viaggiamo». Senza mai farlo pesare agli altri. Prima di scoprire che la metastasi era arrivata al cervello, aveva sempre fatto progetti per il futuro. A ottobre 2016 era uscito il suo ultimo romanzo e già stava pensando al libro successivo quando a novembre è arrivata la diagnosi. È morta un mese dopo.

D: Come si rapportano le persone nei confronti del tumore?
R:
Francesca diceva che la malattia ti aiuta a fare chiarezza, a tagliare i «rami secchi», per così dire. Ti accorgi che alcune persone su cui avevi grandi aspettative sono invece individui che è bene perdere piuttosto che trovare. Mentre altre, da cui magari non te lo aspettavi, ti sorprendono, dimostrando una grande profondità. E dopo essersi ammalata, Francesca privilegiava la compagnia di chi le dava qualcosa: «Mi rimane poco tempo, non ho tempo da perdere con certe persone», diceva.

D: Francesca ha raccontato la sua lotta in un libro che quest'anno ha vinto il premio letterario 'La Baccante'.
R:
È un riconoscimento molto importante, che nelle precedenti edizioni era stato vinto da grandi scrittori di fama internazionale. E il fatto che, oltre all'associazione, abbiano voluto premiare proprio la Francesca scrittrice, mi ha molto inorgoglito. Lei era giornalista sì, ma il suo sogno fin da bambina era fare la scrittrice. È riuscita a pubblicare 5 libri e, se io magari sono di parte, a detta anche di altri scriveva bene, era brava. Quindi è un premio a cui tengo molto.

D: In che modo la storia e l'esempio di Francesca possono aiutare altre donne nella sua situazione?
R:
Di certo a vedere le cose e affrontarle nel giusto modo. Dopo aver pubblicato Wondy, ovvero come si diventa supereroi per guarire dal cancro, i commenti che raccoglieva con maggiore frequenza erano di persone che le scrivevano per ringraziarla per come aveva affrontato la malattia. È diventata un punto di riferimento per chi soffre, non solo per chi soffre ma anche chi ha un caro malato: una moglie, un genitore, un figlio. «Hai dato voce a tutto quello che vorrei dire io ma non riesco», le dicevano.

'In viaggio con Wondy', la mostra dedicata a Francesca Del Rosso.

Foto: Mauro Consilvio

D: Dopo la morte di tua moglie hai fondato in sua memoria 'Wondy sono io'. Perché un'associazione di tipo culturale?
R:
Noi non siamo né una onlus né facciamo ricerca sul cancro, ci tengo a precisarlo. Noi facciamo cultura e vogliamo diffondere quella della resilienza, ovvero come trasformare le sofferenze e le difficoltà della vita in opportunità. Questo è un punto fondamentale. Non è una questione legata soltanto alla malattia, ma anzi la vogliamo slegare. Tutti noi, ogni giorno, dobbiamo affrontare difficoltà piccole e grandi. Nel mio caso si è trattata di una tragedia. Resilienza vuol dire essere reattivi di fronte alle difficoltà e non limitarsi a subirle e basta.

D: Quali sono le principali attività dell'associazione?
R:
Ovviamente un progetto che mi sta molto a cuore è il premio letterario dedicato alla resilienza e rivolto alle opere letterarie che raccontano come fare fronte in modo positivo agli ostacoli della vita. Quest'anno, per la prima edizione, sono arrivati 80 libri: quasi tutte le case editrici hanno mandato qualcosa. Il 12 dicembre 2017, a un anno e un giorno dalla morte di Franci, annunceremo i sei finalisti e il 5 marzo 2018, al teatro Manzoni di Milano, ci sarà la premiazione dei vincitori. La giuria è molto prestigiosa: il presidente è Saviano, poi ci sono Daria Bignardi, Ferruccio de Bertoli, Donatella Di Pietrantonio (vincitrice del Premio Campiello 2017, ndr), Paolo Cognetti (Premio Strega 2017) e Chiara Gamberale. Inoltre, stiamo portando in giro per diverse città d'Italia la mostra fotografica "In viaggio con Wondy": 15 tavole che raccontano il percorso di Francesca da quando ha scoperto di avere "due sassolini" nel seno destro.

D: Quanti sono i soci?
R:
Al momento ci sono 700 persone, e tutte sono arrivate tramite passaparola. Speriamo di essere sempre di più per trasmettere il messaggio positivo di Francesca. È possibile associarsi sul sito wondisonoio.org, la quota è di 25 euro all'anno che servono a sostenere le attività promosse dall'associazione.

D: L'associazione, il premio letterario, la mostra. Tutto gira intorno alla cultura e alla letteratura: che ruolo possono avere nella lotta alla malattia?
R:
Hanno rotto dei tabù su tante cose che anni fa non si potevano dire, come appunto la parola tumore. Prima si aveva timore persino di pronunciarla, ora ci sono tanti libri che ne parlano. Parlarne, condividere, per non restare soli, isolati. Il dolore è per forza di cose solitario, ma se uno lo manifesta e lo condivide, lo vive meglio.

Francesca Del Rosso, moglie di Alessandro Milan, morta a 42 anni dopo sei anni di lotta contro un tumore al seno.

Foto: Mauro Consilvio

D: Questo è il mese per la prevenzione del tumore al seno. Qual è l'eredità di Francesca?
R:
A ottobre parteciperemo a diverse iniziative per sensibilizzare sul tema. I primi del mese siamo scesi in piazza con l'AIRC per l'accensione di rosa del Duomo. Una ricercatrice spiegava che l'obiettivo è la guarigione del 100% dei pazienti entro 5 anni dalla diagnosi del tumore al seno. Ora la guarigione è circa all'80%. Francesca è stata sfortunata perché aveva un triplo negativo con il gene brca1 (lo stesso di Angelina Jolie, ndr) modificato che aumenta esponenzialmente il rischio di metastasi. Ma con la ricerca e lo studio cresce anche il numero di donne che guarisce. Perciò parlarne è importante.

D: Pensi che lo si faccia sufficientemente e nel modo corretto?
R:
Adesso sì. Basti pensare che qualche giorno fa, in un evento pubblico, Luca Colombo, country manager di Facebook Italia, ha raccontato di essere uno dei rarissimi uomini colpiti dal tumore al seno. Un racconto del genere da parte di un uomo dieci anni fa sarebbe stato impensabile: sarebbe stata percepita come una cosa da nascondere e di cui vergognarsi. Sono stati fatti passi da gigante, ma bisogna parlarne ancora di più.

D: Ci sono dei consigli che, sulla base della tua esperienza, ti senti di dare alle donne e alle ragazze per sensibilizzare sul tema della prevenzione?
R:
Controllarsi. Lo diceva sempre anche Franci: con la strumentazione sofisticata che c'è adesso aumentano le chance di una diagnosi precoce e trovarlo il prima possibile aumenta le possibilità di guarigione. Non sai quante amiche di Francesca, dopo che le è stato diagnosticato il tumore, sono andate a fare dei controlli che prima non facevano. Ancora adesso mi dicono: «Sto andando a fare una mammografia». Se la storia di Francesca fosse servita almeno a questo, a sensibilizzare sul tema della prevenzione, sarebbe già una gran cosa.

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