9 Ottobre Ott 2017 1952 09 ottobre 2017

Ilva Taranto, il tumore non sciopera: «Politica e sindacati con licenza di uccidere»

Mobilitazione degli operai davanti alla fabbrica. Rita Corvace, portavoce del Comitato Liberi e Pensanti. «Io, avvelenata dal mostro, non smetto di lottare». 

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Taranto Ilva

«Un dramma di acciaio vale tutto questo?». A porsi retoricamente la domanda è Rita Corvace. Tarantina, 40 anni, gli ultimi quattro a combattere con un tumore che col tempo le ha tolto anche la forza di occuparsi delle più futili faccende domestiche. L'ospedale Giuseppe Moscati, quello dove a intervalli regolari è in terapia per sconfiggere il male che la accompagna, si trova proprio lì, a due passi dal mostro industriale che, secondo i medici del Veronesi di Milano, sarebbe la causa del suo cancro: l'Ilva di Taranto. Dalla vetrata su cui affaccia il reparto di chemioterapia Rita, ad ogni seduta, vede l'acciaieria sbuffare fuoco e polvere. «Oltre al danno la beffa», racconta con amarezza e un pizzico di ironia a LetteraDonna. Suo marito, Massimiliano Russo, da 15 anni è operaio della fabbrica. E il 9 ottobre, insieme ai colleghi, era in presidio per lo sciopero indetto da Fim, Fiom, Uilm e Usb contro i tagli di forza lavoro annunciati da Am Investco Italy e le nuove condizioni di inquadramento contrattuale dei lavoratori. «Le istituzioni hanno permesso tutto questo. Hanno dato la licenza ad ucciderci ma noi non abbiamo neanche il diritto alla cura», afferma Rita mentre spiega cosa l'ha spinta a diventare portavoce della sezione femminile del Comitato Liberi e Pensanti di Taranto, l'associazione di operai nata nel 2012 per denunciare i problemi del territorio legati all'acciaieria.

Rita Corvace del Comitato Liberi e Pensanti di Taranto.

Foto Maria R. Suma.

DOMANDA: Rita, come e quando hai deciso di scendere in campo con il comitato?
RISPOSTA:
Mi sono unita al progetto grazie alla classica scena in cui il marito torna a casa la sera e ti racconta la sua giornata. Le storie che ho ascoltato mi hanno spinto a partecipare alle assemblee pubbliche per strada, in cui erano coinvolti tutti i cittadini. Quando mi sono avvicinata al comitato non mi ero ancora ammalata, poi nel giugno 2013 mi è stato diagnosticato questo cancro al seno al quinto stadio. Di lì ha avuto inizio la mia vera battaglia, perché poi facendo un test genetico a Bari e al Veronesi di Milano è risultato che il tumore avesse una fonte inquinante. Molti parenti da parte di mia mamma avevano avuto lo stesso problema di salute, per questo i medici avevano richiesto un test genetico volto a verificare la percentuale di eredità del male. «Purtroppo questa fabbrica continua ad avvelenare tante persone e ha avvelenato anche lei», mi hanno detto quando mi hanno comunicato il responso delle analisi. Niente di genetico, dunque. Poi ho subìto una mastectomia, e dagli esami è risultata la presenza di metalli, ferri e quant'altro.

D: Come pensi di esserti ammalata?
R:
Ahimè lavavo i vestiti di lavoro di mio marito, quando all'epoca lasciavano portare i giubbotti e l'abbigliamento a casa. Chi più di una moglie sta a stretto contatto con questi indumenti? Poi successivamente hanno inserito le lavanderie all'interno della fabbrica per lavare le tute degli operai. Io credo che la causa sia stata quella, oltre al fatto di respirare aria malata di diossina.

D: Come prosegue la tua lotta contro la malattia?
R:
Sono ancora in cura, ho fatto 50 cicli di chemio in un paio d'anni, ho tolto prima i seni, poi il male è passato all'ovaio, poi all'utero, e ho subìto parecchi interventi. Adesso seguo una terapia di mantenimento, che però mi sta dando parecchi problemi nel camminare, nel respirare, anche perché continuo a inalare l'aria infetta di questa città. A Taranto non c'è un polo oncologico ma soltanto un reparto di oncologia in cui ci sono 6 o 7 posti letto, uno soltanto per la chemioterapia tenuto su proprio con i bulloni, e infine uno di ematologia. Sono circa 120 le persone in lista ogni giorno ad aspettare seduti in mezzo alle scale perché non ci sono neanche posti a sedere. Tra l'altro al Moscati fanno solo terapie, per tutti gli accertamenti siamo costretti a fare i viaggi della speranza. Non c'è personale, per la radioterapia abbiamo dei macchinari vecchissimi che ogni poco si rompono e restiamo quattro o cinque giorni a casa perché non sostituiscono le attrezzature.

D: Ha mai pensato di lasciare Taranto?
R:
Io non ce l'ho con la città. Ce l'ho col sistema che l'ha violentata e ha portato veramente al genocidio. Lo chiamo genocidio perché qui non c'è una persona che non abbia uno o due familiari, compresi i bambini, ammalati. E si continua a parlare solamente di produzione. Mai che venga fatto un cenno ai problemi di salute. Per ironizzare potremmo dire che sul registro tumori non c'è più un rigo di spazio per aggiungere nomi. Nel 2020 ci sarà un picco delle malattie tumorali. C'è una percentuale che supera il livello della normalità di mortalità. Il tumore è ormai la malattia del secolo, ma qui parliamo di un'alta percentuale la cui natura è collegata all'inquinamento. Tutto certificato dai registri, tutto scritto nero su bianco da chi studia il fenomeno. Qui si lotta: gridiamo, partecipiamo a tutte le iniziative possibili per far sentire la nostra voce, ma non ci ascolta nessuno. La città sta morendo giorno dopo giorno. I bambini non hanno posti dove giocare: nei giorni del wind day, nei quali ci dicono di chiuderci in casa e di non uscire in determinate fasce orarie, non possiamo neanche aprire la finestra perché le polveri si alzano a causa della mancata copertura dei parchi minerari della fabbrica. In quegli orari i bambini vanno a scuola.

Una delle tante proteste dei lavoratori dell'Ilva di Taranto.

D: Puoi spiegrci cosa ti ha spinto a rimanere?
R:
L'unica cosa che mi porta ad avere una visione diversa è sapere che mio marito lo fa per non far mancare nulla alla mia famiglia innanzitutto, ma soprattutto che lui è lì dentro per lottare. Non è una giustificazione, io ero la prima ad essere arrabbiatissima quando ho scoperto di essere malata e volevo andare via da Taranto. Mio marito vuole continuare la sua battaglia dall'interno. Quando seppi di avere il tumore io me ne volevo andare via, ma Massimo vuole continuare a denunciare perché lui crede ancora nel cambiamento e io lo sostengo.

D: Cosa prova una madre a vedere crescere i propri figli in un territorio come questo?
R:
È terribile: qui non vivi, sopravvivi con la paura per il futuro dei tuoi figli. Mia figlia ha diciotto anni ed è già in prevenzione a causa della mia malattia. Ha 18 anni, a breve farà la sua prima ecografia e a 25 anni la sua prima mammografia. E io sono ovviamente molto angosciata perché vive in una città in cui la probabilità di ammalarsi è maggiore che nelle altre zone d'Italia. Purtroppo la prima parola che esce dalla bocca dei ragazzi è : «Voglio andare via da questa città». Qualcuno potrebbe non crederci, ma qui c'è solo malattia. Ogni giorno invece di raccontarci del film che abbiamo visto la sera prima, ci ritroviamo a parlare di una bambina che si è ammalata e che è in ospedale a lottare, o di un bambino che conoscevamo che non ce l'ha fatta. Questo è il racconto di Taranto.

D: Cosa vuol dire vedere tuo marito andare a lavorare ogni giorno nel 'mostro d'acciaio'?
R:
Mio marito lavora da 15 anni all'Ilva. Il 9 ottobre ha partecipato allo sciopero per far sentire la propria voce agli altri operai. Purtroppo non tutti portano avanti la stessa tesi: c'è chi comunque cerca di salvaguardare la salute prima del lavoro. Ma bisogna dire che per non ci sono tutele, così come per i familiari e tutti gli abitanti di questa città. Ci sono purtroppo anche dipendenti che pensano a come portare il piatto a tavola, che in un altro contesto sarebbe un ragionamento normale, ma no quando c'è di mezzo la salute. L'Ilva cade a pezzi, non è in sicurezza. Oltre al problema dell'inquinamento, non bisogna dimenticarsi di tutti i lavoratori che hanno perso la vita per crolli dovuti alla fatiscenza delle struttura.

D: Quale sarebbe, secondo te, una soluzione per il futuro dell'acciaieria?
R:
Quando la fonte di reddito è una sola e rischi di perdere anche quella, quando hai un mutuo o un affitto da pagare e i figli da far studiare perchè credono ancora in un futuro, credi che il risanamento e ambientalizzazione siano le uniche strade che possano salvare la loro salute. Poi però pensi alla tua storia di malata oncologica, ad adulti e bambini che rischiano la vita. Senti i racconti di chi quella fabbrica la conosce bene e dice che l'ambientalizzazione è una favola per tenere buoni ancora per un po' di tempo gli operai e decidi che quel ricatto che ti costringe a scegliere tra salute e lavoro non lo puoi proprio accettare. La situazione in cui si trova Taranto è stata fortemente voluta da politica e sindacati: tenere un'intera città sotto il ricatto occupazionale serve ai poteri forti per fare i propri comodi, per arricchirsi a scapito di persone a cui viene tolto il diritto alla cura, ad una malattia dignitosa, perfino a una morte dignitosa. I modi per uscire fuori da questa situazione ci sono. Altrove è stato fatto. Taranto invece deve essere sacrificata in nome di non si sa che cosa.

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