25 Settembre Set 2017 1735 25 settembre 2017

Krav Maga, a scuola di difesa con Corvaglia e Canalis

Intervista a Gabrielle Fellus, l'istruttrice delle ex veline di Striscia la Notizia: «Fondamentale il lavoro sulla testa. Gestire la paura è il primo passo per combattere la violenza sulle donne». 

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Krav Maga

Possono aggredirti da dietro. Circondarti. Avvicinarti con una scusa: «Devo andare in questa via, puoi aiutarmi?». Approfittare di una tua distrazione, magari mentre mandi un sms o ti sistemi le cuffie dello smartphone. E perché no, offrirti un passaggio a casa; in fondo l'hai appena conosciuto e sembra simpatico, carino. Gli episodi di violenza sulle donne nascono così. Dal nulla. E quando ti ci ritrovi dentro, come fai a scappare? Vorresti gridare, ma per la paura non ti esce un filo di voce. Vorresti correre via, ma ogni muscolo del corpo è paralizzato. In più non vedi vie di fuga, perché il terrore ti acceca. Sono molteplici gli di episodi di abusi, purtroppo all'ordine del giorno come ricordano le cronache di quest'estate. Aggressioni per la strada, com'è accaduto a Roma a una turista finlandese, a Rimini a una studentessa spagnola in Erasmus, a Firenze dove i carnefici sono addirittura due carabinieri, rappresentanti delle forze dell'ordine che dovrebbero garantire la sicurezza. Ma anche tra le mura domestiche: è la storia di Noemi, uccisa dal fidanzato violento nel Leccese. Le istituzioni si stanno muovendo. Il presidente della Camera Laura Boldrini ha lanciato un appello a tutte le forze politiche affinché si uniscano in un provvedimento in grado di aumentare la protezione e la tutela per le vittime, oltre che inasprire le pene contro i violenti. Sono operazioni che però vanno a rilento: i tempi della politica e della burocrazia italiana, si sa, non possono essere alleati nell'immediato.

A SCUOLA DI KRAV MAGA

Nel frattempo, dunque, meglio prendere precauzioni e cercare di imparare a difendersi. Come ha fatto Gabrielle Fellus, nata a Tripoli da genitori francesi. Vivevano in Libia per lavoro, finché un colpo di Stato, verso la fine degli Anni '60, li ha costretti a fuggire con lei ancora neonata. Una zia aveva messo radici in Italia, e così sono finiti a Roma. Fino a 20 anni Gabrielle è rimasta nella capitale, quindi si è trasferita a Milano dove ha iniziato a lavorare nella moda: «La battuta più classica è che prima gli uomini li vestivo, poi ho iniziato a picchiarli», racconta a LetteraDonna. Già, perché da 16 anni è istruttrice di Krav Maga, letteralmente 'combattimento con contatto ravvicinato', disciplina di autodifesa nata in Israele. Ed è la prima donna ad aver raggiunto il livello di Expert 1 in Italia (il massimo è Expert 4), dove ormai sono centinaia le scuole dell'Ikmf, International Krav Maga Federation.

NON ESCO, SENTO IL SUO ODORE

Tra le sue allieve, anche Maddalena Corvaglia (con cui ha fondato l'associazione di autodifesa I Respect) ed Elisabetta Canalis. E poi bambini, ragazzi, adulti, anziani: i corsi sono aperti a tutti. E le loro storie, per forza di cose, si intrecciano. I più piccoli che cercano di uscire dal bullismo. I più grandi, e le più grandi, da una situazione di violenza o che magari hanno subito in passato. «Ho lavorato con donne incapaci di uscire da casa perché sentivano ancora l'odore del loro assalitore. Altre picchiate dal marito. O aggredite dal branco, in strada e in discoteca», spiega Gabrielle. Il lavoro da fare è molto: non è che la gente arriva in palestra, racconta la sua vita, si iscrive e in pochi giorni diventa Bruce Lee. «È difficile gli che allievi si confidino già dalle prime lezioni, occorre tempo», continua. «Poi, per quanto mi riguarda, imposto la mia scuola come una piccola grande famiglia, dove chi è più esperto dà sempre una mano a chi non lo è. E così si arriva al punto in cui capiscono di potersi fidare».

Gabrielle Fellus, istruttrice di Krav Maga.

DOMANDA: Perché è importante instaurare un rapporto di fiducia con i suoi allievi?
RISPOSTA:
Per far capire loro che il lavoro svolto non ha come obiettivo il combattimento, ma la gestione della paura. Un'aggressione genera adrenalina. Di solito avviene all'improvviso, in modo inatteso, e scarica si traduce in terrore, paralisi. Il Krav Maga fornisce strumenti per abituare la mente e il corpo a quel tipo di situazione. Con l'abitudine, piano piano la mente capisce che da quella condizione si può uscire, e a testa alta.

D: Abituarsi all'idea di essere aggrediti non è un po' troppo per i nervi?
R:
Non si diventa certo isterici se ci si guarda attorno, se non si cammina con il cellulare perennemente in mano. Sono piccoli accorgimenti, come dare un'occhiata ai quattro punti cardinali nell'ambiente in cui ti trovi, creare un proprio spazio tra te e qualcuno che ti si avvicina con fare sospetto. Non è tanto diverso rispetto a quello che viene insegnato ai militari: imparare dove andare.

D: Però le tecniche del Krav Maga vengono insegnate nell'esercito israeliano, francese, in America. Non si rischia di venire addestrati come dei veri e propri militari?
R:
No. Ci sono tantissimi livelli di apprendimento. Cinque step per principianti, da P1 a P5, altri cinque per istruttori (G1-G5) e infine quattro livelli Master. E il primo livello, quello base, è la prevenzione: difendersi, magari tirare qualche pugno o calcio non per il gusto di fare male, ma per ottenere qualche secondo di vantaggio e scappare da una situazione di pericolo.

D: Quindi non si impara per forza a combattere veramente.
R:
Deve essere chiaro un concetto. Non è che se ti iscrivi a un corso, poi diventi Wonder Woman e sei capace di anticipare ogni singolo attacco mettendo ko un intero battaglione di malviventi. Serve innanzitutto consapevolezza del fatto che se un bandito ti attacca, il primo colpo potresti anche subirlo. Se ti trovi davanti a qualcuno che ti minaccia fisicamente, la paralisi è la reazione più comune e il cuore sale a 200 battiti al minuto invece che a 80. Se però sei preparata a queste reazioni puoi anche provare a controllarle. È poi l'allenamento che ti abitua al pericolo, finché la mente, con l'aiuto delle tecniche che insegniamo, imparano automaticamente a trovare una via di fuga.

D: Si lavora sulla testa, quindi, prima che sulle mani.
R:
Il nostro guerriero è quello che previene il pericolo quando è possibile, ma se viene aggredito da un animale allora in animale deve trasformarsi, non per fare del male come detto, bensì per portare a casa la pelle. Gli attacchi arrivano quando meno te l'aspetti. Se sei allenata, il Krav Maga può dare gli strumenti giusti per canalizzare le emozioni e i riflessi che abbiamo nel nostro Dna. Alzare il braccio se ricevi un pugno. Fuggire dopo aver messo ko l'aggressore. Sentirsi forte non quando si colpisce, ma quando si viene colpiti, perché si è subito pronti a reagire. Una reazione che l'aggressore non può certo prevedere.

D: Come si esce da un'aggressione?
R:
Con la difesa e il contrattacco contemporaneo. È come suonare il pianoforte. All'inizio sembra impossibile utilizzare la mano destra per una sinfonia e la sinistra per un'altra. Nel tempo impari indistintamente a usare le due mani e nel Krav Maga è la stessa cosa. Il nostro corpo ha una serie di punti deboli comuni a tutti, alti, bassi, magri e grassi. Un pugno sul naso genera lacrimazione per almeno 10 secondi. Un colpo sulla trachea, situata in mezzo al collo, o ai genitali, toglie il fiato per diversi secondi. Abbastanza per scappare.

Gabrielle Fellus durante un allenamento di Krav Maga.

D: Dopo quanto tempo si possono vedere i primi risultati per chi comincia da zero?
R:
Con un allenamento a settimana, bastano anche tre mesi. Per fare i primi esami, circa otto mesi.

D: Il tuo primo maestro?
R:
Philippe Kaddousch, svizzero. Mi massacrava. Mi urlava contro in continuazione. «Gabrielle, non capisci niente!». Poi un giorno mi spiegò le sue ragioni. Ero in un corso di soli uomini, in media hanno il 70% di muscolatura più sviluppata rispetto alle donne. Mi disse: «Se vuoi diventare istruttrice, devi realizzare queste tecniche alla perfezione, meglio di tutti loro».

D: Quante sono in media le persone iscritte che vogliono uscire da una situazione di violenza?
R:
Ho un centinaio di allievi, direi che siamo intorno al 20%. Difficile però fare una stima precisa. Come detto, non te lo vengono a dire al primo giorno di corso. Qualche volta mi capita di intuire ci sia qualcosa che non va. E per i casi estremi le lezioni sono individuali, ad esempio per chi è vittima delle violenze domestiche.

D: Per certi versi ancora più pericolose.
R:
Sì, perché la vittima vive con una persona che da una parte dice di amarla, dall'altra la aggredisce fisicamente. Magari la donna è portata a credere sia quasi normale, che faccia parte delle dinamiche di una coppia. Quando capisce che invece di normale non c'è niente, allora è qui che comincia un percorso, difficile, in cui noi possiamo aiutarla. Innanzitutto deve difendersi con la voce, alzarla se serve: «Tu le mani addosso a me non le metti, non devi permetterti». Deve trasmettere al marito, il compagno o chi per lui, un concetto chiaro: la prossima volta che prova a toccarla, lei può avere la forza di fargli un occhio nero per legittima difesa, di uscire di casa e denunciarlo.

D: Sono più gli uomini o le donne iscritte ai suoi corsi?
R:
All'inizio solo e soltanto uomini. O quasi. Adesso si è creato molto equilibrio tra maschi e femmine, con un'età media che va dai 20 ai 40 anni, complice il fatto che io sono molto attiva nella lotta alla violenza contro le donne.

D: In che modo esercita il suo attivismo?
R:
Non lavoro soltanto con la scuola. In due ospedali di Milano ho tenuto diversi seminari gratuiti rivolti agli operatori, infermieri e dottori. Proprio di recente a Catania c'è stato l'episodio della dottoressa violentata nella guardia medica, perché al pronto soccorso bisogna essere preparati a tutto, mentre a novembre realizzeremo una simulazione aperta a tutti, sempre a Milano, di quello che può accadere durante un attacco terroristico, con armi, esplosioni e finti terroristi.

D: L'autodifesa è l'unico rimedio possibile alla violenza contro le donne?
R:
Non basta. Camminare in strade sicure probabilmente è utopia ma, per come la vedo io, credo si debba investire nelle forze di polizia. Dal punto di vista tecnologico, della preparazione, e anche della retribuzione. Il territorio deve essere tutelato con una presenza maggiore e le forze dell'ordine devono essere addestrate con tecniche moderne, utili anche nella lotta contro il terrorismo. Capisco si vogliano inasprire le pene per gli aggressori, ma non sarà un paio di anni in più di carcere a fermare i violenti.

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