22 Settembre Set 2017 1056 22 settembre 2017

Ghemon: «In 'Mezzanotte' racconto la mia depressione»

Il rapper di Avellino torna con un nuovo album dopo tre anni di stop. Lo fa raccontando la sua malattia senza nascondersi perché «stare male non è un difetto». Ha parlato anche del collega Achille Lauro, nuovo concorrente di Pechino Express 2017.

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Ghemon - Mezzanotte

Si fa chiamare Ghemon, come l’inseparabile spalla di Lupin, ma le affinità tra il rapper Gianluca Picariello e il samurai silente idolo di tanti ragazzi si infrangono dopo pochi minuti di chiacchierata. Il cantante di Avellino, classe 1982, non è tipo che nasconde le emozioni come il ladro inventato dal mangaka Monkey Punch, e appena inizia a parlarci di Mezzanotte, il suo ultimo album, uscito venerdi 22 settembre 2017, la voce cambia subito ritmo. «È il debutto in società di un figlio appena nato e anche se ormai sono abituato a certe esperienze c’è sempre un po’ di trepidazione», racconta Ghemon a LetteraDonna. Un disco che i fan aspettavano con ansia anche perché arriva a tre anni di distanza da ORCHIdee.

DOMANDA: Come mai hai aspettato così tanto?
RISPOSTA:
È stato un periodo denso di cambiamenti professionali. ORCHIdee ha segnato il mio debutto con una band, ma anche un’evoluzione nel mio modo di fare musica, perché con quell’album ho iniziato a mixare il rap con testi più melodici. Il tour, che sarebbe dovuto essere breve, alla fine è durato due anni mezzo, belli ma anche stancanti, e poi ho avuto dei momenti difficili a livello personale.

D: Tipo?
R:
Una convivenza finita, cosa sempre difficile da metabolizzare, e una grande solitudine, accompagnata da una depressione confermata due volte e da attacchi d’ansia.

D: «Ogni guerriero delle volte deve andare giù», canti in È bellissimo, uno dei testi di Mezzanotte. Quanto c’è di te?
R:
Tanto, se non vivo non scrivo. Oggi assistiamo a forme d’arte molto egoiche, il Super-io sempre davanti sui social, è lo specchio della società di Instagram, dove niente è mai davvero come sembra. Non si pubblicano foto in cui si sta male, in cui non si è al meglio. Io volevo mostrarmi per quello che sono, ho fatto una riflessione su di me. È la prima volta che mi approccio a un argomento di questo tipo, ma le cose che vivo io sono le stesse che vivono gli altri, ci sono tante persone nella mia situazione.

D: «È andato tutto storto ma sono vivo». Come hai ritrovato la strada giusta?
R:
Lottando, anche quando ho dovuto fare i conti con la malattia, prendere le misure e farmi aiutare. Nessuno vuole mai mettere le mani su certi argomenti, ma è giusto e importante parlarne. Nella mia solitudine ho trovato persone che sono state capaci di starmi vicino, amici che si sono rivelati preziosi. Ti accorgi di chi hai intorno solo nelle difficoltà. Non lo dico con amarezza, sia chiaro, ma c’è pure gente che nei momenti stronzi è il massimo della misantropia.

D: Tu lo sei stato?
R:
No, io non do mai la colpa agli altri, più spesso a me stesso, ma ora so su chi posso contare davvero.

D: C’è autobiografia anche quando parli di attacchi di panico?
R:
Ho avuto attacchi d’ansia più che di panico, me ne sono accorto quando ho visto quelli veri, che bloccano chi ne soffre. Non ho mai fatto mistero di come stavo, anche seduto a prendere un bicchiere di vino con una ragazza, perché era una cosa che faceva parte di me. Non l’ho mai usata per impietosire, ma nemmeno mai nascosta. Stare male non è un difetto, e quando leggo i fan che mi scrivono cose del tipo «Con questa canzone mi hai salvato la vita», sono felice perché mi sento come loro.

D: Fan che ti adorano, in particolare le ragazze. Che effetto ti fa essere definito «uno gnocco»?
R:
Leggo, sorrido e mi dico: «Lo so!» (ride, ndr).

D: Che rapporto hai con gli haters che spopolano sui social?
R:
Con me hanno perso ogni speranza, non do loro nessuna chance. Prima mi ferivano, ora non fanno più male.

D: In Mezzanotte hai fatto tutto tu: testi, musica e melodia. Qual è stata la sfida più grande?
R:
È stato molto bello perché ho fatto cose che non pensavo di riuscire a fare. Ho poca educazione musicale, se suonassi da solo sarei come Chopin dopo un ictus (sorride, ndr). Grazie alla band, però, sono riuscito a creare una mia dimensione artistica. La cosa più ardua è stata armonizzare l’italiano con il rap. È una lingua più difficile rispetto all’inglese, che da sempre accompagna il genere. L’inglese ha tante parole tronche, in italiano ce ne sono pochissime, è stata tosta.

D: Hai mai pensato a un brano in inglese?
R:
Preferisco l’italiano, è una bella sfida.

D: Il nuovo album è molto particolare perché più cantato rispetto al classico rap. Da dove nasce questa evoluzione?
R:
Da un’esigenza di originalità, me la porto dietro fin da ragazzino, quando facevo rap ad Avellino, la mia città. Ascoltavo anche altri generi, volevo distinguermi. «Che palle, facciamo rap», mi dicevano gli amici. Poi mi sono messo a studiare, mi sono avvicinato a blues, soul, funk e jazz . Se c’è una cosa di cui vado fiero è che se mi chiedono che genere sia il mio non posso rispondere. Vive di contaminazioni, è un vanto.

D: È vero che all’epoca di ispiravi ai pezzi di J-Ax?
R:
Sì, avevo 13 anni!

D: Oggi invece hai un mito a cui ti ispiri?
R:
Tantissimi, da Pino Daniele, che per me è un eroe, a Frank Ocean e Kendrick Lamar, solo per citarne qualcuno, anche se non li vedo come modelli nel vero e proprio significato del termine. Quando ascolto un lavoro che mi piace non mi pongo il problema di come fare per emularlo, ma come fare per ottenere la stessa originalità con la mia musica, per distinguermi. Per me sono esempi di coraggio.

D: Il tuo collega rapper Achille Lauro è entrato a Pechino Express. Tu faresti un reality?
R:
No, non ne sento nessuna esigenza, però magari un programma in tivù sì.

D: Musicale?
R:
Di qualsiasi tipo, così come farei un film, come sto lavorando a un libro e a un progetto tra comico e racconto. Ciò che conta non è il mezzo, ma il messaggio, e di mezzi oggi ce ne sono tanti, penso che nella vita bisogna anche essere capaci buttarsi. Poi sono laureato in Giurisprudenza, me la posso cavare!

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