11 Settembre Set 2017 1746 11 settembre 2017

11 settembre: l'intervista a una sopravvissuta all'attentato alle Torri Gemelle

Il terrore, la fuga disperata dal World Trade Center e il ritorno a casa. Gli attacchi di panico e i crolli nervosi. Poi la lenta ripresa grazie al blog, al marito e al nuovo lavoro. «Prima ero una persona più superficiale. Ora ho imparato ad amare le persone invece che odiarle», ci ha raccontato Michelle Cruz Rosado.

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11 Settembre Attentato Torri Gemelle

11 settembre 2001. Non una data qualsiasi ma quella in cui il mondo come lo conoscevamo è cambiato per sempre. Difficile non ricordarsi dov'eravamo quando i due Boeing 767 dirottati dagli uomini di Al Qaeda colpirono le Twin Towers. Come sempre in quei giorni ero davanti al pc, alle prese con un videogioco manageriale calcistico, quando un amico mi mandò un sms dicendo di accendere la TV. C'è chi, rimanendo alla redazione di LetteraDonna, stava giocando con gli amici e fu richiamata in casa dalla mamma, chi vide le immagini nel negozio della nonna, chi stava facendo shopping e lo seppe con una telefonata. E poi c'è chi, come Michelle Cruz Rosado, era dentro a una di quelle due torri, quando il terrore venne dal cielo.
Aveva 28 anni e all'epoca lavorava per una banca d'investimenti, che occupava cinque piani della Torre Sud. Quella mattina era arrivata presto nel suo ufficio al 95esimo, prima delle 8.30: stava lavorando a una presentazione per le Nazioni Unite e il suo capo, Joanie, le aveva messo una certa fretta. «Ero al telefono con il mio ex ragazzo, ci eravamo lasciati da poco e voleva parlarmi. Non volevo e la cosa mi stava infastidendo», racconta a LetteraDonna ricordando quei momenti. «All'improvviso sentii un rombo fortissimo. Poi un boato e il rumore dei vetri che tremavano. Era successo qualcosa, ma non avevamo visto niente. A un certo punto un collega dall'altro lato del piano gridò: “Fuori! Fuori! Un aereo ha colpito la Torre Nord!'».

DOMANDA: A quel punto cosa ha fatto?
RISPOSTA: Ho preso la borsa e la 24 ore e sono corsa verso le scale. La mia amica Lori voleva prendere l'ascensore ma io no, perché pensavo fosse rischioso durante un'emergenza. Abbiamo discusso un attimo, poi mi ha letteralmente trascinata dentro e a noi si è aggiunto un altro collega, Andrew. Eravamo nel panico, ci guardavamo senza dire niente. A un certo punto ho pensato che l'aereo avesse colpito anche la nostra torre e di essere morta. Poi le porte dell'ascensore si sono aperte al 90esimo piano, alle risorse umane.
D: Siete scesi a quel piano?
R: No, non siamo nemmeno usciti dall'ascensore. Il piano era pieno di gente che urlava e piangeva, di persone al telefono nel panico più totale. «Venite con noi nell'ascensore!», abbiamo detto. Ma nessuno si è aggiunto, a parte un uomo, David. Molte di quelle persone sono poi rimaste uccise nell'attentato, ancora oggi non mi spiego perché non siano scese con noi.
D: A quel punto siete arrivati fino al piano terra?
R:
No, solo al 78esimo, dove si trovava la principale banchina degli ascensori. In tanti erano nel panico come noi, altri guardavano fissi nel vuoto. Dopo aver aspettato un po' siamo riusciti a prendere un ascensore.
D: È stato facile uscire dall'edificio?
R: Quando siamo arrivati al piano terra ho visto che la strada era piena di macerie e fogli in fiamme. C'erano poliziotti ovunque ed era scattato l'allarme antincendio. Dagli altoparlanti una voce diceva di tornare negli uffici, perché non c'erano danni alla Torre Sud. In molti lo fecero e non li ho più rivisti. Noi decidemmo invece di uscire in strada. Da quel momento in poi rimasi con Andrew.
D: L'impatto del secondo aereo anche se non potevate saperlo, era questione di minuti.
R:
Sì, eravamo appena usciti dall'edificio quando fu colpita anche la nostra torre (tra il 78esimo e l'84esimo piano, ndr). Stavamo camminando ma dopo l'impatto tutti iniziarono a correre, nella calca fui spinta contro una recinzione in metallo e caddi per terra. Andrew mi aiutò a rialzarmi. In quel momento vidi persone che si lanciavano nel vuoto, nel disperato tentativo di salvarsi dalle fiamme. Decidemmo di dirigersi verso la zona del porto di South Street, che ci sembrava la più sicura.
D: A quel punto tutto il mondo sapeva dell'attentato. Ha provato a contattare i suoi familiari?
R:
Sì, ma non riuscivo a usare il cellulare, non c'era segnale. Ma mi sono ricordata che con il mio palmare potevo inviare email. Così ho scritto al mio ex di dire a mia madre a mio fratello che stavo bene. Poco dopo abbiamo udito un terzo boato: era la Torre Sud, la nostra torre, che stava collassando su se stessa. Non avremmo mai creduto che sarebbe venutà giù. Ero disperata. Mi chiedevo che cosa era successo a New York e che cosa sarebbe successo al nostro Paese.
D: Poco dopo crollò anche la Torre Nord.
R:
A quel punto noi ci eravamo già incamminati verso Uptwon. Ci siamo separati all'incrocio tra la 35esima Strada e 3rd Avenue, esausti: lui aveva da poco subito un'operazione, io avevo un completo e i tacchi altri. In mezzo al caos sono riuscita a prendere un taxi per il Queens, dove vive la mia famiglia. In casa c'era solo mi fratello Eric. Mia madre arrivò un quarto d'ora dopo: lavorava a pochi isolati dal World Trade Center e aveva vosto tutto, il primo aereo e poi il secondo. Pensava fossi morta e che non mi avrebbe più rivista.
D: Come sono stati i giorni successivi?
R:
Terribili. Ero sotto choc. Avevo attacchi di panico e crolli nervosi. Il mio ufficio era sopra al punto dell'impatto: se non fossi scesa, sarei morta e il solo pensiero aumentava il trauma. Non sapevo cosa avrei fatto della mia vita, in un attimo avevo perso tanti amici e colleghi: mi capitava di camminare per la città e toccare la gente, per avere conferma di essere ancora viva. Ma stavo male anche fisicamente, perché tossivo spesso e usciva sangue.
D: A un certo punto arriva però una telefonata.
R:
Sì, il mio capo mi ha chiesto se volessi andare a lavorare per un paio di settimane a Fort Lauderdale, in un'altra sede della compagnia, anche per riprendermi. Avevo voglia di ricominciare a lavorare e di allontanarmi da New York, quindi era la soluzione perfetta. Proprio sul posto di lavoro, il primo giorno, l'1 ottobre, ho conosciuto l'uomo che 19 mesi dopo sarebbe diventato mio marito. Non è stata l'unica svolta di quei giorni.
D: Qual è stata l'altra?
R:
Il 6 ottobre ho scritto sul mio blog il post Will I Recover?, il racconto del mio 11 settembre. L'avevo messo giù come forma di terapia, per esprimere le mie emozioni. Ma in breve tempo è stato condiviso da tante persone, tramite email o sui forum. È iniziato così quello che io chiamo il mio viaggio.
D: Questo viaggio che tappe ha avuto?
R:
Nel 2004 ho cambiato lavoro e insieme a mio marito ho tentato l'avventura nel settore dei mutui. Ma, soprattutto, ho scoperto il public speaking. Oggi parlo agli incontri, sono una motivatrice e una, in qualche senso, ispiratrice. Racconto la mia esperienza per aiutare gli altri.
D: Come l'ha cambiata l'11 settembre?
R:
Prima ero una persona più superficiale, pensavo a uscire, a fare festa, allo shopping, a stare con le amiche, a fare soldi. Dopo mi sono resa conto che niente contava come la famiglia e le relazioni vere tra le persone. E poi ho iniziato a informarmi di più, a leggere libri sul Buddhismo, sull'Islam, ho imparato ad amare le persone invece che odiarle.
D: Passa spesso da Ground Zero?
R:
Sì, non tanto per visitare il Memoriale quanto perché ho tanti amici in zona e mi piace essere parte della città, viverla al 100% senza paura. Ogni volta riesco a sentire una certa energia. Mi piace pensare che sia quella, positiva, delle persone che purtroppo proprio lì hanno perso la vita.

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