4 Settembre Set 2017 0906 04 settembre 2017

Bambole reborn, cosa sono? L'intervista a Barbara Guidetti

Sembrano bambini veri e invece non lo sono. Un gioco? Un hobby costoso? Un figlio surrogato? Di sicuro è una moda: ce lo ha spiegato una collezionista.

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Bambole reborn

Avete mai sentito parlare delle bambole reborn (o reborn dolls)? Non importa che si tratti di film, serie tv, videogiochi, action figures, tutto ciò che il pubblico vuole è l’iperrealismo. O almeno è quello che si intuisce dai prodotti in circolazione. Prendiamo ad esempio l’osannatissimo Game of Thrones: avete visto i draghi?

Certo, lo sviluppo delle varie tecnologie ha aiutato in questo senso. Senza contare anche la possibilità di vedere le immagini in altissima definizione (4k) e in tre dimensioni. Ma la realtà a tutti i costi non si raggiunge soltanto tramite un software e un super processore. Ci sono persone in carne e ossa che fanno della cura del dettaglio la loro arma principale: gli artigiani. Che poi diventato artisti, nel caso di un altro prodotto: le bambole reborn.

Se non lo avessi scritto, in quanti si sarebbero accorti che non si tratta di un bambino vero? Proprio per questo ci possono volere mesi (a volte anche quasi un anno) prima che la creazione finale prenda vita. Pardon, volevo dire 'forma'. Teoricamente si tratta di un oggetto da collezione ma si possono anche trovare persone che considerano queste bambole per veri e propri figli e quindi li portano fuori con il passeggino, cambiano loro i pannolini, si alzano la notte per vedere se stanno bene, comprano finte pappe e altre cose del genere. Insomma, il confine tra gioco e transfer è davvero molto labile. Ma c'è di più. Le bambole reborn non sono solo statiche: per assomigliare ancora di più a un bambino in carne e ossa, ci sono anche quelle che simulano dei movimenti umani come respirare, bere e fare la pipì. Qualcuno esterno a questo mondo si potrebbe anche spaventare, visti i precedenti nel cinema horror.

Una scena tratta da 'La bambola assassina' del 1988, film diretto da Tom Holland

Quindi cosa è effettivamente una reborn? Un gioco? Un hobby molto costoso (il prezzo di una bambola può arrivare anche fino a 16mila euro)? Un figlio in vinile o in silicone? Secondo Barbara Guidetti, amministratrice del gruppo Facebook e del blog 'Mamma di bambole', tutte e tre le definizioni possono andare bene perché dipende dalla percezione che hanno le persone che ne hanno almeno una in casa. Ma non solo: possono avere anche una funzione terapeutica. Proviamo ad addentrarci nel vasto universo delle bambole reborn, lasciandoci guidare da chi lo conosce ormai da anni.

Barbara Guidetti

Barbara Guidetti

DOMANDA: Cosa significa 'bambola reborn'?
RISPOSTA: 'Bambola rinata' perché ti arriva un kit, fatto da una scultrice. Ne fa un numero limitato e, ovviamente, meno sono, più sono pregiati. Ogni kit è composto da testa, braccia e gambe non pitturati, senza gli occhi, e un corpo in stoffa. In realtà è soltanto un body senza niente dentro perché devi prima colorare la bambola: devi fare vari passaggi in forno se usi i colori genesis, che sono i più preziosi, mentre se usi gli acrilici, si asciugano all’aria ed è un processo più veloce. Poi c’è da mettere le ciglia, le sopracciglia, inserire gli occhi, che possono essere in acrilico o in vetro (più costosi, ndr). Più sono pregiati i vari pezzi, più sale il prezzo della bambola. A questo punto, viene fatto il rooting ai capelli, una delle cose più complesse. Puoi anche incollarli alla testa o scegliere un parrucchino, ma non è una soluzione molto bella esteticamente.
D: E cosa sarebbe il rooting?
R
: In pratica, si prende un capello alla volta e si inserisce con un ago all’interno della testa. È un lavoro certosino: può immaginare il prezzo. È qualcosa che non si può trovare nei negozi di giocattoli.
D: Ma i capelli sono veri?
R: Sì oppure si possono scegliere in acrilico. Ovviamente i capelli umani costano molto di più.
D: La bambola reborn la può assemblare chiunque?
R: Io l’ho fatto qualche volta: sono venute carine e ne ho vendute alcune. La differenza con una professionista si vede: le loro creazioni sono più belle. Secondo me è meglio lasciarle fare a loro.
D: Per quale motivo hanno così tanto successo?
R: Perché sono una collezione di emozioni. Rimangono immutate nel tempo, restano con la stessa espressione. Alla fine, quello che uno cerca, secondo me, è la personalità della bambola. Crea sicurezza, felicità e divertimento. Sono come pezzi d’arte e vengono collezionate proprio come chi ama i quadri. Poi c’è anche il lato emotivo: le bambole sono il gioco per eccellenza.
D: Ma queste sembrano proprio bambini veri.
R: Le reborn sono un po’ il punto d’arrivo dell’evoluzione della bambola. A volte, si cerca un neorealismo esasperato: cioè la confondi con un bebè in carne e ossa. Ma è proprio a questo punto che l’artista che l’ha creata raggiunge il massimo. È una moda: all’estero sono molto più esagerati di noi ma anche qua in Italia sta prendendo piede. Io ho fatto un servizio fotografico per il mio blog in cui ho portato le mie bambole grandi dal parrucchiere: ho fatto fare la piega e tutto il resto. Quando ho pubblicato le foto, è stato un delirio.

Una delle bambole reborn di Barbara Guidetti.

Barbara Guidetti


D: Sono tutte uguali?
R: No. Ci sono bambole interamente in silicone che non hanno giunture: costano molto ma sembrano bambini reali perché hanno il palato, la lingua, i denti e puoi inserire il ciuccio in bocca. Alcune hanno le guance morbide proprio come le nostre. C'è qualche artista che usa proprio dei siliconi chirurgici, quelli per le protesi, per avere un maggior effetto reale.
D: Ma dove si comprano?
R: Direttamente dalle artiste, sui gruppi su Facebook, in questo caso si possono acquistare o scambiare, o ancora su eBay. Possono essere già fatte oppure si possono commissionare. E a volte ci vogliono anche sei o otto mesi prima di avere la bambola.
D: E quanto costano?
R: Una buona bambola reborn in vinile, tra i 49 e i 54 centimetri, parte dai 450 euro. Quelle dai 74 cm in su, invece, hanno un prezzo maggiore: dai 1200 euro in su. Per il silicone il discorso cambia: ci sono solo i neonati (49-54 cm, ndr) e si parte dai 1500 euro. Queste hanno bisogno di una maggiore manutenzione: vanno lavate ogni due mesi e devi mettere il borotalco per evitare che dal silicone esca l'olietto.
D: È giusto dire ‘comprare’? Sul web ho letto che si usa il verbo ‘adottare’.
R: È meglio il secondo. Il gioco sta nell'essere il più attinenti possibili al mondo dei bebè. Infatti, anche quando ambienti queste bambole nella nursery (la stanza a loro dedicata, ndr), hanno anche il lettino e la carrozzina. Non si usa ‘compro’ o ‘vendo’, visto che si rappresenta un bambino. Mi rendo conto che questa cosa può scioccare ma il gergo è questo. Anch’io, quando ho cominciato, mi sono sentita stordita perché ne fanno veramente di ogni: ci sono diverse fazioni. All’inizio ti sembra una follia. Ti chiedi: «Ma come fanno a spendere così tanto per una bambola?». Eppure c’è chi paga cifre alte per un mobile antico: alla fine si tratta di una collezione.
D: Quindi tutti prendono le reborn come un gioco?
R: C’è anche chi ne tiene una e la considera un bambino vero. Però non credo che sia una cosa così condannabile. Certo, c’è chi la umanizza troppo, però alla fine anche nei videogiochi c’è chi ammazza di qua e di là: non credo che sia molto diverso. Io conosco qualcuno negli Stati Uniti che ha una bambola in silicone e ci fa qualunque cosa: sono persone normalissime a cui manca solo una parte di affettività. Non fanno male a nessuno. Ho scoperto che ci sono anche bambole horror, sono spaventose, e altre menomate: all’inizio le trovavo molto macabre, poi ho conosciuto una signora che ha una bambina senza braccia, le ha regalato una reborn senza braccia e la piccola, aperta la scatola, si è illuminata: «Finalmente una bambola come me». Mi si è aperto un universo che non avrei mai immaginato: questo gioco ha mille sfaccettature.
D: Quando ha iniziato a collezionarle?
R: Tre anni e mezzo fa. Ho visto la prima bambola su Facebook e mi è piaciuta. Ho speso molto (ride, ndr): in tutto ora ne ho 15, più due in arrivo. A casa mia ho arredato una stanza, una nursery, dedicata a loro. Ma la passione per le bambole ce l’ho da quando sono piccola. Colleziono anche quelle di pezza, le 'Cabbage Patch' e orsetti di peluche.


D: Diceva che in Italia non è ancora un fenomeno tanto sviluppato.
R: No, rispetto agli Stati Uniti, siamo indietro anni luce ancora. Là ci sono dei ristoranti dove si può andare con le bambole. Hanno addirittura creato delle cliniche dove si possono portare a sistemare. Addirittura, durante le fiere di vendita, le artiste sono vestite tipo da ostetrica: ti fanno entrare con la mascherina, ti danno la bambola nuda e il certificato di nascita.
D: Sembra simile a un gioco di ruolo.
R: Direi di sì. In Inghilterra fanno delle cose fantastiche: delle sfilate a tema con vestiti e passeggini d’epoca. E portano anche le bambole. Ultimamente hanno scelto come periodo il dopoguerra e ha avuto molto successo: hanno partecipato 500 o 600 persone. Ho provato a organizzare qualcosa in Italia ma non ho avuto fortuna. Al di là dell’evento, là (nel Regno Unito, ndr) vanno in giro con le reborn, tutti in gruppo, entrano nei locali, nei bar, senza problemi, si fanno le foto.
D: Di solito come si pone la società nei vostri confronti?
R: Io le ho portate fuori qualche volta con mio marito, con mia mamma, con le mie amiche e di solito nessuno si accorge che sono bambole. A volte mi è capitato di ridere come una pazza: eravamo fermi al bar, con la reborn nel passeggino, è passato un cameriere e ha fatto: «Oddio che meraviglia!». Gli ho spiegato che non era un bambino vero e lui si è sentito in imbarazzo. In generale, anche quando dico che non si tratta di un bebè in carne e ossa, la gente rimane affascinata. Anzi, chiama anche parenti e amici. Non ho mai vissuto esperienze negative anche se so che molti hanno timore a uscire per via del giudizio degli altri.
D: Le bambole hanno un nome?
R: Certo, glieli elenco tutti? (ride, ndr). Per dire, il nome della mia prima reborn è Ginger e gliel’aveva già dato l’artista. Ma non è una regola, alla fine ognuno mette il nome che vuole. Non credo che esistano bambole senza nome, anche perché ci sono i certificati di nascita dove te lo scrivono. In più, ti dicono anche come tenerla, come curarla: è un gioco completo.
D: Che rapporto ha con le sue bambole?
R: Mi piacciono e sono affezionata. Però quando vado in vacanza non me le porto dietro, così come non cambio i pannolini, perché c’è gente che lo fa anche tre volte al giorno e si sveglia la notte.
D: Lei gestisce il gruppo su Facebook ‘Mamma di bambole’. Cosa vuol dire questo nome?
R:
L’ho creato per scherzo, poi è iniziato a piacere. È anche un po’ ironico, ovviamente. All’interno c’è anche chi la vive in modo diverso. C’è un signore single che ha queste bambole e mi ha proprio detto che voleva dei figli ma non ha la compagna e non glieli hanno fatti adottare da solo. Poi ci sono anche altri casi: chi le colleziona e chi ha bisogno di qualcosa di più. Tanta gente si è avvicinata alle reborn in momenti molto negativi.
D: Sul gruppo ho visto qualcuno che ha scritto una cosa come «Valentina si è appena svegliata», seguita dalla foto di una bambola. Rientra sempre nel gioco?
R: Ad esempio questa è una signora carinissima che vorrebbe dei nipotini: però sì, è molto un gioco anche. Per dire, anch’io a volte ho postato la foto di una bambola e ho scritto: «La preparo per andare dai nonni». Poi è rimasta a casa. Però è un gioco anche creare il contesto. Esiste un gruppo chiamato ‘Reborn adventures’ dove si pubblicano foto mentre si fa finta di farle giocare e cose del genere.
D: Ci sono casi in cui si va oltre al gioco, però.
R: Conosco una signora che ha preso una bambola da me per il bambino autistico. E, secondo me, hanno un ruolo terapeutico. Poi ci sono anche le coppie gay: in questo caso, spesso, la bambola è intesa come surrogato e non come oggetto da collezione. Conosco una donna che ha quattro figlie e dei nipoti che mi ha detto: «Non li sopporto» e ha iniziato a collezionare le bambole. C’è chi dice che aiuta contro l’Alzheimer: vengono date loro le reborn per combattere la malattia. Ormai la doll terapy è stata sdoganata.
D: Quindi non è un hobby solo per donne?
R: No. È più femminile ma ci sono anche uomini. Conosco una persona che ha perso il figlio e ha sofferto molto. La ex compagna si è fatto fare una bambola simile al bambino e ho visto il video di quando ha aperto la scatola: era la persona più felice del mondo. È anche un modo per elaborare il lutto.
D: Suo marito come ha gestito questa passione?
R: Quando ho portato la prima bambola a casa, era un po’ titubante: gli faceva impressione. Ora è diventata una cosa normale anche per lui. Forse è rimasto un po’ sconvolto dai prezzi. Poi lui gioca con i Lego. Abbiamo anche una casetta in giardino dove lui ha una parte con le sue costruzioni e io con le bambole. Siamo molto complici.

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