31 Agosto Ago 2017 1328 31 agosto 2017

«Sono nerd e ne vado fiera»

La regista Anne Riitta Ciccone non si nasconde e ci racconta della propria passione per la fantascienza. Abbiamo parlato con lei anche del suo nuovo film, in programma alla Mostra del cinema di Venezia.

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Ci sono passioni che hanno un fascino speciale e riescono a rapirti fin da giovanissimo. Basta sentire un suono particolare o osservare un'immagine suggestiva nei primi anni di vita per farti scegliere, magari già da adolescente, di intraprendere una carriera nella musica o nella fotografia. Che poi è un po' quello che è successo a Anne Riitta Ciccone, regista italo-finlandese, presente alla 74esima Mostra di Venezia alle 'Giornate degli autori'per presentare I’M, il suo ultimo film con Barbora Bobulova, girato interamente in 3D. A due anni, infatti, ha vissuto la prima esperienza con la fantascienza, il suo genere cinematografico preferito. «Ovviamente non ricordo nulla. Ma mio padre me lo raccontava sempre», racconta a LetteraDonna. Lei era seduta sul seggiolone, mentre il resto della famiglia stava sul divano. In televisione, lo sbarco sulla Luna: «Non è proprio fantascienza, ma ci andiamo molto vicino. Nel senso che il mondo assisteva a qualcosa di mai visto prima, impensabile, ma tutto vero», spiega la Ciccone.

IL CINEMA, LA DANZA E L'UNIVERSITÀ
Per arrivare alla decisione di diventare regista, però, bisogna aspettare i nove anni. «Da grande voglio fare i film, quelli che guardo al cinema non hanno mai il finale che mi piace», scrisse in un tema a scuola. Per intenderci, la mamma la portava a vedere i capolavori di Hitchcock. Poi, a 15 anni, la folgorazione con Accattone di Pasolini. «Tornai a casa gridando: 'Voglio fare cinema!'. I miei credevano che intendessi l’attrice. Ma io: 'No, no! Voglio proprio fare i film!'. Non sapevo ancora che il termine esatto fosse 'regista'. E mio padre disperato: 'Prima l’astronauta e adesso il cinema'». Crescendo, ha coltivato un'altra passione: la danza. Ma a 20 anni è stata costretta ad abbandonare per un infortunio al ginocchio. Poco male: in questo modo si è potuta concentrare al 100% sul lavoro nel cinema. Dopo la laurea in Filosofia, ha mosso i primi passi nel teatro. Poi, il primo cortometraggio, a 32 anni: Banana Splatter: «La storia di un uomo rimasto bloccato in un bagno chimico, che accende la luce e si ritrova in un bar dove per uscire deve ordinare qualcosa. Cinque minuti deliranti, mi divertii un sacco a girarlo, anche se alla fine del corto non c’è il lieto fine».

DOMANDA: I suoi film successivi, però, sono decisamente più impegnativi. Quali argomenti le piace trattare?
RISPOSTA: Mi piace affrontare il tema dell’emarginazione e di una società con una lingua comune che però è estranea al mio personaggio. La mia è quasi un’ossessione.
D: C’è passata anche lei, quindi.
R: L’ho vissuto sulla mia pelle. Mio padre era siciliano e ci trasferimmo vicino Messina, dove l’integrazione a quei tempi era complicata. Da una parte la popolazione locale e dall’altra noi, alti, biondi e finlandesi. Una differenza culturale profondissima che all’inizio trovavo buffissima. Poi è diventata deprimente. Vi racconto un episodio. Mia madre organizzò una festicciola in casa per mia sorella invitando le sue compagne di scuola. A parte le nostre cugine, non si presentò nessuno. Ci toccò mangiare i panini che avevamo preparato con prosciutto e formaggio per tutta la settimana seguente.
D: Si parla di emarginazione anche nel suo film di Venezia, ma in chiave moderna.
R: Jessica, 17 anni, vive in un mondo a prima vista uguale al nostro, ma con il passare del tempo ci si rende conto che qualcosa non torna, potrebbe svolgersi in realtà in un prossimo futuro, o magari in un'altra dimensione. Chissà! Sono sette anni che avevo in mente questo film ma sono contenta, ho messo insieme la passione che ho per la tecnologia attraverso il 3D, la fantascienza e, come detto, il tema dell’emarginazione. Assieme al film (proiezione in Sala Volpi il 31 agosto, ndr), presenteremo anche il libro di questa storia, che ho scritto da sola a differenza della sceneggiatura firmata insieme a mio marito. Volevamo fare qualcosa di molto più ampio di un semplice lungometraggio. E siccome c’è un grande colpo di scena, non potevo certo uscire prima con il libro.
D: Nel film, Jessica ascolta musica strana, disegna benissimo e reinventa la realtà con la fantasia. È un suo alter ego?
R: In tutti i miei lavori c’è una forte impronta autobiografica. Quindi la risposta è sì, anche se sulla musica ho dovuto adattarmi. Ai miei tempi ascoltavo i Cure e David Bowie, pensavo di usarli entrambi. Ma le mie nipoti hanno bocciato l’idea. «Come sei antica», mi hanno detto. Così ho virato sui Project Pitchfork, gruppo metal che ha scritto per noi la colonna sonora e la cui canzone: Endless like the Space è anche il sottotitolo del film.

D: L’attrice protagonista, la tedesca Mathilde Bundschuh, è quasi un’esordiente.
R: La ringrazio intanto perché è stata bravissima e poi perché ha dovuto tingersi i capelli di viola per esigenze di sceneggiatura. Non è un caso che a fine riprese abbia deciso di tagliarseli cortissimi. Ci abbiamo messo due anni per trovarla, facendo provini in tutta Europa. Poi un’amica, una famosa doppiatrice tedesca, mi ha mandato foto e video di Mathilde, che ai tempi aveva appena vinto un premio per attrici esordienti e mi ha subito conquistato.
D: Nel cast Barbora Bobulova, mezza slovacca e mezza italiana. Un po’ come lei.
R: In verità ho sempre lavorato con l’attrice finlandese Laura Malvivara e avevo pensato a lei anche per il ruolo di Susanna, una sorta di artista maledetta, vicina di casa di Jessica. Ma era impegnata in una produzione finlandese, e così ho scelto Barbora, di cui conoscevo già professionalità e generosità. Ma in realtà è giusto così. Perché quando ho girato Per amore di Marja, che poi è la storia di mia madre, la prima attrice a cui pensai per questo ruolo fu proprio la Bobulova. La incontrai e si creò subito una grande empatia. Ma era troppo giovane, e così scelsi Laura. Diciamo che così abbiamo chiuso il cerchio. Però è vero: lavoro più volentieri con attrici e attori stranieri, meglio se del Nord Europa.
D: Come mai?
R: Con loro si crea sempre un gruppo di lavoro molto affiatato. diventiamo subito una grande famiglia e io ho bisogno di questo sul set. I capricci degli attori che fanno i fenomeni, proprio non li tollero.
D: Fuori i nomi allora.
R: Non posso farli, ma vi racconto questo. Ho fatto il mio esordio in un set importante con Nanni Loy, a Messina. Ero giovanissima, portavo i caffè e facevo da assistente ad Alessandro Haber. Beh, ho ancora gli incubi. Mi sgridava sempre, con quella voce così profonda: «Portami questo, più in fretta. No, anzi voglio quello». Secondo me lo faceva apposta (ride ndr).
D: Come pensa verrà accolto il film?
R: La verità? Boh. Essendo mezza siciliana sono super superstiziosa. Inoltre la mia bisnonna era una specie di sciamana finlandese. Non voglio fare previsioni ma sono contenta, per ora chi l’ha visto mi ha detto che una cosa del genere, in Italia, non si è mai vista.
D: Un attore con cui vorrebbe lavorare?
R: Christopher Waltz. Quando l’ho visto in Bastardi senza gloria ho pensato: è un genio! Pagherei per lavorare con lui, anche a costo di fargli le pulizie di casa.
D: I film che avrebbe voluto girare?
R: L’esercito delle 12 scimmie. Geniale. Ma anche Blade Runner e Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry, a cui mi ispiro tantissimo. Ho un’anima nerd e ne vado fiera.
D: Il suo cognome è Ciccone. Ci sono parentele con Madonna che non ci ha detto?
R: Purtroppo no. Ma sentite questa: a 17 anni seguivo un corso di teatro e con gli altri studenti realizzai come assistente regia un mediometraggio sulla storia di un’aspirante sosia di Madonna, e in alcune scene usammo il mio passaporto. Questioni di budget.

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