31 Agosto Ago 2017 1326 31 agosto 2017

La riscossa delle «quattro lesbiche»

Intervista a Milena Bertolini, ct della Nazionale di un calcio femminile in ascesa: «Le frasi infelici di Tavecchio (Figc) e Belloli (LND)? Una spinta per ripartire. Adesso ci guardano con rispetto».

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Milena Bertolini

Tre scudetti e altrettante Coppe Italia, più quattro Supercoppe Italiane e ben sei premi Panchina d'Oro, riservato alla miglior allenatrice della stagione. Un curriculum di tutto rispetto quello di Milena Bertolini, che non è sfuggito alla Federazione Italiana Giuoco Calcio quando, dopo il Campionato Europeo, è arrivato il momento di sostituire Antonio Cabrini, da cinque anni alla guida della Nazionale femminile di calcio. «Aver avuto un campione del mondo come allenatore dell'Italia ha dato visibilità e fatto bene al nostro movimento. Adesso, con la federazione ci siamo prefissati la qualificazione al Mondiale di Francia, perché l'Italia non partecipa alla fase finale da 20 anni», spiega a LetteraDonna Bertolini, già proiettata verso il 2019. Sulla strada verso la Coppa del Mondo, i primi ostacoli sono Moldavia in casa e Romania in trasferta: «Dovremo fare attenzione, perché anche le Nazionali con meno tradizione calcistica stanno facendo grandi passi avanti. L'abbiamo capito sulla nostra pelle all'Europeo, dove abbiamo perso la prima partita, la più abbordabile contro la Russia, complicando subito il nostro cammino».

DOMANDA: Cosa lascia in eredità l'Europeo al gruppo azzurro?
RISPOSTA: Amarezza e delusione per non aver centrato il passaggio del turno, anche per colpa della sconfitta all'esordio. Ma allo stesso tempo fiducia e speranza, perché le ragazze hanno fatto vedere con Germania e Svezia, due colossi del calcio femminile, tante cose positive (l'Italia ha vinto contro le scandinave, ndr). Ripartiamo da qui: le nostre atlete hanno qualità e le devono tirare fuori.
D: Dovrà fare a meno di Melania Gabbiadini, che ha dato l'addio al calcio.
R: Purtroppo non ho mai avuto la fortuna di allenarla in un club e ora che sono Ct lascia il calcio: evidentemente non era destino. Ma quello che mi lascia Antonio Cabrini è un gruppo importante, di qualità.
D: Ha già in mente qualche nome nuovo?
R: Avrò a disposizione l'11 settembre e il 15 scendiamo già in campo contro la Moldavia. Con così pochi giorni per preparare le partire, ripartiremo dal gruppo che ha giocato gli Europei, poi magari ci saranno più novità al raduno alla fine di ottobre, con le indicazioni del campionato.

D: A proposito di campionato: sei elementi del 'suo' Brescia, che ha allenato dal 2012 al 2017, sono passate alla Juventus Women, sezione femminile del club bianconero, appena fondata.
R: Per quello che significa la Juventus in Italia e nel mondo, a livello mediatico è una cosa molto importante, è un bel messaggio. Credo che le squadre femminili di società professionistiche già esistenti possano aiutare il movimento: oltre alla Juventus in Serie A ci sono la Fiorentina detentrice dello scudetto, Sassuolo ed Empoli Ladies. Il ChievoVerona ha avviato una collaborazione con il Valpolicella e il Bari è vicino al Pink Sport Time, società del capoluogo pugliese.
D: Non c'è il rischio che queste squadre 'soffochino' le realtà minori, seppur storiche, del calcio femminile?
R: Pensiamo ai benefici: le calciatrici hanno maggiori possibilità di allenarsi in contesti professionistici, tra strutture, staff tecnico e medico, dirigenza. Insomma, possono fare calcio ad alto livello. E pensiamo a quello che significa, per una bambina che inizia a giocare a calcio, sapere che potrebbe vestire la maglia della Juve o della Fiorentina. Le squadre non affiliate non spariranno e, in fondo, nei campionati ci sono sempre club che hanno maggiore potenza economica rispetto ad altri.
D: Il problema del calcio femminile italiano è che nell'ambiente non girano molti soldi.
R: Queste squadre daranno una mano: nel momento in cui le ragazze riusciranno a fare il loro lavoro in modo professionistico, cresceranno come giocatrici e così aumenterà lo spettacolo, che diventerà più spendibile. Più spettatori, più pubblicità, più soldi. In Coppa Italia, per l'esordio della Juventus contro il Torino (la partita è finita 13-0, ndr), c'erano 2.500 spettatori: è un buon punto di partenza.
D: E introdurre un minimo salariale?
R: Il calcio femminile è sotto l'egida della Lega Dilettanti: non c'è un minimo salariale ma esiste un massimo, di 28mila euro circa. Da qualche anno c'è la possibilità di stipulare contratti biennali e anche triennali, ma di tipo sportivo, senza contributi e le varie garanzie. La maggior parte delle calciatrici si deve accontentare di rimborsi spese ed è per questo che l'età media è bassa: giocano coniugando sport e studio, poi quando finiscono l'università danno la priorità al lavoro.
D: Eppure c'è stata un'epoca in cui in Italia arrivavano campionesse dall'estero.
R: Sì, negli Anni '80 il nostro calcio era ai vertici, nel 1993 abbiamo fatto la finale dell'Europeo. Poi, mentre le altre nazioni hanno iniziato a progettare e a pensare a lungo termine, noi siamo rimasti fermi alle nostre 20mila praticanti. In Italia non abbiamo investito nel calcio femminile: ecco perché non andiamo al Mondiale da 20 anni.
D: Insomma, si può dire che da sono mancate a lungo le basi?
R: Sì, ed è il motivo per cui società storiche e vincenti, come la Torres ad esempio, sono scomparse da un momento all'altro. I club sopravvivevano grazie alla passione dei presidenti, innamorati del calcio femminile. Ma quando si stancavano o finivano i soldi, senza strutture solide e settori giovanili, finiva tutto.
D: Adesso le cose sono migliorate?
R: Decisamente, negli ultimi 3-4 anni in particolare. Sta accadendo tutto molto velocemente. Il nostro problema è che culturalmente siamo stati fermi a lungo. Da un punto di vista sessista e maschilista, il calcio femminile era il punto più basso che si potesse immaginare. Ora invece tutti hanno capito che in questo sport, sia essa allenatrice, giornalista, opinionista o arbitro, anche una donna può essere competente. E non solo limitarsi a essere la moglie di un calciatore o la classica velina.
D: Però a dire «Si pensava che le donne fossero handicappate rispetto al maschio, ma abbiamo riscontrato che sono molto simili» e «Basta dare soldi a queste quattro lesbiche» sono stati rispettivamente Carlo Tavecchio, presidente della Figc, e Felice Belloli, a capo della Lega Nazionale Dilettanti.
R: Queste frasi, decisamente infelici, paradossalmente hanno dato una spinta verso il cambiamento: siamo ripartiti da questo per fare cose importanti.
D: A proposito di cose importanti: Reggio Emilia nel 2016 ha ospitato la finale della Women's Champions League. Tra quanto potremo vedere un club italiano laurearsi campione d'Europa?
R: È ancora presto ma le squadre ambiziose non mancano, come lo stesso Sassuolo, che ha deciso di creare la sezione femminile dopo aver ospitato la finale. Spero che nel giro di 3-4 stagioni un'italiana potrà davvero lottare per questo titolo.
D: Quanto al futuro, lei e Carolina Morace siete le uniche donne in possesso del patentino per allenare formazioni maschili di Serie A. Le piacerebbe farlo?
R: In realtà io ho iniziato proprio allenando i maschi e non voglio precludermi niente, ci mancherebbe. Una donna può essere un valore aggiunto nel calcio maschile. Ma servono dirigenti molto coraggiosi, per farla sedere in panchina.

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