21 Settembre Set 2017 1147 21 settembre 2017

Start-up innovative: lavorare in team paga di più

I consigli delle donne che ce l'hanno fatta. Avere una partner è sempre meglio che tentare di farcela da sole. «Perché la gelosia è dannosa», dicono. E in questo modo è anche più facile trovare investitori.

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Start-up innovazione tecnologia

Stringimi la mano e poi partiamo: siete donne, avete un'idea originale e volete avviare un'impresa? Non fatelo da sole, prima trovatevi una partner con cui lavorare. Parola di business angels, investitori che scommettono economicamente su start-up innovative in Italia e all'estero. E parola anche di chi di innovazione se ne intende: gli israeliani.
È soltanto uno dei preziosi consigli di cui hanno fatto tesoro 12 giovani aziende italiane al femminile che hanno partecipato al progetto QVC Next Lab 2017, organizzato da QVC Italia col supporto di The European House Ambrosetti. L'idea è nata per offrire formazione a nuove società in Italia con almeno una donna tra i membri fondatori: da una parte il focus è stato sulla fase di accesso al mercato attraverso incontri di mentoring con delle imprenditrici d'eccellenza del panorama italiano quali Mariarita Costanza, Fausta Pavesio e Lorena Capoccia; dall'altra, gli organizzatori hanno portato le start-upper partecipanti in Israele, rinomata start-up Nation, che vanta 5mila nuove company di fronte a una popolazione di soli 8 milioni di persone.

MERCATI A CONFRONTO

Un mercato, quello israeliano, quasi completamente dedito all'innovazione tecnologica ma che, dati alla mano, in tema di integrazione delle quote rosa imprenditoriali può imparare qualcosa dall'Italia. Rispetto agli oltre 60 milioni di abitanti, infatti, le aziende in fase di avvio iscritte al nostro Registro delle Imprese sono sì meno rispetto a quelle israeliane in termini percentuali (7394 al 30 Giugno 2017, fonte Report con dati strutturali), eppure in Italia il 13,4% del totale è a prevalenza femminile (991) e ben il 42,9% ha almeno una donna presente nella compagine sociale (3.175). Per contro, solo l'8% di quelle israeliane ne ha una tra i membri fondatori, davanti a una media mondiale del 16% (dati Global start-up Ecosystem Report by start-up Genome 2017).
Questo nonostante l'ecosistema dell'Innovation Technology che gira intorno a Tel Aviv, e ora anche a Gerusalemme, sia in uno stadio più avanzato rispetto a quello nostrano, per ragioni culturali e di mercato. Se ne sono accorte le start-upper italiane che hanno partecipato a QVC Next Lab, età e background diversi ma accomunate dallo spirito imprenditoriale che le ha spinte ad aprire nuove aziende. Tra queste c'è VinOled, che ha realizzato una borsetta con luci OLED, GPS e caricabatteria per cellulare integrati; c'è OrangoGo, una piattaforma online che connette le aziende sportive del territorio a bambini e genitori, e c'è anche Acadermic che ha sviluppato prodotti cosmetici dagli scarti agroalimentari. Ai vertici di ognuna figura almeno una donna - mamma, imprenditrice - che ha optato coraggiosamente per una carriera difficile eppure gratificante, ovvero essere capo di se stessa. Molte hanno lasciato il proprio lavoro per dedicarsi anima e corpo a un progetto in cui si sentono completamente realizzate e hanno creato un team perché, si sa, l'unione fa la forza.

Clara Fraccia e Francesca Arnone di DeSwag.

NON FATELO DA SOLE

Leitmotiv dei vari incontri organizzati presso incubatori di start-up e spazi di co-working in Israele è stato proprio quello dell'importanza, pena la credibilità imprenditoriale, di non lanciarsi sul mercato in solitaria. Un consiglio valido in realtà anche per gli uomini: trovare i partner giusti con cui portare avanti il proprio progetto è ingrediente fondamentale del successo non solo delle start-up ma delle aziende in generale.
«Tutti hanno dei momenti up e dei momenti down, avere un socio che ci riporti su quando abbiamo una 'giornata no' è fondamentale», raccontano Clara Fraccia e Francesca Arnone di DeSwag, un'app che permette di scoprire e comprare le ultime tendenze in fatto di moda attraverso giochi e quiz, ben accolta dal mondo del fashion tanto da avere già ricevuto l'appoggio ufficiale di Stefano Gabbana. «Lavorando in due o tre ci si compensa a vicenda», aggiunge Clara. «Io per esempio ho una visione più generale delle cose, mentre Francesca è metodica e specializzata: gli investitori se ne sono accorti e ci hanno sempre dato ottimi feedback». Parere condiviso dal gruppo di under 27 in visita a Tel Aviv: Ludovica Tofanelli e Carolina Sansoni di Denoise, e-commerce per giovani designer, Veronica Varetta di LIL, che ha fatto della passione per i gioielli in oro una comunità social, e Carolina Molossi. «Non mi sono mai sentita svantaggiata in quanto donna», racconta Carolina, fondatrice di Bookalook, una piattaforma che permette ai designer di condividere il loro lavoro con giornalisti e social media influencers. «Io e la mia partner in business siamo già riuscite ad ottenere due round di finanziamenti proprio grazie alla nostra esperienza di settore».

Da sinistra Carolina Sansoni e Ludovica Tofanelli di Denoise e Carolina Molossi di Bookalook.

Solo grazie a supporto reciproco e un buon mix di conoscenze quindi, si può combattere una certa presunzione di sicurezza economica che ancora serpeggia in Italia, dove banche e investitori spesso faticano a prendere sul serio i giovani volenterosi di avviare un'attività, soprattutto se donne. Una tendenza di mercato che però si può ovviare alla fonte: presentandosi in team, preparate, grazie a un misto di contatti e competenze che mettano subito in chiaro la propria professionalità.
Il problema della credibilità dell'industria al femminile non è solo italiano. «Trovare chi mette i soldi per un gruppo di sole donne è più difficile, anche in Israele», spiega una consigliera comunale di Gerusalemme, Fleur Hassan-Nahoum. «Proprio per questo i fondi per compagne femminili si trovano più frequentemente per idee vincenti e con Return on Investment (ROI) più alti, perché sono sottoposti ad extra scrutinio. Quando ci presentiamo davanti a un possibile finanziatore non dimentichiamoci di ricordarglielo: siamo un investimento più sicuro, basta guardare i dati».

La start-up Nation insegna che non è solo importante fare parte di un team ma anche di una vera e propria community di imprenditori che si aiutano a vicenda: succede soprattutto grazie agli innumerevoli e ultramoderni spazi di co-working e incubatori di start-up sparsi nelle principali città israeliane, luoghi per eccellenza di scambio di idee e contatti. Tutte realtà che però, non va dimenticato, esistono anche in Italia e alle quali è bene rivolgersi se si ha o si vuole aprire un'attività: dalle fondazioni, ai poli universitari, fino alle aziende nate ad hoc e in cerca di idee innovative da sviluppare (per un elenco aggiornato cliccate www.italiastartup.it). Sarebbe bene anche dare un'occhiata a bandi e concorsi di respiro più internazionale, come conferma l'ambasciatore italiano in Israele Gianluigi Bendetti e l'Addetto scientifico all'ambasciata Stefano Boccaletti: «C'è tempo fino al 30 Novembre 2017 per iscriversi al nostro bando industriale per la raccolta di progetti Italo-Israeliani volti alla ricerca e sviluppo di brevetti con applicazioni industriali», dicono. «Dal 2018, inoltre, ci sarà un nuovo strumento per favorire la mobilità delle start-up dall'Italia verso Israele».

Lucia Corna e Francesca Colombo di Powderly

L'ETÀ NON CONTA

Infine, è importante sottolineare che fondare una start-up non è soltanto un'opzione per gli under 35. Al contrario di quanto si possa pensare le facilitazioni fiscali per gli investitori sono valide per fondatori di ogni età, un grande vantaggio per chi ha qualche anno in più ed è in grado di autofinanziarsi, come testimoniano Lucia Corna e Francesca Colombo, fondatrici di Powderly, un'app usata dalle appassionate di beauty per ricevere e recensire campioncini di prodotti. Amiche da una vita, hanno fatto delle loro competenze e dell'intesa reciproca una carriera, anzi due, e hanno deciso di aprire un'attività una volta raggiunto il traguardo dei 50 anni. «Il fatto di avere già tanta esperienza nel settore ci ha aiutato a livello di concetto, sviluppo e credibilità», sostengono. «In più, vantaggio non da poco, siamo riuscite ad autofinanziarci. Non è mai troppo tardi per fare il primo passo, per uscire dalla solita routine. Se avete un'idea buttatevi, insieme».

Le tre mentors arruolate da QVC: da sinistra Mariarita Costanza, Fausta Pavesio e Lorena Capoccia.

Trovare un buco nei mercati di tecnologia e dei servizi, lavorare in team, essere preparate e fare parte di una community. Essere start-upper vuol dire quindi anche svecchiare l'abitudine tutta italiana alla cura spasmodica ed esclusiva del proprio orticello, alla gelosia imprenditoriale, al tenere nascosti contatti e idee per la paura che qualcuno li rubi e ci freghi sul tempo. «La cultura in Italia tende a pensare a ogni imprenditore come a un'isola separata», spiega Mariarita Costanza, cofondatore e CTO di Macnil GT Alarm Gruppo Zucchetti. «In realtà siamo tutti parte dello stesso mercato con cui ci dobbiamo confrontare, in particolare in caso di aziende affini: un certo tipo di invidia e rivalità a livello di business mal si addice a un ecosistema imprenditoriale di successo. Come ci insegna Israele, dovremmo invece tutti partire dallo confivisione. Soltanto unendo le forze possiamo essere tutti più forti e stabili».

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