22 Gennaio Gen 2018 0800 22 gennaio 2018

Etiopia: stop alle adozioni ma gli orfanotrofi non bastano

Il parlamento di Addis Abeba vuole impedire l'assegnazione di minori a famiglie straniere. Ma i bambini abbandonati per strada sono migliaia. E le famiglie in lista d'attesa. Che ne sarà di loro?

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Etiopia 1

Per un bambino crescere nel proprio Paese non sempre è la prospettiva migliore. Perché può significare vivere in orfanotrofi o, peggio, per strada. In questo caso le adozioni internazionali offrono una casa e una famiglia a chi non ce le ha. Una possibilità che, tuttavia, l’Etiopia da metà gennaio 2018 ha affermato di voler vietare, per far fronte al timore che i piccoli vengano maltrattati all'estero e sostenendo che da ora in avanti si occuperà da sola dei propri minori. Ma la domanda è: «Come»?.
Fra i parlamentari stessi c’è stata una discussione accesa sulla questione perché non ci sono abbastanza strutture per accogliere i bambini abbandonati, né la possibilità di offrire loro cure mediche sufficienti. Solo nella Capitale Addis Abeba, infatti, si calcola che vivano per strada centinaia di migliaia di ragazzi.
Fra le cause della decisione del governo di Addis Abeba di interrompere le adozioni internazionali, secondo la stampa estera, ci sarebbe anche il caso Hana Grace-Rose Williams, una bambina etiope adottata negli Stati Uniti e trovata morta a 13 anni per ipotermia nel giardino di casa. A ucciderla i genitori, accusati di maltrattamenti terribili nei confronti della ragazzina. Una tragedia che l’Etiopia aveva seguito con rabbia ma che potrebbe non essere l’unico motivo.

UNA SITUAZIONE A RISCHIO

La situazione era da tempo difficile: dal 2015 lo Stato africano aveva accettato sempre meno richieste e la Commissione italiana per le Adozioni Internazionali parlava di «numerose criticità» nei rapporti con il governo. Tanto che a novembre 2017 aveva sconsigliato gli enti di avviare nuove procedure di abbinamento. Le tempistiche di attesa per le famiglie che chiedono l’affidamento di un bambino sono di circa quattro anni e al momento un centinaio di coppie sono ancora in attesa.

E ADESSO?

Per avere notizie certe bisogna aspettare che il Parlamento di Addis Abeba pubblichi la legge e secondo l’associazione Centro Aiuti per l’Etiopia «si 'presume' che per le coppie che hanno già l’abbinamento (cioè conoscono a quale bambino sono stati assegnati, sono 21 su 85, ndr) l’adozione si concluderà». Il rischio per i genitori è di aver aspettato a lungo (e speso migliaia di euro) inutilmente, per i bambini di rimanere dove si trovano.

UN’OASI NELLA CAMPAGNA

Nei casi più fortunati negli orfanotrofi. Qui pasti e vestiti sono assicurati e si ha la possibilità di andare a scuola. L’istituto d’accoglienza aperto dal Centro Aiuti per l’Etiopia ad Areka, nel Sud del Paese, è circondato da un enorme giardino dove vengono coltivati patate, cipolle, carote, manghi e banane. Qui sono accolti i ragazzi orfani o con gravi malattie: ogni sera una dottoressa arriva per distribuire le medicine ai bambini affetti da HIV. Alcuni dei minori ospitati non sono in grado di alzarsi dal letto e se non fossero arrivati qui sarebbero morti per strada e lo stesso sarebbe successo ai ragazzi ciechi ai quali, appena nati, è stato messo un legno incandescente sulla tempia. Un rito per vedere la sorte del bambino che ancora si pratica in alcune zone più arretrate della regione.

VITTIME DELLA TRADIZIONE

Per tutti loro l’orfanotrofio è stato una salvezza. Si tratta però sempre di un istituto dove le tate devono dividere la propria attenzione fra tutti e non esistono oggetti personali. La sera i giocattoli vanno restituiti ma a volte i ragazzi più grandi nascondono un mazzo di carte sotto il materasso per un’ultima partita dopo il coprifuoco. Dal centro, salvo motivi particolari, si esce solo per andare a scuola e un’alta recinzione di cemento lo separa dal mondo esterno: è l’altro lato della medaglia di appartenere alla comunità.

L’ADOZIONE: UN’OPPORTUNITÀ IN PIÙ

I minori che avrebbero bisogno di sostegno sono tantissimi e Roberto Rabattoni, il fondatore del Centro Aiuti per l’Etiopia, è costretto a scegliere chi accogliere e chi invece no perché aiutare tutti, purtroppo, non è possibile. Per questo è difficile credere che lo Stato etiope da solo riesca ora a far fronte a tutti i casi. Rabattoni vorrebbe «salvare più vite possibili» e l’adozione da parte di famiglie italiane rappresentava un’opportunità in più.

UNA STORIA D’AMORE

È il caso, ad esempio, di Dibora affetta da una forte malformazione al cuore. Adottata nel 2016 da una coppia di Brescia, appena arrivata in Italia è stata operata e oggi sta bene. Strapparle un sorriso all’inizio non è stato semplice, «ora parla a macchinetta», ha raccontato il papà, Mariano Bertoletti, a LetteraDonna. Lui e sua moglie Paola Falubba si sono conosciuti in Africa mentre facevano entrambi i volontari: «Già allora pensavamo che sarebbe stato bello adottare un bambino, poi alla fine il destino ha voluto che andasse davvero così». Il percorso è lungo: «Noi siamo stati fortunati e ci abbiamo messo quattro anni, a volte si aspetta di più», ha spiegato Mariano, «e da quando ricevi il decreto di idoneità dal tribunale inizia l’attesa più dura psicologicamente».

UNA PARTENZA LAST-MINUTE

Quando è arrivata la telefonata che il tribunale di Addis Abeba aveva dato il via libera Paola e Mariano si sono precipitati in aeroporto la sera stessa. L’agitazione era così tanta che non avevano riflettuto che agosto è il periodo delle piogge: i sandali e le T-shirt in valigia non erano adatti al clima freddo e al fango in cui si trasformano le strade. Ci sono stati problemi con i documenti e per Mariano, libero professionista partito con dei lavori a metà, quel ritardo significava rimandare la data di consegna per i clienti. E nel frattempo i prezzi dei voli di ritorno salivano alle stelle. Ma quella bambina era la figlia che lo aspettava e ora pensare che per altre coppie non sarà possibile vivere un’esperienza come la sua gli fa male.

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