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Diritti

13 Settembre Set 2017 1117 13 settembre 2017

Violenza sulle donne: le vittime non hanno più diritto all'anonimato

Un decreto della Regione Lombardia vieta ai centri di ascolto di prestare soccorso a chi richiede aiuto se prima non la si identifica. Le associazioni: «Così si violano i nostri principi e si mette a rischio la sicurezza delle vittime».

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Anonima

«Sono stata vittima di una violenza. Potete aiutarmi?». Risposta: «Prima ci dia il suo codice fiscale».
I centri antiviolenza (Cav) non potranno fornire più alcuna assistenza alle donne se prima non verranno schedate. Lo ha deciso la Regione Lombardia, che con un decreto ha cancellato l'anonimato per chi intende uscire da una storia di abuso sessuale. Addio riservatezza, dunque. E addio sicurezza. Una denuncia iniziata dalla raccolta firme, 3mila in pochi giorni, attraverso la petizione lanciata da change.org (prima firmataria l'attrice Lella Costa) e proseguita in piazza, il 12 settembre a Milano, davanti alla sede della presidenza regionale.
Una vera e propria chiamata alle armi quella del coordinamento dei centri antiviolenza lombardi aderenti alla rete nazionale DiRe (Donne in Rete contro la Violenza). A spiegarlo è Manuela Ulivi, avvocato e presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano: «L'anonimato e la segretezza sono i punti cardine delle nostre attività. Creare un fascicolo con nome, cognome e codice fiscale per ogni donna che chiede aiuto vuol dire non tenere in alcuna considerazione il valore di questi principi». E ancora: «Una donna che vuole uscire dalla violenza può non sapere come comportarsi, almeno all'inizio: si tratta di un percorso tutt'altro che semplice e per questo ha bisogno innanzitutto di relazionarsi senza paura, essere libera da ogni vincolo istituzionale e mantenere quindi più riserbo possibile», dice Ulivi.

Manuela Ulivi

D'altronde è sempre stato così. Sono più di 30 anni che i centri antiviolenza (in tutto 18 alla manifestazione milanese) garantiscono alle donne la possibilità di uscire dalla paura lasciando loro piena autonomia su come farlo e senza alcun obbligo. Che sia di firme, di identità o anche di denuncia, ovvero l'altro aspetto che i Cav contestano alla Regione. Che con la nuova delibera impone ai centri di denunciare per l'appunto all'autorità giudiziaria il molestatore, anche quando la donna non vuole farlo, perché magari non si sente pronta ad affrontarne le conseguenze o non si trova ancora in una situazione di sicurezza. Una violenza non per forza avviene in strada, per caso, come è accaduto ad esempio alla turista finlandese di 22 anni a Roma, picchiata e stuprata il 9 settembre da un cittadino bengalese in una via del centro, di notte. Gli abusi possono avvenire anche tra le mura di casa, ed anzi di solito sono la maggioranza.

SCHEDATE MA SOLO PER STATISTICA

La difesa della Regione Lombardia consiste nel fatto che l'intenzione di schedare le donne che chiedono aiuto è soltanto a fini di rilevanza statistica. Dati che possono costituire un ulteriore supporto per controllare e monitorare il percorso di chi si rivolge ai centri antiviolenza: a quante associazioni si affida, se passa da operatori sanitari o dal pronto soccorso, infine per tenere traccia se poi effettivamente sporge o meno denuncia. «Ma se il fine è solo statistico, non si capisce perché occorra anche il codice fiscale», contesta Manuela Ulivi. Che aggiunge: «In questo modo si vuole avviare un meccanismo di controllo su ogni movimento delle donne e sulla loro vita, mettendole in serio pericolo se la violenza dalla quale vuole uscire è quella domestica». D'altro canto, i 18 centri scesi in piazza non rifiutano di fornire le informazioni necessari e coerenti che consentono di monitorare il fenomeno, ma come detto ne contestano la tracciabilità e la gestione del percorso della vittima di violenza, attraverso la creazione del 'fascicolo donna' che la Regione stessa richiede.

FONDI, BYE BYE

Se la direzione non dovesse cambiare, il rischio dei Cav che non accettano la nuova delibera è di finire fuori dal percorso istituzionale dei fondi: le politiche nazionali li distribuiscono alle varie regioni che a loro volta assegnano ai centri che operano sul territorio. «In questo caso, solo chi fornirà i dati evidentemente continuerà a riceverli», spiega la presidentessa. «Abbiamo chiesto un tavolo consultivo affinché ci venga spiegato il motivo di questa decisione, contraria al nostro metodo di lavoro e contrario alle donne, perché non tiene in alcuna considerazione ciò che desiderano né i loro tempi».

ALBO REGIONALE

Sempre per delibera di giunta, datata 28 aprile 2017, la Regione intende istituire un albo nel quale raccogliere come Cav tutti quegli enti, fondazioni, case rifugio e associazioni che hanno all'interno esperti della violenza. Dalla psicologa all'avvocato o al volontario che tuttavia non forniscono un vero e proprio sostegno professionistico, bensì un supporto tramite attività di accoglienza, ascolto e relazione con le donne che prosegue fino a quando vuole la richiedente. Enti che, sottolinea in una nota la Cgil, schieratasi dalla parte dei Cav in questa protesta, «non possono essere quindi confusi con luoghi di erogazione di prestazioni, servizi o di incarico pubblico, né le loro pratiche possono essere forzate da automatismi che ne snaturerebbero la funzione e ne ridurrebbero l'efficacia», conclude Ulivi. «Le giuste esigenze di trasparenza nell'impiego di risorse pubbliche che derivano da stanziamenti devono essere rese compatibili con la garanzia di protezione delle vittime, perché non venga meno la fiducia verso questi luoghi».

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