12 Settembre Set 2017 0858 12 settembre 2017

11 settembre: sui luoghi del memoriale, 16 anni dopo

Più il tempo passa, più diminuiscono i partecipanti alla commemorazione che si svolge dove una volta sorgevano le Torri Gemelle. Ma c'è chi non vuole dimenticare. Pompieri, orfani, genitori anziani: li abbiamo incontrati.

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Gorilla 11 Settembre

«To my dearest gorilla. All my love, miss you always. Little gorilla». Al mio più caro gorilla. Con tutto il mio amore, mi manchi sempre. Firmato: piccolo gorilla. Il peluche ha la schiena ricurva. L’hanno portato al World Trade Center la mattina del’11 settembre, sedici anni dopo. Osserva la vita che scorre in quel perimetro di New York, appoggiato a una delle due vasche dove sono incisi i nomi delle vittime riconosciute, mentre l’acqua scende senza fermarsi mai. Qualcuno gli ha legato un biglietto attorno al collo e ha scritto quel messaggio. Poi l’ha lasciato lì. Tiene compagnia a chi non c’è più.

CHI RICORDA E CHI DIMENTICA

Nell’attentato che lacerò il cuore di Manhattan persero la vita 2974 persone. Tante identità sono letteralmente svanite, quel giorno. E così, familiari e amici lasciano fiori, bandierine, biglietti e preghiere sopra i loro nomi. Oppure foto. Serve a non dimenticare i loro volti, i dettagli del loro sguardo, i loro sorrisi. Qualcuno ha lasciato persino del cioccolato Hershey’s.
Nella mattina dell’anniversario, a Ground Zero, possono entrare soltanto i parenti delle vittime o, al massimo, alcuni amici ed ex colleghi di lavoro. Non ci sono turisti ossessionati dalle foto. Nessuno corre e non ci sono bambini che gridano.
In quel luogo, a ogni anniversario, si ritrovano famiglie. I bambini sono diventati grandi, magari senza i genitori, i nonni o gli zii. In giro per il Memoriale, camminano madri con le immagini dei propri figli stampati sulle magliette. Col tempo, la sofferenza ha segnato i loro volti. Ma sono lì, con sedie pieghevoli e thè caldo, ogni anno. In molti tengono strette, tra le braccia, le immagini dei propri cari che non ci sono più.
Eppure, all’interno di quel perimetro, in questo giorno, le persone sono relativamente poche. C’è chi dice che, ogni anno, siano sempre meno. I genitori di chi non c’è più sono diventati più anziani e non tutti riescono a sopportare, ogni anno, il peso di quel dolore. Per alcuni, New York non si ferma più come all’inizio. Forse perché vuole dimenticare. In metropolitana, tutto scorre veloce. È lunedì e ci sono ritardi.
Ai family-check, all’ingresso, il personale chiede un biglietto. Ma non tutti ne sono in possesso. C’è chi entra mostrando una tessera, con una piccola immagine e un numero, che corrisponde a un codice di identificazione dei corpi delle vittime di cui non si è mai più trovato nulla.
E. entra così. Lì ha perso il fratello, che lavorava al 104esimo piano della Torre Sud, la seconda a essere colpita. Il suo corpo non è mai stato trovato. Di lui non è rimasto nulla, se non la carta d’identità che oggi conserva ancora la moglie.

QUELLI CHE POSSONO ESSERE RICORDATI

E. ha portato con sé due rose, avvolte in una busta di plastica. Entriamo insieme. Si tiene rannicchiata con le braccia conserte mentre attraversa lo spazio che la separa dalla vasca. Prima infila gli occhiali da vista. Poi li sostituisce con quelli da sole. Smette di parlare quasi improvvisamente e si avvicina al nome del fratello. Si sfiora nervosamente le labbra con le dita e finalmente appoggia i fiori, togliendo quelli appassiti. Tiene i pugni chiusi. Poi, di colpo, le lacrime. Silenziose. C’è odore di cloro. C’è il sole e il cielo è limpido, esattamente come sedici anni fa. Dalle 8.46, ora in cui il primo aereo colpì il primo palazzo, la Torre Nord, come ogni anno, i familiari sul palco leggono i nomi di tutte le vittime coinvolte. O almeno, quelle riconosciute, perché ancora tanti sono rimasti senza nome. È un elenco lunghissimo, che dura la mattinata intera. La celebrazione, come ogni anno, è scandita dalla lettura di questi nomi diffusi attraverso gli altoparlanti.
«Avevo 16 anni quando successe tutto, papà, quando te ne sei andato. Vorrei, prima di tutto, dire a mia madre che ha fatto un gran lavoro. Ma tu, papà, continua a osservarmi, dovunque tu sia». «A mia figlia: una madre, una sorella, una donna straordinaria. Ci manchi e non ti dimenticheremo mai». «Come prima cosa, papà, vorrei augurarti buon compleanno».

VITTIME A LUNGO TERMINE

Vicino a E. c'è un giovane pompiere in divisa. Indossa l’abito blu e un cappello bianco. Osserva le torri che non ci sono più. Mi chiede se conosco i nomi delle persone che sto leggendo. Viene ogni anno a ricordare un familiare di cui però non parla e di cui si limita a indicare il nome, da dove spunta una bandierina. Oltre a lui, altri colleghi, tutti in divisa anche se, probabilmente, sono in pensione. Alcuni si siedono, altri restano in piedi. Parlano dei loro problemi di salute e degli anni che passano. Sorridono. Tutti gli anni si ritrovano gli stessi volti. Per molti è come una riunione di famiglia. Sulle divise i riconoscimenti di una vita.
Molti di loro, l’11 settembre, si sono salvati ma in tanti rimasero intrappolati là dentro. Furono i primi a entrare a Ground Zero, quel giorno. Morirono. Prima e dopo. Chi perché non riuscì più a uscire dai palazzi e chi, anni dopo, perché si ammalò di cancro per aver respirato quella polvere che entrò nella testa, oltre che nei polmoni.
Quel giorno, T. non lavorava a Mahnattan. Viveva nel New Jersey. Ricorda di aver visto perfettamente il secondo aereo. Lo vide in cielo, non in televisione: «Nessuno ebbe la minima idea di che cosa fosse, né cosa stesse succedendo. Fu strano, davvero. Da quel momento il mondo è cambiato, non solo New York. Ci sono controlli di sicurezza che prima non esistevano e si convive con questo rischio».

SCELTE CHE SEGNANO

Manhattan, però, non sempre ama parlare dell’11 settembre. Alcuni non vogliono ricordare. Altri, semplicemente, cercano di dimenticare. Come S., un cuoco formidabile che aveva iniziato a lavorare da poco nel ristorante panoramico della Torre Nord. Aveva fatto esperienza in uno dei più rinomati locali di New York, ma poi aveva accettato di trasferirsi al World Trade Center, a patto che potesse portare con sé alcuni giovani cuochi molto preparati. Quella mattina, gli salvò la vita una visita dall’oculista. Dei suoi ragazzi non rimase nulla.

LA DIFFICOLTÀ DI SOPRAVVIVERE

Sharon D. Smith è una signora afroamericana, ora in pensione. Ha un bel sorriso e al World Trade Center l’ho incontrata, per caso, il 10 settembre. Era lì con la figlia. Nel 2001 lavorava al 61esimo piano della Torre Nord. «Ho lavorato lì per più di 20 anni. Ero qui anche nel 1993, quando ci fu l’altro attentato. Ero chiusa nell’ascensore e ci rimasi per quattro ore, ma grazie a Dio riuscii a salvarmi. L’11 settembre stavamo andando al lavoro, poi abbiamo avvertito un rumore fortissimo. Pensavamo fosse scoppiata una tubatura». Quel rumore era il primo aereo che si schiantava tra le vetrate di una delle due Torri Gemelle. Sharon riuscì a scendere giù per le scale. Insieme ad altri, corse fuori e si diresse verso il Municipio, mentre la sua torre crollava, di lì a poco. «Cercammo di andare tutti in metropolitana, ma tutti i treni erano bloccati. Tornai in superficie: camminavo all’indietro, guardando ciò che stava succedendo. Tutto era ricoperto da una coltre bianca. Le auto, gli alberi, le persone». La voce di Sharon è pacata: «Siamo vivi e cerchiamo ancora di sopravvivere. A volte, però, non è semplice. Dieci anni dopo ho scritto un libro (My LIfe at the World Trade Center, edito da Infinity Publishing, ndr), perché dovevo tirare fuori ciò che avevo dentro. Quel giorno è stato orribile e niente è mai stato più come prima. La vita non sarà mai più la stessa». Sharon, in quella circostanza, realizzò che nessun grattacielo poteva essere resistente abbastanza e che non c’era alcun posto davvero sicuro. Alle celebrazioni non è venuta, ma le piace il posto: «È meraviglioso come hanno sistemato le piante, il memoriale e i palazzi. Qui è dove ci sedevamo fuori durante le pause pranzo. Le persone ora continuano a sedersi in questo posto. Ed è bellissimo».

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