Sessismo

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11 Settembre Set 2017 0900 11 settembre 2017

«Il sessismo è un'invenzione»: intervista al direttore di Libero

Ha smentito i doppi sensi dei titoli. Respinto le accuse di maschilismo: «Mica facciamo i missionari». E detto che il linguaggio non è importante. Conversazione con Vittorio Feltri.

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Per il direttore di Libero il linguaggio non è importante. Me lo ha assicurato lui stesso durante questa intervista, nel corso di una telefonata che lo ha spazientito più di una volta. Certo, che i giornalisti di Libero fossero totalmente privi di sensibilità nei confronti delle parole che scelgono e fanno leggere ogni mattina a tutt'Italia è un po’ come la scoperta dell’acqua calda. Ce lo ricordano titoli memorabili come «Patata bollente», «Meno patate, più mimose», «Renzi e Boschi non scopano», o, spostandosi dal sessismo al razzismo, «Bastardi islamici» e «Dopo la miseria portano le malattie».
La settimana scorsa Libero è stato massacrato dall’opinione pubblica per aver raccontato dettagliatamente lo stupro di Rimini, con particolari tecnici che nulla servivano ad aggiungere realtà al crimine. Che valore aggiunto offre al lettore sottolineare in quale posizione è stata messa la vittima prima di essere abusata? La questione qui non è «fare informazione», ma lasciarsi andare a una morbosità gratuita che di certo non arricchisce la cronaca mentre non fa che calpestare, un’altra volta, la vittima della storia.
Vittorio Feltri si è mai chiesto come si sentirebbe quella ragazza a leggere sui giornali i dettagli della sua violenza? Credo di no, ma dicevo, il linguaggio non è importante. Importante, mi ha ripetuto, è che trascrivere i verbali sia un’operazione completamente legale per una testata. Tutto il resto è una rottura di palle.

DOMANDA: Direttore, parliamo di come avete raccontato lo stupro di Rimini?
RISPOSTA: Ah, bellissimo questo argomento. Noi di Libero abbiamo riportato i verbali ufficiali degli interrogatori, non le nostre opinioni che sono irrilevanti. Perché non possiamo farlo? Perché tutti i giornali riportano i verbali di qualsiasi vicenda, Il Fatto Quotidiano per primo, e se lo facciamo noi non va bene? Mi spieghi lei perché no: è un’operazione ufficiale.

D: Capisco che sia legale quello che avete fatto, ma la questione è un’altra: cosa aggiungono al racconto di un crimine così efferato i dettagli sessuali?
R: Sì, capisco. Ma quando Il Fatto riportò la famosa frase di Berlusconi che «la patonza doveva girare» a che cosa serviva? È la stessa cosa. Abbiamo riportato un verbale, basta. Se poi lei vuole dare dei significati particolari, faccia come crede. Ma noi abbiamo agito nella legalità. Il linguaggio non è importante.

D: Uno dei vostri titoli che fece più discutere fu «Patata bollente» riferito alla sindaca di Roma Virginia Raggi. Cosa risponde a chi vi dà dei sessisti?
R: Dico che sono discorsi completamente fuori dalla realtà. Noi facciamo dei titoli con un minimo di appeal, ma che riflettono sempre la realtà. E la realtà non si può negare. Noi facciamo i giornalisti, non i missionari né i frati: il politicamente corretto non mi interessa.

D: Nessun sessismo, insomma…
R: Ma cos’è il sessismo? È da cinque anni che si parla di sessismo, prima non esisteva. Non si può parlare di sesso? Noi perché abbiamo scritto «patata bollente» siamo sessisti? Ma la patata è un tubero, Cristo! Basta guardare la Treccani, sotto la voce «patata bollente» c’è scritto «questione scottante». E poi vengono a criticarci. Basterebbe consultare i dizionari.

D: Certo, ma non vorrà negare che il doppio senso era voluto?
R: Ma facciamo il processo alle intenzioni o alle parole? Le mie intenzioni non sono soggette a processi. Sono mie e basta. Se lei dà un’altra interpretazione è perché lei è maliziosa.

D: Guardi che non l’ho data io, ma tutta Italia.
R: Ripeto, meglio controllare i dizionari prima di fare obiezioni che non esistono.

D: In questi giorni si è sollevata un’altra bufera per il vostro titolo «Dopo la miseria portano le malattie» sulla morte della bimba di Trento per malaria.
R: Sì, bellissimo titolo. Attuale, che rispecchia la realtà. Perché nessuno può negare che gli immigrati ci abbiano portato la miseria. Su questa parte non c’è bisogno di sindacare, si tratta di un’evidenza.

D: E la malaria?
R: Per quanto riguarda le malattie mi attengo a un documento che abbiamo pubblicato il 9 settembre dell’Unione Europea in cui risulta esattamente che la maggior parte delle malattie, quelle che erano scomparse nel mondo occidentale, sono state riportate dai migranti. Poi c’è il documento del ministero della Salute in cui risulta che l’81% della malaria è arrivata tramite loro. Non solo: dal documento della Regione Lombardia si evince che la tubercolosi è aumentata del 100% nell’ultimo anno per o stesso motivo. Insomma, a dirlo non siamo noi, ma dati che abbiamo riportato.

D: Subito gli specialisti non hanno saputo spiegarsi il contagio della bambina. Non crede fosse il caso di aspettare le prime risposte scientifiche prima di pubblicare un titolo simile, dando la colpa ai migranti?
R: Abbiamo pubblicato il giorno stesso un articolo di Melania Rizzoli che è un medico, e che ha spiegato come stanno le cose. Anche la scabbia era stata sconfitta negli Anni ‘40 e poi è tornata. Ma non è che l’ho portata io, non l’hanno portata gli svizzeri o i tirolesi, perché bisogna negare la realtà?

D: Qual è la realtà?
R: Arrivano i migranti, e non è mica colpa loro. Io sostengo che quando sbarcano gli andrebbero fatti subito gli esami del sangue, invece non gli si fa niente. Poi obblighiamo i nostri bambini a fare i vaccini.

D: Lei è favorevole all’obbligo dei vaccini nelle scuole?
R: Certo. Tutto ciò che concorre e garantire la Sanità pubblica deve essere ben accetto, è un compito sociale del governo. Ma se noi obblighiamo i nostri bambini alle vaccinazioni e non sottoponiamo la quantità estrema di immigrati a delle visite mediche e agli esami del sangue, è chiaro che possiamo importare qualsiasi malattia. Siamo razzisti perché chiediamo questo?

D: Beh, l’Ordine dei Giornalisti dopo il vostro titolo ha parlato di «Caccia all’untore» e di «generalizzazione finalizzata ad incitare sentimenti di odio per motivi razziali».
R: Veramente l’odio è stato fomentato dall’Ordine dei Giornalisti e della Federazione nazionale della Stampa nei nostri confronti, tanto che il nostro sito è stato hackerato. Siamo stati noi a ricevere un danno. Grazie al loro odio qualcuno si è mosso, si è mosso il cyber terrorismo che ci ha addirittura oscurati, quindi siamo vittime. Chi non lo capisce o chiude le orecchie o è stupido.

D: Quindi voi raccontate la verità?
R: Certo. E non siamo ipocriti. Se qualcuno ha da obiettare sulla nostra narrazione della realtà, io ascolto e correggo. Ma nessuno mi ha mai corretto, semplicemente c’è un pregiudizio ispirato a ipocrisia. Noi diciamo il vero, non abbiamo nulla di cui scusarci. Di che cosa ci accusate?

D: Nessuno la sta accusando, le sto chiedendo una replica.
R: Mi stupisco come si dia tutta questa importanza all’ODG che è un ente inutile e lo sanno tutti, mentre quello che dico io viene sottovalutato. Questo mi allarma: quello che dico io è la realtà documentata, quello che dice l’ODG è un discorso vago. Quale odio? Noi non odiamo gli extracomunitari, noi ce l’abbiamo con chi li ospita, non li cura e li abbandona in modo che possano trasmettere le malattie. Questa è la verità. Per capirlo basterebbe fare uno sforzo.

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