8 Settembre Set 2017 1120 08 settembre 2017

Discriminazioni sul lavoro: licenziata una presentatrice tivù perché grassa

«Difficile da accettare, cercherò un lavoro dove non conta l'immagine», ci racconta una giornalista che non potrà più apparire sul piccolo schermo per via del suo peso. Ma non è sola: il Curvy Pride la sostiene.

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Discriminazioni Lavoro Curvy

Discriminate perché ‘non magre‘. È accaduto alle hostess della compagnia aerea russa Aeroflot, che aveva deciso di assumere soltanto donne di taglia non superiore alla 48. Ma il 7 settembre il tribunale distrettuale di Mosca ha accettato il ricorso di una di loro, Yevgenia Magurina, condannando la Aeroflot a risarcirla per i «danni morali e materiali». Una piccola rivincita per l’assistente di volo curvy, che riaccende i riflettori su un fenomeno che spesso si verifica anche in Italia. Perché per trovare, o non perdere, un lavoro, a volte capacità e competenze non bastano: conta anche il numero che appare sulla bilancia, soprattutto se sei donna. E così c’è chi come Serena (nome di fantasia, ndr), presentatrice di emittenti locali, dopo essere ingrassata si è trovata tagliata fuori dal mondo in cui lavorava da quasi 20 anni. Senza troppe spiegazioni.

«OBBLIGATA A NON MANGIARE»

«Da giornalista presentavo eventi e collaboravo con un’organizzazione nei format che andavano in onda nelle tivù locali», racconta la conduttrice a LetteraDonna. «L’ho fatto per 17 anni. Poi ho attraversato un momento molto difficile della mia vita. In meno di un anno ho preso 30 chili e oggi mi ritrovo senza lavoro». Quando Serena era incinta di sette mesi, infatti, la gravidanza non è andata a buon fine: gli squilibri ormonali e mesi di depressione hanno causato in lei un forte aumento di peso. Familiarizzare con il suo nuovo corpo è stata da subito una sfida non semplice, ma non si aspettava che sarebbe cambiato qualcosa anche in termini occupazionali. «Da giugno non lavoro più con l’organizzazione di sempre perché, dicono, si è creata una frattura tra me e loro, ci sono incompatibilità», spiega. Che il cambiamento dell’immagine di Serena abbia avuto un ruolo in questa scelta è più che un sospetto: «Negli ultimi mesi di collaborazione la mia datrice di lavoro mi obbligava addirittura a non mangiare perché dovevo dimagrire. Poi a poco a poco gli eventi in programma sono andati avanti senza di me. Ma purtroppo non posso dimostrare nulla, né i motivi per i quali sono stata fatta fuori né il mobbing che ho subito», dice Serena commuovendosi. «È tutto molto difficile da accettare: ora sono rimasta a casa senza un impiego, ma cercherò di trovarne un altro in cui l’immagine non sia così importante».

CURVY PRIDE

Da sempre giornalista e conduttrice, laureata, Serena è sicura che saprà reinventarsi: «L’aspetto fisico purtroppo oggi conta in tutti i settori. I chili in più te li fanno pesare anche le frecciatine dei parenti, le occhiate delle commesse nei negozi e dall’estetista. Ma io oggi mi vedo bella così come sono e le battute degli altri spesso non le capisco». Se Serena oggi sta imparando ad accettarsi e cerca di reagire, nonostante l’onta della delusione subita, è anche grazie a Curvy Pride, associazione fondata nel 2015 da Marianna Lo Preiato, titolare di un negozio d’abbigliamento per taglie comode di Bologna. Dopo aver aperto un blog per affermare il diritto a un’idea di bellezza che non discrimini e non crei modelli irraggiungibili, nel 2013 ha organizzato per la prima volta un flashmob a Bologna per lanciare un messaggio contro i modelli dominanti nella moda e nei media. Al primo incontro hanno partecipato 100 donne, diventate 300 nella seconda edizione del 2014 e 500 in quella milanese del 2016, durante l’Expo. «Oggi le iscritte sono circa 500, mentre siamo in tre a gestire gli eventi, le campagne e il nostro sito e blog, che raccoglie molte lettere di vicinanza, molte storie di discriminazione e richieste d’aiuto», racconta Marianna. «Noi non ci guadagniamo nulla, ma vogliamo fare aggregazione tirando fuori le persone dal guscio che spesso si costruiscono. Vogliamo dire a chi non si piace che ogni donna è unica per quello che è. I nostri raduni sono un’esplosione di gioia e felicità».

«DIFENDIAMO LA NORMALITÀ, NON L’OBESITÀ»

Lungi dal diffondere il messaggio che «grasso è bello», Curvy Pride non si fa carico dei problemi di salute o psicologici, per i quali è necessario l’intervento di un medico o di uno specialista. «Noi diciamo che le donne devono accettarsi per quello che sono, difendiamo il diritto ad avere le stesse opportunità delle altre e non giudichiamo le persone per il loro aspetto», spiega ancora Marianna. «Ma non deve passare il messaggio che l’obesità sia bella. Si tratta di una malattia e se comporta rischi per la salute bisogna farsi aiutare da un medico. Promuoviamo il mangiar sano e lo sport, di certo non gli eccessi». Insomma, dell’associazione possono far parte tutte le donne che sentono l’esigenza di un diverso modello di bellezza da quello imposto, che siano taglia 38 o 60: «In questo momento l’estetica è messa sempre in primo piano, la società accomuna il concetto di bellezza a quello di magrezza», aggiunge Simona D’Aulerio di Curvy Pride. «Noi invece non diamo importanza alla taglia. Basta stare bene con sé stesse ed essere in salute». E se il mondo «è ancora ostile alle persone sovrappeso», come racconta Serena, diventano cruciali le testimonianze e campagne di sensibilizzazione che parlino una lingua diversa da quella dei social network come Instagram. Come quella che intende fare Marianna con l’associazione: «Stiamo lavorando a un progetto molto interessante con il comune di Bologna, in arrivo in primavera, ma non possiamo anticipare nulla».

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