7 Settembre Set 2017 2013 07 settembre 2017

Tunisia: al Festival di arte femminista va in mostra la parità di genere

Là dove aborto e divorzio sono stati legalizzati prima che in Italia, ora ci sono giornate dei gelsomini e festival per i diritti. Nel Paese nordafricano sempre più donne si impegnano nell'attivismo. Ma c'è ancora molto da fare.

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Gratuito e aperto a tutti. Con l’intento di incoraggiare la produzione artistica e la sua fruizione, indipendentemente dalla classe sociale, dal livello di istruzione o dal colore della pelle. È questo il manifesto della terza edizione del Festival Internazionale di ‘arte femminista’ Chouftouhonna, in programma a Tunisi dal 7 al 10 settembre al Palais du Théâtre National Tunisien e in piazza Halfaouine, nel cuore della Capitale. 250 gli artisti da 50 nazioni sparse per il mondo. Perché qui, almeno qui, ogni modo è lecito per portare alla ribalta temi di genere e di pari opportunità. Questo eclettico Paese, nell’orizzonte del Nord Africa (e non solo, forse), sembra infatti potersi considerare ‘progressista’ in fatto di diritti al femminile.

ABORTO E DIVORZIO
Sì, proprio così. Se in Italia è stato introdotto sul finire del 1970 e in Spagna ci si è arrivati nel 1981, in Tunisia, invece, il divorzio è stato istituito parecchio prima, nel 1956, con la promulgazione del Codice dello Statuto Personale da parte del presidente Bourghiba. Lo stesso dicasi per l’aborto, considerato un crimine in alcuni Paesi della grande Europa del 2017 ma riconosciuto in toto dal 1973 in questo Stato arabofono e musulmano, ancor prima della proclamazione della Repubblica e dell’entrata in vigore della Costituzione. Può sembrar strano a chi spaccia il mondo oltre l’Occidente come tradizionalista, negletto e arretrato. Ma numeri e dati possono aiutare a sfatare alcuni miti molto ben radicati. Basti pensare che le donne partecipano per il 45% alle spese familiari e che il 54% dei debiti vengono contratti proprio da queste. Negli ultimi anni, il numero delle laureate supera, seppur di poco, il numero dei laureati. E le conquiste, giorno dopo giorno, sembrano quasi piovere dal cielo.

VIOLENZA E MATRATTAMENTI
L’estate ha infatti portato con sé buon notizie per le tunisine. Il 26 luglio il Parlamento ha infatti approvato all’unanimità una nuova legge contro la violenza e i maltrattamenti sulle donne, dando nuova solidità alla parità di genere: una volta che la norma entrerà in vigore, sei mesi dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, sarà riconosciutO ogni tipo di sopruso, prevista assistenza legale e psicologica alle vittime e verrà finalmente negata la possibilità per gli stupratori di sfuggire alla prigionia sposando le loro prede sessuali. Chiunque abbia rapporti con minori di 16 anni verrà dunque punito con sei anni di reclusione (la pena raddoppia se il responsabile fa parte dell’entourage familiare e può quindi esercitare il suo potere sulla ragazza. Sei mesi di detenzione toccheranno invece a chi impiega giovani under 18 come collaboratrici domestiche. L‘età del consenso, infine, sarà portata ai 16 anni, contro gli attuali 13. Un successo che ha innescato una campagna internazionale per l’abolizione di leggi simili anche in altri paesi a maggioranza musulmana. E l’effetto Tunisia si è subito visto sia in Giordania che in Libano.

Il presidente della Tunisia, Béji Caid Essebsi.

PARI EREDITÀ E LIBERE DI SCEGLIERSI LO SPOSO
La bella stagione, però, non si è conclusa con il 26 luglio, data che entrerà nella storia della Repubblica. Il 13 agosto è crollato un altro tabù, che si pensava davvero invalicabile: l’assegnazione alle donne della metà del lascito rispetto all’erede maschio come previsto nel Corano. Ad oggi, nessun Paese musulmano, fatta eccezione della Turchia di Ataturk, ha mai osato mettere in discussione questa sacra prescrizione religiosa. A farlo, ci ha invece pensato il presidente Béji Caid Essebsi, con un discorso pronunciato davanti ad una platea dall’alto profilo istituzionale, dichiarando che a breve sarà trovata una soluzione per conciliare religione e principi costituzionali, magari tramite la creazione di un’apposita commissione che tratti la materia. Ma non solo. Il presidente ha lanciato un macigno ancora più pesante da digerire per l’opposizione islamista: la necessità di emendare il decreto numero 73, che impedisce alle donne di sposare chi non professa il culto di Maometto. Gli uomini, inutili a dirsi, hanno un ventaglio di scelta molto più ampio, seppur ben limitato: a loro, infatti, è permesso di prendere in moglie ebree, cristiane e musulmane. Béji Caid Essebsi si è spinto oltre, affermando che vi è impellente necessità di riequilibrare in senso egualitario il rapporto tra i due sessi. Facile in città, difficile in campagna. Tuttavia un modo per ottenerlo, secondo il presidente, esiste: il governo deve aumentare il reddito minimo di coloro che vivono in zone rurali. E sembra la volontà di farlo ci sia. Mai cantar vittoria prima del tempo, ma è innegabile che in queste parole vi sia aria di rivoluzione, forse capace di contagiare il resto del Maghreb che a giorni alterni si veste di democrazia.

C’È SEMPRE UN PERÒ
Attenzione, però. Innalzare questo Paese a paladino dei diritti è sbagliato tanto quanto venderlo per uno dei tanti Stati che di signore senza velo nemmeno vuol sentir parlare. Non è nemmeno il caso di spacciare Béji Caid Essebsi per colui che guiderà l‘insurrezione femminista, dato il suo passato di uomo di punta dei regimi del secolo scorso. Se la necessità di cambiamento è impellente, se ogni conquista in questa terra è celebrata in ogni angolo di papà Occidente, un motivo ci sarà. Secondo uno studio dell’Office national de la famille del 2010, il 47% delle donne tra i 18 e i 64 anni ha subito almeno una violenza nel corso della loro vita: chi fisiche, chi psicologiche, chi sessuali. La verginità, poi, è ancora un tabù: per la BBC, il numero di tunisine che si sottopone ad interventi di imenoplastica sono in netto aumento. Il sospetto di un imene non intatto può portare persino al divorzio. Meglio andare dal chirurgo plastico e salvare la vita coniugale. Un cambiamento di rotta è dunque necessario.

LA RIVOLUZIONE È FEMMINA
I presupposti, però, ci sono tutti. La partecipazione alla vita sociale e politica è alta e l’organizzazione in associazioni estremamente determinate nel guadagnarsi i propri diritti lo è altrettanto. Il protagonismo nelle giornate dei gelsomini del 2011 ha dato corpo allo slogan «la rivoluzione è femmina», ancora vivo, nonostante siano passati oltre sei anni. Insomma, le donne ci sono, e sono estremamente combattive. Le leggi che sono state promulgate portano la loro firma, tutte le battaglie recano il loro nome. E in Tunisia, unico Paese al mondo, la donna è celebrata ben due volte all’anno: l’8 marzo e il 13 agosto, giorno in cui, nel lontano 1956, si è detto addio a poligamia e differenze, dando il benvenuto al suffragio universale, al divorzio e al diritto allo studio per entrambi i sessi.

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