7 Settembre Set 2017 1145 07 settembre 2017

È morta Kate Millett, protagonista del femminismo americano

Diciamo addio a un'importante attivista. Con il suo Sexual Politics, negli Anni '70 diede un impulso innovatore al movimento per i diritti delle donne. Ma tutt'oggi il suo pensiero è prezioso.

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Se oggi ci riempiamo la bocca di una parola come ‘patriarcato’, lo dobbiamo anche a Kate Millett. La celebre femminista statunitense è morta il 6 settembre 2017 a Parigi, dove si trovava per il suo consueto viaggio di compleanno (era nata il 14 settembre 1934). E anche se negli ultimi anni si era progressivamente ritirata dal dibattito pubblico, le idee seminali che diffuse con le sue opere a partire dagli Anni ’70 sono le stesse su cui si regge un’ampia corrente del femminismo contemporaneo.

QUESTIONE DI POTERE
Merito di un libro come Sexual politics, che venne pubblicato anche in Italia da Rizzoli nel 1971 con il titolo La politica del sesso e che oggi, a quanto ci risulta, in Italia è fuori catalogo. Un testo che, come ha ricordato il New York Times, le era valsa la definizione di «principale teorica del movimento di liberazione femminile». Nel libro, Millett sosteneva che le relazioni tra uomini e donne fossero regolati da un rapporto di tipo politico, laddove per ‘politica’ si intendeva anche un accordo in cui un gruppo di persone è sottomesso a un altro. Nello specifico, le donne agli uomini.

SOTTOMESSE INCONSAPEVOLI
Sexual Politics portò grande fama a Millett, che però si distingueva per una timidezza che la femminista Eleanor Pam ha descritto come «innaturale» al New York Times: «Non è mai stata a suo agio in quanto personaggio pubblico. [...] Eppure, ha ispirato generazioni di donne e ragazze che hanno letto le sue parole». Parole il cui contenuto è ben riassunto da un articolo di New Republic: nel suo lavoro più importante, Millett cercò di dimostrare come la dominazione e la sottomissione ai danni delle donne fossero istituzionalizzate e quindi, di fatto, interiorizzate dalle donne stesse.

CATTIVI MAESTRI
Per avallare le proprie tesi, Millett osò attaccare alcuni grandi nomi della letteratura americana come D.H. Lawrence, Norman Mailer e Henry Miller, le cui opere, secondo la femminista, traboccavano di misoginia (per questo approccio, Millett fu criticata da un’altra femminista, Camille Paglia). L’obiettivo a cui mirava l’attivista era denunciare la struttura patriarcale e legittimare, al contrario, quelle forme di sessualità che potevano minare lo stato delle cose: l’omosessualità, la sessualità adolescenziale, il sesso extraconiugale. Idee radicali, ma tra le collaboratrici di Millett si trovavano persone con idee ancora più estreme: basti pensare che Shulamith Firestone sognava un’utopia dove i bambini potessero nascere grazie a un sistema artificiale che prescindesse dalla gravidanza.

DIMENTICARSI DELLA LOTTA DI CLASSE
Uno degli aspetti critici (e più criticati) delle idee di Millett, però, era il fatto di trascurare l’idea di classe sociale: nella sua battaglia dei sessi, le differenze tra donne bianche e nere, ricche e povere, passavano in secondo piano. E, così, le battaglie condotte da Millett e dalle sue sodali potevano non essere pienamente comprese da donne che, invece, avevano preoccupazioni più urgenti, quasi sempre di carattere economico. È, probabilmente, lo stesso problema che ha impedito in tempi più recenti a Hillary Clinton di conquistare i cuori delle elettrici statunitensi.

LA FICTION PER CAPIRE LA REALTÀ
Oggi, comunque, dopo tanti anni il lavoro di Millett è tornato di scottante attualità (almeno negli Stati Uniti). Questo è accaduto dopo una sostanziale scomparsa dagli scaffali delle librerie avvenuta negli Anni ’90. Nonostante per alcuni versi il suo lavoro sia ormai datato, Sexual Politics continua a insegnare che, per comprendere a fondo la realtà che ci circonda, non possiamo prescindere dalla produzione culturale corrente. I libri (o la musica, o il cinema, o la televisione), insomma, come strumento femminista per scardinare un mondo ancora rigidamente sessista.

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