L'EmanciMappa

1 Settembre Set 2017 0907 01 settembre 2017

Siamo tutte magrebine

La condizione delle donne in Marocco tra progressi, barbarie e paradossi. Dove comunque si scende in piazza per reagire alla violenza su una 16enne. Mentre in Italia ci si indigna solo sui social.

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Marocco violenza donne protesta

Nei Paesi musulmani la condizione della donna rappresenta una tra le questioni più annose e controverse, soprattutto per noi occidentali che di quel mondo conosciamo ben poco. Spesso il rischio è quello di incorrere in un'indistinta generalizzazione, tale da appiattire le peculiarità che caratterizzano ciascuno degli Stati riconducibili alla più ampia, e catastrofica, etichetta di cui sopra. Parliamo del Marocco, ad esempio, dove dalla fine degli Anni '50 ad oggi si è registrata una imponente transizione demografica.

PROGRESSI...
Non ci si sposa più a 17 anni, il tasso di fertilità si è di gran lunga dimezzato e più della metà degli studenti che frequentano la scuola secondaria è di sesso femminile, nonostante un marocchino su tre sia ancora analfabeta. La Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici è stata ratificata da Rabat nel 1979 e risale al 2004 la revisione del Codice di Famiglia che ha modernizzato un insieme di norme legate alla sharia, mentre è del 2011 l'introduzione del principio di uguaglianza di genere all'interno della Costituzione. Il 51% degli impiegati statali, poi, appartiene a quello che il luogo comune identifica come 'sesso debole'. Non resta dunque che porgere a tutti i più sinceri complimenti: l'universo delle donne sembra stia consolidando progressivamente la sua forza e le sue posizioni.

...E BARBARIE
Occhi aperti, però, quando si sale sugli autobus. È notizia del 21 agosto, infatti, l'aggressione a una ventiquattrenne fatta da un gruppo di adolescenti dai 15 ai 16 anni: molestie, insulti e vestiti strappati. Il tutto è stato ampiamente documentato da un video poi diffuso in rete, girato da alcuni passeggeri che hanno scelto consapevolmente di prendere in mano lo smartphone al posto di soccorrere la giovane ragazza, mentre il mezzo continuava imperterrito la sua corsa verso il capolinea. La vittima, a quanto dichiarato dalla polizia, è affetta da un ritardo mentale. «La colpa è dei genitori, chi ha disabilità è meglio che viaggi accompagnato», si legge qua e là sui social network a commento delle immagini diffuse. «Se l'è cercata: viaggiare su un bus in mezzo agli uomini non è mai prudente», si trova ancora in rete. Insomma, come spesso accade, la giustificazione (nel Maghreb come in Italia) è sempre a portata di mano.

IMPARARE DA CHI SI INDIGNA VERAMENTE
Una presa di coscienza collettiva, però, non è tardata ad arrivare. Migliaia di persone sono infatti scese nelle strade di Casablanca per protestare in modo pacifico contro quanto successo, simbolo di una mancanza di diritti al femminile ancora piuttosto marcata. Lo stesso Mustapha Ramid, ministro per i diritti dell'uomo, ha ammesso proprio in questa occasione che «la legislazione condanna le molestie sui posti di lavoro ma non negli spazi pubblici», nonostante un progetto di legge più ampio per tutelare le vittime di violenza sia già in esame in Parlamento. Ad oggi, i cinque ragazzi sono sotto inchiesta. «La mobilitazione di piazza nata sui social è stata incredibile, nonostante vi siano state alcune voci fuori dal coro che si sono prese la libertà di imputare ogni colpa alla ragazza», commenta Souad Sbai, presidente dell'Associazione Acmid, (Associazione della Comunità Marocchina in Italia delle Donne) arrivata in Italia 36 anni fa per studiare Leopardi e Petrarca e rimasta poi nel nostro Paese per lavorare a favore dei diritti delle musulmane. «Casablanca si è riempita di ragazzi tra i 15 e i 16 anni decisi a protestare contro questa disumana forma di violenza. Per i recenti fatti di Rimini, nessuno in Italia ha mosso un dito, se non grandi sfoghi su Facebook, Twitter e altro. In Marocco no, non si banalizza nulla. L'associazionismo è guidato da un élite che in Italia ci sogniamo».

LA 'LEGGE' DEL CORANO
A conclusione di questa vicenda, non resta dunque che sperare che al banco dei testimoni si presentino soli uomini in difesa della giovane ragazza disabile. Per il diritto dell'Islam, la testimonianza di una donna vale infatti la metà, perché così è prescritto da una famosa sura del Corano: davanti al giudice signore e signorine devono presentarsi sempre in coppia, così, se una delle due sbaglia, l'altra potrà ricordarle che cosa sta dimenticando. Sì, è tutto vero. Se la Costituzione dichiara parità di sessi, sulle disposizioni coraniche si ha infatti poca capacità di azione. Lo stesso vale per l'eredità. «Quando è morta nostra madre, mio fratello ha avuto diritto ad una parte più consistente del lascito. Capita a tutti, a chi viene dalla campagna e a chi occupa posizioni ministeriali, senza nessuna distinzione di rango o di ceto sociale», racconta Souad.

PARADOSSI E MUTAMENTI
Un paese, e una popolazione, che vive un paradosso. Le donne diventano ministro ma devono subire discriminazioni quando si recano in tribunale o si trovano, appunto, a doversi spartire l'eredità. «Eppure, si vive nella logica del 'tutto o niente'», dice Souad. «Quando parlo di quote rosa vi è sempre un rifiuto totale. La proporzione, in politica, sul posto di lavoro, nella società civile, deve essere 1 a 1. E da questa convinzione, nessuno si smuove, nessuno scende a compromessi, seppur di transizione». E infatti si sono registrati enormi passi in avanti. Nessuno vuole negare il grande contributo alla causa femminile condotto dal 1999 dal Re Mohammed VI, giovane e sposato con una moglie che al mare va in bikini. Il nuovo diritto di famiglia, ad esempio, ha segnato una svolta all'interno della società, dalle città alle campagne. «Il mio Paese sta vivendo una fase di transizione e mobilitazione senza uguali. Quando torno dalla mia famiglia, vedo ogni anno cambiamenti e mutazioni, a partire dal rapporto che le mie sei sorelle instaurano con i loro mariti», continua Souad. Non si nega, comunque sia, una situazione di fatto che non è per nulla rivoluzionaria. A tal proposito, basti ricordare la notizia (aprile 2017) di una relazione extraconiugale che è costata il carcere a Hind El-Achabi, 38 anni, presidente della compagnia aerea Dalia Air e moglie di Sadiq Marafi, ambasciatore kuwaitano in Austria. L'articolo 490 del codice penale prevede infatti fino ad un anno di detenzione per chi ha rapporti sessuali fuori dal matrimonio. In questo caso, l'amante ha ottenuto la sospensione della pena, mentre a Hind spettano due anni tra le mura di un centro di detenzione a Nord di Rabat. Insomma, la parità tra i sessi sembra barcollare anche in questo caso.

MEGLIO IN MAROCCO CHE IN ITALIA
«Ma il problema maggiore per le marocchine paradossalmente è qui in Italia, non là. Soprattutto se si pensa al fatto che il 70% di loro arriva da zone arretrate e solo il restante 30% dai centri urbani». La poligamia, in Marocco, è vietata dalla legge, se non con il consenso della prima moglie. E il diritto viene applicato, ad esclusione di casi eccezionali. In Italia, invece, no. Gli uomini musulmani trovano escamotage per infrangere la legge: oltre al matrimonio consentito dallo Stato italiano, infatti, vengono fatte carte false all'interno delle moschee per far sì che gli sposalizi possano diventare due, tre o quattro. Il tutto, ovviamente all'insaputa delle donne. Si sposano, firmano attestati che si rivelano fasulli e accettano di convivere con tutte le mogli che il marito sceglie per sé. Lo accettano, semplicemente perché non sanno che legami di questo tipo non hanno nessun tipo di validità giuridica e dunque non portano con sé alcun tipo di diritto. «Ho tra le mani numerosi documenti che rivelano la presenza dei cosiddetti matrimoni a tempo, figli di una tradizione antica che nel Maghreb non esiste più da secoli. Le donne, analfabete, pensano che tutto ciò sia normale. 'Ti sposo, ti lascio quando voglio e nel frattempo ti faccio vivere in 40mq con tutte le mogli che desidero per me'», spiega Souad. Un bel trucco per nascondere agli occhi dello Stato italiano la poligamia, vietata dall'articolo 556 del codice penale e punibile con il carcere fino a 5 anni. Sbai racconta quindi  di una moschea a Roma che celebra matrimoni di questo tipo con tanto di certificati, ovviamente fittizi, godendo della complicità dei consolati dei Paesi di provenienza.
La stessa disparità di diffusione (tra la nazione di arrivo e quella di provenienza) si registra anche nel campo della violenza. «Episodi di maltrattamenti sono più frequenti in Italia: le donne hanno più paura a denunciare, perché si sentono private di quella rete di protezione, famigliare e amicale, che in Marocco invece sopravvive e fa da scudo a chi si trova in reale difficoltà», conclude Souad.

Se si difetta sul fronte dell'integrazione, insomma, questo è il risultato. A volte le leggi non bastano, ed ogni Paese a suo modo ne è testimone. Manca coscienza, civiltà e sguardo verso il prossimo a prescindere dai diversi colori, verde o rosso, bianco o nero. E il Marocco ha qualcosa da insegnare, perlomeno sul fronte della presa di coscienza.

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