30 Agosto Ago 2017 1333 30 agosto 2017

Scomparse, ma non dimenticate

Il 30 agosto si celebra la Giornata internazionale dei desaparecidos. Un crimine che si è spostato dal Sud America al Medio Oriente. Ad esempio, nella Siria di Assad. Le storie delle sopravvissute.

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Desaparecidos, scomparsi. Così vengono chiamate le persone di cui si perde traccia, vittime di dittature violente e repressive che uccidono e fanno sparire i dissidenti politici per incutere terrore nella società. Una strategia ideata per tenere il popolo prono e obbediente. C'è chi è convinto che non ci sia speranza di sopravvivere se catturati dai militari e chi, invece, non si arrende mai e continua a cercare i propri cari, o perlomeno, a chiedere giustizia. Come le madri della Plaza de Mayo, donne dal coraggio e dalla speranza inarrestabili che non hanno mai smesso di cercare i propri figli, catturati dal regime argentino. Sebbene il fenomeno dei desaparecidos sia parte della storia sudamericana, l'Onu, per il 30 agosto, ha deciso di proclamare una giornata internazionale in ricordo di tutte le vittime di violenza politica, da Occidente a Oriente. Perché anche se adesso in quei Paesi è stata instaurata la democrazia, ci sono luoghi nel mondo dove la gente continua a sparire nel nulla, nell'indifferenza generale. Tra le principali crisi umanitarie in atto c'è quella in Medio Oriente, dove dittature come quella di Assad fanno sparire i civili impunemente, anche se non si tratta di dissidenti politici. Donne e bambini innocui, in Siria, vengono catturati per soddisfare gli impulsi sessuali o rabbiosi dei soldati che, dopo averne abusato, cancellano ogni traccia.

«VOGLIO USCIRE DI QUI»
Spesso si tratta di madri che cercano di spostarsi di città in città, in cerca di trattamenti sanitari, punite dai militari per non essere rimaste davanti al focolare. Come Rima Mulla Othman che, arrestata e incarcerata a Damasco, venne torturata nella minuscola cella sotterranea in cui l'avevano stipata col figlio malato. Pregava le guardie di portare il piccolo, di appena tre mesi, in ospedale, ma la ignorarono, condannandoli a due anni e quattro mesi dietro le sbarre. Le prime parole del bambino, Omar, furono «prigione» e «voglio uscire di qui», racconta il Guardian. Niente che faccia pietà al regime di Assad, secondo il quale la donna era colpevole di aver tentato il trasferimento di un malato nell'Est della Siria.

TESTIMONIANZE PREZIOSE
A gennaio 2017 Rima è stata liberata, con l'aiuto di un avvocato. Ne è uscita con traumi fisici e psicologici talmente gravi da essere costretta a lasciare il figlio in affidamento in un orfanotrofio finché non sarà in grado di prendersi cura di lui. Eppure, sebbene sia una storia tragica, almeno è riuscita ad uscirne per raccontarla. Niente di scontato in un Paese dove migliaia di famiglie vengono lacerate da detenzioni arbitrarie, omicidi e abusi. Appunto per la preziosità delle testimonianze, la storia di questa donna è stata scelta per l'esibizione Syrian women in Assad's prisons, a Manchesterl'8 settembre 2017. Una settimana dopo la Giornata internazionale dei desaparecidos: l'occasione è pensata per raccontare la lotta nascosta delle siriane che spariscono tra le mani dei militari.

STUPRATA NEL SILENZIO GENERALE
Si tratta di storie che, per la maggior parte, non verranno mai raccontate perché queste donne vengono appunto fatte svanire nel nulla, in modo che non parlino. Ma qualcuna riesce a cavarsela. E le testimonianze sono agghiaccianti. Come per una 45enne arrestata a Damasco che l'Independent chiama Zahira, anche se non è il suo vero nome. Non vuole che si sappia ciò che le è successo, per paura di essere allontanata dalla famiglia. Nel 2013 un gruppo di soldati la catturò sul posto di lavoro, la portò all'aeroporto militare di Al Mezzeh dove, legata ad un letto, venne stuprata da cinque uomini. Per 14 giorni consecutivi non fecero altro che violentarla «in ogni cavità del corpo», come racconta lei stessa. Un soldato si era anche assicurato che le umiliazioni a cui era sottoposta fossero filmate, in modo da poter minacciare di mostrarle alla sua comunità nel caso aprisse bocca. Per cinque anni, poi, venne trasferita continuamente da una base militare all'altra. La picchiavano in continuazione col manganello, talvolta addirittura fulminandola con l'elettroshock. Una volta la appesero persino a testa in giù per più di un'ora, schiaffeggiandola in faccia. Dormiva in una cella di tre metri per quattro con altre 48 donne, in condizioni disumane. Poteva usare il bagno soltanto una volta ogni 12 ore, e lavarsi una volta ogni 40 ore. Zahira ha avuto la 'fortuna' di essere rilasciata soltanto per via delle sue pessime condizioni di salute, per cui i militari temevano di averla uccisa. Storie raccapriccianti, eppure ancora non si denuncia abbastanza. Per questo Amnesty International vuole sensibilizzare sul tema delle detenute abusate e sprona le Nazioni Unite a impegnarsi in modo più incisivo affinché venga messa fine a questa piaga, perché a migliaia muoiono di tortura o di fame durante la prigionia nel silenzio generale. E le loro storie spariscono nel nulla.

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