17 Agosto Ago 2017 1646 17 agosto 2017

Scuola (razzista) di polizia

Aggirarsi per i corridoi durante le lezioni può portare all'arresto. Succede negli Usa, dove gli agenti portano tra i banchi violenza e pregiudizi. Lo racconta il libro Invisible No More.

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Palpate, molestate, picchiate, insultate e umiliate. Per le donne di colore in America la vita è dura fin da bambine. Il razzismo istituzionale da parte della polizia, sempre presente fuori da scuola, segna le loro infanzie, preparandole alle discriminazioni che sono destinate a subire in quel contesto culturale da Far West. Se da una parte gli episodi più eclatanti sono inevitabilmente noti quando ci scappa il morto, talvolta con video che testimoniano meglio di qualsiasi penna, dall'altra la maggioranza delle violenze passa inosservata. E sono proprio le paure delle ragazze comuni che l'attivista e scrittrice Andrea J Ritchie vuole far emergere in Invisible No More, l'ultima opera uscita sul mercato editoriale l'1 agosto. L'autrice haraccolto casi di soprusi sconosciuti, per denunciare e fare giustizia: un libro che fa riflettere, pensato proprio per il contesto politico e sociale contemporaneo che sta prendendo derive xenofobe. Il fatto più eclatante è che queste aggressioni avvengano tra i banchi di scuola che, al contrario, dovrebbero fornire educazione e protezione. Con un rischio elevatissimo: infondere nei bambini la cultura della forza e dell'ordine e crescerli così violenti e razzisti, oppure impaurite e sottomesse. Certo, ci si domanda cosa abbiano fatto di male delle bambine o adolescenti per venire arrestate. La risposta? Cose 'gravissime', tipo aggirarsi per i corridoi durante le lezioni («creare disordine»), uscire dalla classe in ritardo («atteggiamenti sospetti») o chiedere di riavere il cellulare confiscato («minacciare un dirigente»).

ARRESTATA A CINQUE ANNI
Tra i racconti di Andrea, il caso più preoccupante risale al 2005: vittima Jaisha Aikins, una bambina di cinque anni. È stata ammanettata e arrestata nella sua scuola a St Petersburg, in Florida. Normalmente non avrebbe senso specificare il colore della sua pelle, ma ciò che le è successo è dovuto proprio a questo: è afroamericana. Ufficialmente la sua colpa è di avere fatto i capricci e avere avuto una crisi di nervi, come se non fosse normale che prima o poi succeda a ogni bimba della sua età. Figurarsi in un ambiente oppressivo. Il preside e i poliziotti si sono giustificati dicendo che la piccola fosse pericolosa (ma si può essere più forti di una squadra di omoni in divisa ad appena cinque anni?). Ma la spiegazione è un'altra: pregiudizi. A dimostrarlo è un video che ha ripreso i fatti e smonta la spiegazione fornita dagli agenti: Jaisha non aveva ferito nessuno e, al contrario, si era già calmata al momento dell'arresto violento.

CONTROLLI VIOLENTI, PREGIUDIZIEVOLI E MOLESTI
Quelli citati nel libo, però, non sono casi rari e isolati: la New York Civil Liberties Union (NYCLU), associazione che monitora il razzismo istituzionale, continua, infatti, a documentare di bambine e ragazze di colore sbattute contro il muro, trattate bruscamente, atterrate, prese per la gola e bloccate per le braccia. E questo è il meno: nei casi peggiori vengono intimidite con la pistola puntata contro, che a volte spara, ferisce e uccide. Una questione di pelle, non di generale violenza da parte della polizia, perché il racial profiling (l'azione delle forze dell'ordine determinata da pregiudizi estetici ed etnici) è una forte discriminante. In quest'ottica si inquadrano i casi sottolineati dalla NYCLU che evidenziano l'abuso di potere durante i controlli: alle studentesse viene ordinato di piegarsi sulle ginocchia mentre viene passato loro il metal detector tra le loro cosce e sull'inguine. L'associazione racconta di un agente soffermatosi di proposito sul bottone dei jeans di un'adolescente finché non ha sentito il beep del dispositivo, per poi poterle chiedere in tono provocatorio: «E se ci fosse qualcosa dentro ai tuoi pantaloncini?». Lei preoccupata gli ha giurato di non avere nulla, ma lui l'ha tenuta lì in soggezione a lungo, ferma in quella posizione umiliante e volgare, solo per il gusto di farlo. Non l'unica, purtroppo, perché quotidianamente ci sono storie di studentesse forzate a denudarsi con la scusa del ferretto nel reggiseno.

IL SESSISMO FA PARTE DEL LAVORO?
Insomma, siccome il razzismo non basta, questi agenti ci aggiungono una buona dose di sessismo. Sono ormai molteplici le molestie denunciate da ragazze fermate dalle forze dell'ordine che, mentre stazionano fuori dalle scuole per 'vigilare', fanno commenti sui corpi delle studentesse. «Quella lì non ha il culo», si legge sul Guardian a proposito di un uomo in divisa all'uscita di un college newyorkese. Non solo, spesso si arriva a veri e propri palpeggiamenti e abusi fisici, giustificati con la scusa del metal detector. A questo proposito Jacquia Bolds, una studentessa di Syracuse, ha testimoniato in un convegno delle Nazioni Unite del 2008: «essere controllate da un uomo è molto umiliante e degradante perché spesso ti tocca nelle zone più intime».

A SCUOLA
E tutto ciò continua ad avvenire soprattutto a chi è scura di pelle. «I dati dimostrano che le adolescenti di origini latinoamericane o afroamericane vengano arrestate e controllate molto più delle compagne bianche, nonostante la mancanza di valide motivazioni», si legge nel report del 2005 dell'associazione Advancement Project. Queste giovani vengono «punite più severamente per comportamenti di gravità minore». Non solo: nel 2011, uno studio texano ha poi dimostrato che i pregiudizi razziali aumentano di quattro volte il rischio per le ragazze di colore di essere accusate di «disturbare le lezioni». Negli Stati Uniti, infatti, queste adolescenti rappresentano il 33% degli arrestati nelle scuole, anche se sono soltanto il 16% delle studentesse. Lo sanno bene insegnanti come Kathleen Nolan. La maestra newyorkese trova che ci sia una «considerabile discrezionalità lasciata alla polizia nel determinare se il comportamento dello studente viola la legge». La donna riferisce inoltre al Guardian di aver constatato un'evidente disparità di trattamento nelle scuole popolate da un gran numero di ragazze di origini straniere rispetto a quelle in cui sono una minoranza: nel primo caso non vengono tollerati nemmeno oggetti di uso comune come pettini e spray per capelli.

SCIOCCATE CON PISTOLE ELETTRICHE
Mentre gli agenti sono liberi di aggirarsi per le scuole armati di taser, terrorizzando alunne e alunni. Li usano spesso senza criterio, anche per fermare comportamenti non pericolosi o illegali, perché secondo loro «anche se non sono criminali, se non stanno in ordine vanno puniti». Nel 2004 un poliziotto di Miami ha usato la pistola elettrica contro una ragazza di 12 anni, provocandole un shock da 50.000 volts. Il motivo? Stava cercando di bigiare. Casi del genere stanno aumentando esponenzialmente, così, nel 2005, la Taser International, l'azienda produttrice di queste armi, ha fatto una ricerca. E i risultati sono preoccupanti: il 32% degli agenti intervistati dice di averle usate nelle scuole.

SUI MEZZI PUBBLICI
Ma le scuole non sono gli unici luoghi in cui si manifestano violenze e pregiudizi. Anche i mezzi pubblici possono rivelarsi pericolosi: «Vattene fuori dal treno, puttanella!», ha raccontato una 17enne al Guardian. I controllori pensavano non fosse in regola soltanto per via del suo 'aspetto da immigrata'. Lei li implorava di ascoltarla mostrando loro il biglietto, ma non c'è stato niente da fare: è stata afferrata per il collo e bloccata a terra. Gli agenti l'hanno poi arrestata e lasciata da sola in una cella mentre urlava aiuto, con gli occhi che bruciavano ancora per lo spray. Non hanno rimosso il liquido di proposito, per farla patire. E non lo hanno fatto per cattiveria o perché si comportano così con tutti, lo hanno fatto per razzismo: durante lo scontro, infatti, l'hanno chiamata Shaniquah, appellativo usato per insultare le ragazze di origine afroamericana.

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