11 Agosto Ago 2017 1703 11 agosto 2017

Figlie badanti, figli badati

Quando arriva il momento di prendersi cura dei genitori anziani, quali sono i ruoli? Non è più come prima, i tempi sono cambiati: non esiste più un femminile portato e un maschile negato.

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badati e badanti

Cristina Obber è una scrittrice e una giornalista, tra le fondatrici della Rete Rebel Network, attiviste per i diritti. È formatrice su violenza di genere e diritti, ideatrice di progetti per le scuole superiori. Fa parte di GiULiA giornaliste libere autonome. È presente su ‘Dols, donne on line’, su ‘La 27esima ora’ del ‘Corriere della Sera’ e su ‘Lettera Donna’. Tra le sue ultime pubblicazioni, “Non lo faccio più, la violenza sessuale raccontata da chi la subisce e da chi la infligge, con testimonianze di stupratori raccolte in carcere. Tra la narrativa ha pubblicato con Piemme ‘Siria mon amour’, storia vera di una sedicenne italo-siriana ribellatasi a un matrimonio combinato e ‘L’altra parte di me’, storia d’amore tra due adolescenti lesbiche.
Il suo sito è cristinaobber.it

Sono sul bagnasciuga, in spiaggia. Guardo il mare e ascolto impudica le confidenze di due signore sedute alle mie spalle. Una delle due si lamenta con l’altra del figlio, ancora in casa e pieno di esigenze da soddisfare. «Con questa spalla non gli stiro più le camicie, gliel’ho detto: gliele lavo e basta». Seguono delle riflessioni sull’efficacia delle infiltrazioni e poi si torna al cuore del problema, quel figlio che non se ne va di casa: «Sua sorella a 30 era già indipendente, lui son tre anni che dice che sta cercando ma intanto...».
Scopro poi che le camicie da lavare sono «almeno una al giorno, a volte due perché dopo l’ufficio è sempre in giro». La signora e il marito vivono con una pensione modesta, non si concedono che questa vacanza al mare, ospiti della cognata, una settimana all’anno, che gli presta l’appartamento e l’ombrellone coi lettini «già pagati perché li affitta a stagione».
Scopro anche che quel figlio, nonostante un ottimo stipendio non dà contributi in casa e consuma acqua con docce interminabili, spende molto per vestirsi e non si accontenta di «un pezzetto di formaggio e due verdure» per cena, come è ovvio che sia, soprattutto quando torna dalla palestra. «Adesso le sue cose se le stira», ma niente di più. «E almeno ci parlasse, ma quel poco che ci vediamo c’ha sempre il muso per le sue cose che non so. Anche Carlo è stanco», cioè il marito/padre che «ogni tanto brontola, ma che vuoi fare?».

MA I MASCHI FANNO TANTA COMPAGNIA
Già, che fare? Che fare per non cacciare di casa un figlio adulto che comodo comodo si tiene per sé il denaro che risparmia in affitto e bollette e spesa e si ritrova a pesare sul bilancio familiare con disinvoltura, senza nemmeno uno straccio di gratitudine che ti fa scambiare due parole con dei genitori probabilmente noiosi ma certamente accudenti? E questo accudimento che continua, sarà ricambiato quando ne avranno bisogno?
Nella mia esperienza personale, tra amici e conoscenti, ho visto che generalmente quando ci sono degli anziani bisognosi di cure, sono le figlie femmine ad occuparsene maggiormente e, soprattutto, per quanto riguarda il cucinare e pulire casa e l’igiene personale, a improvvisarsi infermiere e badanti. I figli maschi, di solito, vanno a fare la spesa e fanno compagnia, tra letture, passeggiate quando possibile e commento dei quotidiani e degli eventi sportivi. Anche quando la mamma o il papà si ammala e l’altro gode di ottima salute, si assiste più o meno alla stessa divisione: se sta male lui, è la moglie a trasformarsi in infermiera e badante a tempo pieno, senza risparmiarsi i compiti più sgradevoli come il cambio dei pannoloni. Mentre, se se sta male lei, ecco che per i compiti ingrati intervengono le figlie, quando ci sono, o le professioniste. In quel caso, i mariti al massimo cucinano e, naturalmente, fanno tanta compagnia.
Tornando alle signore della spiaggia, anche quando a rimanere in casa dei genitori per lungo tempo sono le femmine, frequentemente contribuiscono ai lavori domestici, fanno la spesa e preparano da mangiare. E se non dovessero contribuire, non ci si limiterebbe a brontolare, si pretenderebbe quella partecipazione che dovrebbe essere implicita nella condivisione degli spazi. Invece, nonostante se ne stesse lamentando, quella signora riusciva ad apprezzare il fatto che il figlio almeno stiri, senza rendersi conto che se non avesse avuto dei problemi alla spalla probabilmente sarebbe ancora indaffarata a lisciare ogni piega al meglio. Al di là degli aspetti economici, non secondari, continua a lavare, cucinare e rassettargli una stanza che «altrimenti diventa un porcile», attività che svolge accollandosene tutta la fatica senza il contributo del marito, almeno da quello che ho potuto intendere.

NON SERVE IL TALENTO FEMMINILE PER PULIRE IL CULO AL NONNO
Questo destino dell'accudimento tutto declinato al femminile e che tanto giova al mondo maschile trincerato dietro ai «non saprei da dove cominciare» o «non ce la posso fare», che si tratti di cucinare una minestra o accompagnare papà in bagno. Nemmeno io sapevo nulla di anziani, eppure a 26 anni mio suocero l’ho accudito, mi sono impegnata, ho cercato di fare del mio meglio sorvolando sulle cose più spiacevoli e cercando di apprezzare gli aspetti della cura più appaganti, quelli degli sguardi, delle carezze piene di reciproca tenerezza e umanità.
Siamo nel 2017 e i maschi hanno appena imparato a cambiare il pannolino ai propri figli, a portarli a scuola o a sciacquare un biberon che già si sentono degli eroi, celebrati dalle stesse donne che ne tessono le lodi. A una donna chi farebbe dei complimenti perché fa il bagnetto a sua figlia o carica una lavastoviglie?
Sono esempi che possono far sorridere ma sono lo specchio di un patriarcato così interiorizzato che non ci accorgiamo nemmeno che la violenza contro le donne germoglia anche in questa domestica divisione dei ruoli. Accudire, servire, preoccuparsi di sfamare, accontentare, gratificare con la pulizia degli ambienti e la leccornia dei sapori. Questo ci dicono appartenere al femminile, questo ci stimolano con i giocattoli, gli spot pubblicitari, l’educazione. Spacciandoci per talento quello che ci tocca per dovere.

UOMINI NUOVI, UOMINI LIBERI
I tempi sono cambiati sia perché le mie figlie non hanno ricamato a scuola quei cuscini a punto croce, che io odiavo, sia perché ci arrivano anche esempi di uomini che ci dimostrano che la cura può essere anche affar loro, anzi, che vogliono che lo sia. Che nella cura ci sono oneri ai quali non vogliono sottrarsi e onori ai quali non vogliono rinunciare.
Penso al mio amico Ezio che insieme ai due fratelli maschi ha accudito la madre fino all’ultimo giorno. Tre uomini adulti con famiglie e lavoro che si sono organizzati nei compiti e nei turni giorno e notte per mesi, assistendo amorevolmente colei che nella loro infanzia aveva dato loro tanto. Un impegno e un esempio così eccezionali per dei figli maschi che durante la predica in chiesa, il giorno del funerale, il sacerdote aveva giustamente voluto sottolineare. Figli e uomini liberi dalle gabbie culturali in cui sono come tutti cresciuti ma da cui si sono dissociati testimoniando che è sempre una questione di scelta.
Rispetto alla Cura non esiste un femminile portato e un maschile negato, e a ogni uomo che cerca di eclissarsi dalle proprie responsabilità dietro un «non ce la faccio», impariamo a rispondere: «Immagina, puoi». Se avete esempi rivoluzionari, raccontateceli qui.

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