4 Agosto Ago 2017 1321 04 agosto 2017

Il presidente delle donne

Il 4 agosto 2017 in Ruanda ci sono le elezioni e i sondaggi suggeriscono la vittoria di Kagame. È previsto un voto di massa da parte della popolazione femminile. Ecco perché.

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Paul Kagame

«Tora Kagame Paul», tradotto: vota Kagame Paul. È lo slogan che occupa cartelloni e manifesti ovunque nelle strade del Ruanda, insieme al volto raggiante del presidente in carica dal 2000. Il 4 agosto si vota e, secondo i sondaggi, sono soprattutto le donne a supportarlo. Avrebbe dovuto lasciare nel 2017, al termine del secondo mandato, ma è talmente amato dal popolo che gli hanno chiesto di ricandidarsi comunque. E lui non ha fatto il prezioso: nel 2015 ha modificato i criteri di rielezione con un referendum popolare. Una mossa che i media internazionali considerano poco democratica perché, nonostante la richiesta venga dai cittadini, così si crea un clima antipluralista che lo manterrebbe in carica fino al 2034, per un totale di 34 anni. In alcuni poster appesi per le città ruandesi appaiono anche i cinque punti chiave del suo programma e uno di questi è interamente dedicato alle donne. E non in un'ottica sessista come accade in Italia con il dipartimento mamme. Tutt'altro: Kagame si propone di posizionare le sue connazionali in ruoli di potere. E fin'ora ci è riuscito: il Paese ha raggiunto il primato mondiale per il numero di parlamentari femmine.  Non c'è quindi da stupirsi se sia particolarmente amato dalle cittadine: il suo impegno per portare il Ruanda da una tradizione patriarcale e discriminatoria nel loro confronti all'emancipazione lo sta ripagando. La prima svolta risale all'introduzione di una legge che impone il 30% di donne in tutti gli organi governativi. Seppur criticabile di sessismo nella teoria, nella pratica ha prodotto risultati concreti e un cambio di mentalità che altrimenti non sarebbe avvenuto. La soglia è poi stata ampiamente superata: già nelle prime elezioni dopo il genocidio le deputate ottennero il 48,8% e, nel 2008, addirittura il 56%. Un record mondiale. Oggi possono vantare una maggioranza schiacciante: più del 60% di rappresentanza femminile (mentre nell'Italia della donna-mamma siamo ancora al 31%).

LA SEGRETARIA ESECUTIVA
«Questo Paese era caratterizzato dall'esclusione, su basi etniche, geografiche e, nonostante se ne parlasse meno, di genere», racconta alla Stampa Angelina Muganza, segretaria esecutiva della Commissione Pubblica. Molti analisti sostengono che il cambiamento in Ruanda sia avvenuto, paradossalmente, proprio grazie a un evento traumatico come il genocidio, che ha reso palese le problematiche di un sistema discriminatorio. Ma lei non si considera un prodotto del conflitto. Anzi, senza mezzi termini, nella sua biografia sul sito dell'associazione Inclusive Security, si definisce «una donna forte». Subito dopo la strage, Angelina è diventata direttrice del ministero della Riabilitazione e della Reintegrazione Sociale. Poi, per due anni, è stata presidente dell'Associazione ruandese delle universitarie, il cui scopo è incoraggiare le ragazze a seguire una formazione superiore. Ma non solo, è stata anche ministra del lavoro e ha poi guidato il dicastero dei Generi e delle Donne nello Sviluppo. Un profilo esemplare: cariche importanti, capacità decisionali e ruoli che hanno un impatto concreto per il Paese.

LA  PRESIDENTE DEL PARLAMENTO
È femmina anche la presidente del parlamentoRose Mukantabana, e non si è certo fatta dire cosa potesse o non potesse fare: «La verità è che bisogna osare, ci vuole la nostra volontà, ma anche quella politica di metterci alla prova. Nella nostra cultura la sottomissione ha sempre avuto un che di sacro. Un famoso proverbio ruandese dice che la sventura si abbatte sulla casa dell’uomo che lascia l’ultima parola alla moglie», dice al Corriere della Sera. Ma anche lei è ben consapevole del ruolo che ha avuto la storia del Paese: «Il genocidio ci ha cambiate. Abbiamo dovuto assumerci responsabilità enormi e lavorare il doppio o il triplo per uomini che non c’erano più».

LA CAPA DELLA POLIZIA
Lo sa bene Mary Gahonzire, che è riuscita a diventare capa della polizia, ma i suoi sforzi l'hanno ripagata: «Credo di non avere colleghe in nessun’altra parte del mondo», dice alla Stampa. E il suo lavoro è centrale per capire che ruolo hanno avuto le donne per la ricostruzione del Paese, per portare pace e per promuovere la convivenza dopo la guerra. È stata proprio la necessità di cambiamento così palese dopo il genocidio che ha spinto persone come Mary a intraprendere una carriera nella giustizia criminale: «Abbiamo subito realizzato che il Paese dovesse essere liberato. Stavamo pensando a un modo per farlo e alla fine abbiamo pensato ad una forza di polizia che includesse anche noi femmine», dice al The Guardian. Il Paese oggi, grazie al loro operato, ha fatto grandi progressi nella lotta alla violenza di genere. Nel nuovo sistema le vittime possono accedere a servizi gratuiti di protezione, supporto modico e legale.

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