Femminicidio

Femminicidio

27 Luglio Lug 2017 1000 27 luglio 2017

Femminicidio, è tempo di agire

Richiami dell’UE, manifestazioni in piazza, una vittima ogni tre giorni. E intanto la ministra delle Pari opportunità rimane un sogno. La violenza sulle donne così non diminuisce.

  • ...
femminicidio1-600x450

La sera del 26 luglio 2017 Luigi Garofalo, accusato di stalking ai danni della moglie Elena Farina, è stato scarcerato. Già in passato, dopo una prima scarcerazione, aveva violato il divieto di avvicinarsi alla donna. Per questo Elena Farina ha paura. La sua vicenda la accomuna a quella di tante altre donne, le cui denunce non vengono prese sul serio. Nell'articolo che segue, scritto il 21 aprile 2017, Cristina Obber aveva affrontato il tema e lanciato un appello alle istituzioni.

Lidia Vivoli ha 45 anni. Nel 2012 è sopravvissuta ad un tentativo di femminicidio per mano dell’ex-compagno, che sta per uscire dal carcere, dove ha scontato solo 4 anni e 6 mesi. Lidia teme che lui mantenga la promessa di vendicarsi. «Sono due anni che chiedo aiuto e nessuno si muove», mi ha detto nello sconforto. «E lui mi verrà ad ammazzare».
Gessica Notaro di anni ne ha 27. Il 20 aprile 2017 ha voluto mostrare al Maurizio Costanzo Show il suo volto, sfigurato dall'acido che l'anno prima il suo ex fidanzato le ha gettato addosso: «Voglio che tutti vedano cosa mi ha fatto. Questo non è amore». No, non è amore. È violenza.
In Italia viene uccisa una donna ogni tre giorni. Al governo non sono bastati i richiami dell'Ue e le manifestazioni di piazza: in Italia, nel 2017, siamo ancora senza una ministra delle Pari Opportunità.

LA TESTA SOTTO LA SABBIA
Eppure i dati sulla violenza contro le donne nel nostro Paese sono inequivocabili (e a chi afferma che vi sia un analogo problema di violenza delle donne contro gli uomini chiediamo di portare dati, denunce, sentenze, verbali del pronto soccorso, perché ad oggi arrivano solo chiacchiere e numeri irrilevanti).
«Le donne che denunciano la violenza sono molto poche rispetto ai casi», dice Vittoria Tola, presidente dell'Unione Donne in Italia (Udi). «Solo poco più del 3% delle donne che subisce violenza si rivolge a un centro antiviolenza e quasi il 16% chiama i carabinieri».
Eppure, nonostante gran parte della violenza rimanga ancora 'sommersa', nel 2015 sono state 16.849 le donne che si sono rivolte ai soli 77 centri della rete antiviolenza D.i.Re, presenti in tutta Italia, con prevalenza nel Centro-Nord. Di queste, il 72,2% sono italiane che subiscono violenza in prevalenza da uomini italiani. Il 30,9% ha un’età tra i 40 e i 49 anni, il 28,8% tra i 30 e i 39, il 17,2% tra i 19 e i 29. È in aumento la richiesta di aiuto tra le minorenni, allo 0,6%.
Solo a Milano sono più di 600 le donne che nel 2016 si sono rivolte al Cadmi (Casa delle donne maltrattate), il primo centro antiviolenza in Italia, che ha alle spalle 31 anni di esperienza. Anche qui le giovani sono in aumento.
Per quanto riguarda le violenze sessuali, sono più di mille i minori attualmente in carico al ministero di Giustizia minorile per reati a sfondo sessuale, in prevalenza stupri e stupri di gruppo. Circa il 70% di questi ragazzi è italiano, la maggior parte ha meno di 17 anni.

LA CHIESA DI TRAVERSO
Nonostante ciò, nelle scuole i percorsi di educazione di genere sono praticamente assenti e affidati alla buona volontà di singoli prof e dirigenti. Non solo, oggi sono ancor di più osteggiati dalle formazioni cattoliche integraliste che, avendo propagandato l’inesistente «teoria del Gender», ostacolano anche quei pochi progetti esistenti, con il benestare della Chiesa in una scuola che fino a prova contraria dovrebbe potersi definire laica. Ogni volta che entro in una scuola Superiore respiro chiaramente la necessità di discussione, il bisogno che hanno i ragazzi e le ragazze di raccontarsi e mettersi a confronto su quelle che sono relazioni già profondamente intrise di stereotipi sessisti che precludono a maschi e femmine di vivere in libertà. Dopo ogni incontro mi porto a casa qualche racconto di profonda infelicità.

LE CONDANNE DELL'ONU E DELLA UE
Per il 25 novembre 2016, a Roma, in più di 200 mila abbiamo aderito alla chiamata di Nonunadimeno manifestando per chiedere al governo un intervento serio e costruttivo in risposta alle istanze della società civile e l’8 marzo siamo tornate in migliaia a riempire le piazze di tutta Italia. Ma già nel 2012 l'Onu, con il rapporto della relatrice speciale contro la violenza sulle donne Rashida Manjoo, scriveva che «la violenza contro le donne resta un grave problema in Italia. [...] continua a colpire le donne in tutto il paese. Il continuum della violenza in casa si riflette nel crescente numero di vittime di femminicidio da parte dei partner, coniugi o ex partner. La maggior parte delle manifestazioni di violenza sono sottovalutate nel contesto di una società patriarcale dove la violenza domestica non è sempre percepita come un crimine, dove le vittime in gran parte dipendono economicamente dagli autori di violenza, e persiste la percezione  che le risposte dello Stato non saranno opportune o utili». E ancora: «Il quadro giuridico prevede largamente una protezione sufficiente per la violenza contro le donne. Tuttavia, è caratterizzato da frammentazione, punizioni inadeguate dei colpevoli e mancanza di efficaci rimedi giuridici di risarcimento per le donne vittime di violenza».
Anche l’Unione Europea ha più volte bacchettato l’Italia per la sottovalutazione del fenomeno; l’ultimo richiamo risale al marzo 2017 e riguarda un drammatico caso di Udine su cui la Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo ha sentenziato che «l’inerzia dei giudici ha portato al tentato omicidio della moglie e alla morte del figlio». Nei nostri tribunali i linguaggi e le sentenze sembrano spesso mirate a negare la violenza, attenuando le responsabilità degli uomini e mettendo in dubbio la credibilità delle donne che in qualche modo si ritrovano a passare da vittime a imputate.

UN PROBLEMA DI FORMAZIONE
Dice Titti Carrano, presidente di D.i.Re: «Il problema fondamentale è il riconoscimento della violenza e la conseguente sottovalutazione del rischio; si confonde ancora violenza con conflitto e quando siamo in tribunale ci troviamo ancora a dover spiegarne la differenza. In particolare i servizi sociali, che ricevono gli incarichi dai tribunali, negli incartamenti parlano di conflitto coniugale aspro o conflitto coniugale elevato anche laddove è evidente che si tratti di violenza».
«La formazione della magistratura è fondamentale», continua Carrano, «perché dal punto di vista normativo ciò che serve è già esistente, il problema è la sua applicazione: ogni tribunale agisce in modo diverso e nei peggiori dei casi i provvedimenti rischiano di esporre la donna e i suoi figli a maggiori pericoli».
Sono molti i casi di inefficienza dei servizi sociali ove non viene svolta alcuna attività specifica di formazione. Basti pensare al caso del piccolo Federico Barakat, ucciso dal padre durante un incontro protetto nella sede asl di San Donato Milanese (ne parlavamo qui), vicenda che oggi è oggetto di un ricorso alla corte dei diritti umani di Strasburgo.
Le parole magiche contro la violenza sono formazione e prevenzione, punti nodali della convenzione di Istanbul che l’Italia ha ratificato nell’agosto 2014 senza applicarla nella sostanza, perché ciò significa prevedere finanziamenti fino ad oggi inconsistenti.
Addirittura i centri antiviolenza si vedono ridurre o azzerare il già misero contributo statale a favore di realtà che a seguito dell’annuncio di finanziamenti si propongono come sportelli antiviolenza senza garantire la necessaria professionalità e competenza.
«L’esempio della Spagna», dice Vittoria Tola, «ci insegna che se si interviene con responsabilità agendo sul piano della sensibilizzazione, dell’educazione e della prevenzione, sul piano legislativo e sul piano della protezione, della formazione di tutte le istituzioni coinvolte, del linguaggio dei media, finanziando adeguatamente tutto questo, la violenza emerge, le denunce aumentano, e in pochi anni i femminicidi diminuiscono».

TRA CODICE ROSA ED ERGASTOLO
In Italia, invece, il Piano d’azione straordinario contro la violenza di genere (il cosiddetto decreto anti-femminicidio, legge 119) è stato scritto senza tener conto - o solo in minima parte - delle indicazioni della rete antiviolenza, che già esiste e funziona.
Dal parlamento giungono ogni tanto proposte che riguardano esclusivamente aspetti punitivi, come la recente proposta dell’ergastolo per i femminicidi, ma, come afferma Titti Carrano, «tutti gli inasprimenti non hanno fatto da deterrente. Lo strumento penale è importante come valenza simbolica, ma l’inasprimento non ha mai prodotto una riduzione del numero dei reati».
Sul cosiddetto Codice Rosa che regolamenta l’iter per le donne che si rivolgono al pronto soccorso, Titti Carrano è molto critica: «Non possiamo usare dei protocolli, ogni storia è diversa, non stiamo trattando una patologia; è inoltre difficile fare delle scelte compilando moduli prestampati in un momento in cui stai male e sei traumatizzata».
Sulla 119 molte critiche ha suscitato la non reiterabilità della querela, che se in teoria può sembrare un modo per incentivare la donna a non rimanere all’interno di una relazione violenta, dal lato pratico -senza tutele effettive di protezione per lei e per i figli - rischia di esporla a maggiori pericoli.
Su questo Vittoria Tola sottolinea che proprio a causa di questo provvedimento «Le denunce per stalking sono diminuite perché alle donne non è più concesso scegliere che percorso intraprendere».
«Fino a che chi sta nelle istituzioni»,  continua Tola, «non prenderà seriamente in considerazione il fatto che il femminicidio sia il reato più diffuso al mondo e che non è sufficiente mettere toppe qua e là, le donne continueranno a morire».

SALVIAMO LA VITA A LIDIA
Intanto, donne come Lidia Vivoli vivono nell'angoscia. Ho chiesto a Vittoria Tola quali provvedimenti potrebbero essere messi in atto per proteggerne l’incolumità fisica: «Quell’uomo dovrebbe essere controllato in modo rigoroso; nel suo tentato femminicidio ha dimostrato di essere  un sadico e quindi particolarmente pericoloso ed è incredibile che la pena sia stata così mite; la situazione va studiata attentamente, Il soggetto dovrebbe essere sottoposto a una stretta forma di sorveglianza dalla polizia e al divieto ad avvicinamento a tutti i luoghi in cui si muovono Lidia e i suoi familiari». Portiamo all'attenzione del ministro Orlando (che ha telefonato a Gessica Notaro durante il Maurizio Costanzo Show) la vicenda di Lidia Vivoli, che non vorremmo rimpiangere tra inutili fiumi di parole e di indignazione tra qualche mese. La rete di attiviste per i diritti Rebel Network ha lanciato un hashtag, #LidiaViva. Caro ministro, legga quel Viva come un aggettivo. Ma anche come un imperativo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso