Mamma, chi me l'ha fatto fare!

18 Luglio Lug 2017 1814 18 luglio 2017

Mensa obbligatoria? Quante storie...

In Senato è arrivata una proposta di legge per eliminare il pranzo fai da te dalle scuole. Una notizia che ha fatto infuriare il 'partito del panino'. L'opinione di Stefania Romani.

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Panino

«Mamma mia, quante storie!». È la prima cosa che mi è venuta in mente, leggendo della «rivolta delle famiglie», sollevata dalla proposta di legge che renderebbe obbligatoria la mensa, bandendo dai banchi di scuola il panino o il pasto fai da te dai.
Il ddl, ora al Senato, tocca tutta la ristorazione collettiva, compresa quella scolastica. A me, che ho due figli iscritti al tempo pieno, sembra qualcosa di assolutamente normale: ogni mattina, dopo averli lasciati a scuola, do un’occhiata al menù settimanale, affisso in bacheca, per avere un’idea di quello che dovrò preparare a cena, evitando magari di riproporre il primo o il secondo che 'i miei capi' già mangiano a pranzo.
E invece no. Evidentemente non è così ovvio perché la battaglia che riguarda i circa cinque milioni di alunni che pranzano fuori casa conta un agguerrito 'partito del panino'.

Il pranzo fai da te, la schiscetta insomma, sarebbe un diritto: la mensa per tutti discriminerebbe i figli di chi non la può pagare, di chi non si fida, di chi è vegano, di chi non vuol foraggiare le industrie della refezione. Non so perché ma a me questi argomenti, per la veemenza dei toni e per la difesa armata della libertà di scelta, vissuta come qualcosa di sacrale, in un Paese che non sa nemmeno più cosa sia il sacro, ricordano le prese di posizione dei 'no vax' che si svegliano già con l’elmetto in testa.
Allora mi chiedo: ma i genitori di oggi sono preparati come un medico, competenti come un nutrizionista, specializzati in comportamento come un pedagogo? Boh, io ho l’impressione che semplicemente non si fidino. Il che, per carità, è legittimo, come lo è il fatto di informarsi, di documentarsi e di dire la propria. Però, se scegli il tempo pieno con pasto fuori casa, stai affidando tuo figlio alla scuola, anche per il pranzo. Che, sulla carta, è un momento formativo importante, proprio come l’ora di italiano o quella di matematica.

La mensa ha infatti l’obiettivo di educare al mangiare equilibrato, con rotazione di alimenti nell’arco della settimana e secondo le stagioni. Senza contare gli aspetti legati al consumare il pasto in una comunità, come l’autonomia che i bambini acquisiscono via via nel chiedere il bis di una pietanza o la sostituzione di un piatto. Il pranzo non è solo 'consumare' quello che ti mettono davanti ma anche stare seduti in un certo modo, assieme agli altri, rapportandosi a loro, o imparare a non sprecare il cibo e l’acqua, chiedendo solo se hai davvero fame o sete. Questa, perlomeno, è l’esperienza che ho fatto io come genitore, quando sono entrata nella Commissione mensa nell’istituto che frequentano i miei figli: ho visto le maestre proporre ai bambini verdure e frutta, convincendoli ad assaggiare, e soprattutto incoraggiando con santa pazienza anche i più schizzinosi, come i 'miei gioielli', ad avvicinarsi a sapori nuovi. E ho visto che ci sono frigoriferi differenziati, contenitori ad hoc e confezioni alternative per i cibi destinati ai celiaci o ai piccoli che soffrono di intolleranze, di solito ben felici di pranzare con i compagni.

Ma poi, se qualcuno si porta la schiscetta con i suoi cibi preferiti, non sono discriminati i ragazzini che a scuola si sforzano di accontentarsi di 'quello che passa il convento'? E andrebbero all’aria anche tutti gli sforzi e tutto il lavoro che ci sono dietro alla preparazione del pasto in mensa, a cominciare dalla stesura dei menù, con il placet dei nutrizionisti. Non so, ma mi vien da pensare che se una famiglia non si fida della scuola, non si fida dei fornitori, non si fida degli insegnanti, potrebbe tenere i figli a casa, sotto la campana di vetro, con il precettore, come faceva Michael Jackson, no? In fondo, quando vivi in una collettività, in qualche misura ti devi pur adeguare. E ribadisco, va bene essere presenti, controllare, verificare, ma se manca un minimo di fiducia, non resta che chiudersi in casa. Boh, sarà il caldo, ma mi torna in mente ancora il «quante storie per niente» che ripeteva mia nonna.

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