7 Luglio Lug 2017 1352 07 luglio 2017

Questa denuncia non s'ha da fare

Sempre più sfruttate, anche sessualmente, in Sicilia le braccianti rumene tacciono per paura. E i sindaci non parlano per tutelare l'immagine dei paesi. A rompere il silenzio ci prova Giuseppe Scifo (Cgil).

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Braccianti

Vivono e lavorano nelle campagne della provincia di Ragusa. Per una giornata nei campi, otto ore solo se sono fortunati, guadagnano tra i 25 e i 35 euro. Sono i braccianti impiegati nelle serre tra Vittoria e Acate, dove si trova uno dei distretti ortofrutticoli più importanti d'Italia, se si considera che oltre un terzo dei pomodori venduti nel Paese viene da quelle terre. Le aziende agricole forniscono loro l'alloggio, che in genere è una baracca vicina ai campi, a chilometri di distanza dai centri urbani. E se gli uomini sono sottoposti a condizioni di vita e di lavoro umilianti, le donne, in gran parte romene, sono anche vittime di sfruttamento sessuale, in un mondo sotterraneo di cui poco si parla. Di recente l'ha fatto L'Espresso, raccontando di stupri, festini e un gran numero di aborti. Noi di LetteraDonna ne abbiamo parlato con Giuseppe Scifo, segretario provinciale della Cgil di Ragusa, che da anni si batte, insieme ad altre associazioni, monitorando il fenomeno e offrendo supporto a chi decide di cambiare vita. «Secondo le liste dell'Inps, circa 5mila braccianti a Ragusa sono rumeni, la metà dei quali di sesso femminile. È un fenomeno iniziato circa 10 anni fa», spiega Scifo. «Vengono principalmente dal distretto di Botosani, al confine con la Moldavia, dove si sono formate delle 'agenzie di collocamento illegali' che procurano lavoro in Sicilia dietro pagamento di una piccola somma, intorno ai 100 euro».

DOMANDA: Quali sono le condizioni nei campi del ragusano?
RISPOSTA: Una volta arrivati in Italia, vivono in totale isolamento e dipendenza dal lavoro: le campagne dove alloggiano non sono servite dal trasporto pubblico e ovviamente non hanno mezzi propri per spostarsi quindi dipendono da chi offre passaggi a pagamento. Tutto ciò ne aggrava la vulnerabilità, soprattutto nelle donne. Anche perché la comunità rumena è fortemente disgregata, non ci sono legami di solidarietà al suo interno.
D: Chi sono queste lavoratrici e che passato hanno?
R: Sono soprattutto giovani, ma spesso c'è grande discrepanza tra l'età apparente e quella anagrafica. Ci sono 35enni che ne dimostrano 50. Ciò che colpisce è lo sguardo vuoto, un costante senso di smarrimento. Vanno via perché la Romania non offre niente e hanno bisogno di soldi per i figli, che si portano dietro, se non li lasciano a casa con i nonni. Nel loro Paese il salario medio è di 180-200 euro, mentre qui riescono comunque a guadagnare dai 500 ai 700 euro. Già questo, per loro, è un avanzamento economico importante, non si sentono sottopagate.
D: Sembra che molte di loro siano vittime di abusi sessuali nel silenzio delle campagne. 
R: C'è sicuramente uno sfruttamento di questo tipo nei campi ed è il motivo per cui la presenza di donne è così diffusa ultimamente. Ma non sono a conoscenza dei cosiddetti 'festini agricoli' a base di sesso: la trovo una rappresentazione un po' boccaccesca. La giustificazione usata dagli uomini (accusati di pagarle, ndr) è che le ragazze sono consenzienti. Questo può essere più o meno vero, ma dobbiamo sottolineare che tutto nasce da uno stato generale di ricattabilità, debolezza, totale dipendenza. In sostanza, non si tratta di un accordo tra persone libere: quindi sì, lo definirei sfruttamento sessuale, sicuramente, ma non parlerei di stupri.
D: Si parla di un numero molto elevato di aborti di donne romene negli ospedali ragusani. C'è correlazione con le violenze che subiscono in campagna?
R: È possibile, ma credo che i problemi riguardino soprattutto lo status di questi lavoratori. Vengono da un'idea di welfare molto debole, non si è ancora sviluppata la consapevolezza di quella cultura che in Italia ha portato alla liberalizzazione dell'aborto, all'istituzione dei consultori. Donne e uomini sono molto indietro come condizione di partenza, hanno scarsa consapevolezza anche della contraccezione. Se poi a questo aggiungiamo una certa marginalità economica e sociale, si arriva a questo risultato.
D: Sono almeno quattro anni che è stato sollevato il velo su questo fenomeno. Cosa è cambiato?
R: Secondo me poco o nulla, nelle ultime settimane c'è stata una stretta sull'applicazione della legge contro il caporalato, ma questo non interviene sullo sfruttamento sessuale. Parliamo di una fattispecie su cui è molto difficile prendere provvedimenti. Abbiamo avuto diversi incontri con le forze dell'ordine, ma è come per la violenza domestica: se non c'è una denuncia è molto difficile agire e investigare.

D: E le denunce ci sono?
R: Meno di una decina in tanti anni, ma non va fatta una disamina numerica. Basarsi su questo indicatore non basta però per quantificare il fenomeno. Per le donne è molto difficile rivolgersi alle forze dell'ordine, soprattutto per mancanza di alternative. Hanno paura di perdere il lavoro e non hanno nessuno che le aiuti. E soprattutto è complicato staccarsi da una situazione che permette di avere un reddito. Anche perché tra i romeni non ci sono legami sociali e ognuna è abbandonata a se stessa. Tra i tunisini, comunità coesa e ben radicata sul territorio, ad esempio, le persone sono più propense a denunciare gli abusi sul lavoro e così le donne lavorano ma raramente sono sottoposte a violenze. Dobbiamo inoltre sottolineare che molte braccianti dell'Est, invece, sono già vittime del maschilismo e della violenza domestica nel loro Paese di origine, dove l'alcolismo è molto diffuso, e in Italia non fa che ricrearsi la stessa situazione.
D: Come si comportano i cittadini e le istituzioni?
R: Sono a conoscenza, come tutti, solo di quello che appare. Ma gli italiani tendono ad avere un sentimento un po'diverso quando si tratta di stranieri: hanno difficoltà ad empatizzare. Anzi, noi abbiamo subito un attacco da parte di istituzioni, pezzi del mondo politico, destra o Pd non fa differenza, i quali sostengono che attraverso queste denunce metteremmo in cattiva luce il territorio e creeremmo condizioni sfavorevoli all'economia. Abbiamo grande attenzione da parte delle forze dell'ordine e della prefettura, ma non si può dire la stessa cosa dei sindaci.
D: Conosce qualcuna che ha provato a ribellarsi? Com'è andata?
R: Una delle prime vicende di cui ci siamo occupati risale al 2012. Una signora viveva qua con due figlie gemelle di 8 anni e stava con un piccolo proprietario che le dava lavoro nei campi. Questa persona veniva a chiedere informazioni di carattere previdenziale al sindacato, spacciando la ragazza per sua moglie. Parlando con lei, invece, si è scoperto che non erano sposati e una volta si è presentata in ufficio con segni di violenza sul viso. Mi ha raccontato che si era allontanata per qualche mese: appena rientrata, aveva trovato due ragazze romene al suo posto e lui l'aveva cacciata. Il lavoro le veniva dato in cambio di rapporti sessuali. Non era stupro, ma una situazione di totale assoggettamento. Ecco, lei ha deciso di smetterla con quella vita.
D: In questi casi come si agisce? Cosa avete fatto per lei? 
R: Siamo andati a prenderla, ci siamo messi in contatto con la piattaforma nazionale contro le vittime di tratta, Proxima, e l'abbiamo portata in una struttura protetta. Ora la rete si è allargata e ne fa parte pure Caritas. Abbiamo un dispositivo operativo ben organizzato, la possibilità di ospitare persone, braccianti donne e uomini che ne hanno bisogno, anche in strutture alberghiere. La condizione abitativa è fondamentale perché chi decide di andarsene abbandona tutto, non solo il lavoro. Si rivolge a noi chi ci conosce e si fida.
D: Come vengono a contatto con voi?
R: Dal 2012 svolgiamo attività di 'sindacato di strada', perché altrimenti sarebbe difficile arrivare nelle nostre sedi. Giriamo con dei pulmini, abbiamo un presidio ogni martedì in campagna per fare diffusione, informazione e lasciamo i numeri di telefono. Ci chiamano soprattutto quando non vengono pagati.
D: Quali altre attività svolgete?
R: Quest'anno assieme alla Rete sociale, Chiesa valdese e Caritas abbiamo organizzato dei trasporti per portare a scuola i figli di queste giovani romene. Si è prodotto un bel laboratorio teatrale, abbiamo visto la luce negli occhi di quei bambini e delle loro mamme. Bisogna continuare a creare più punti di riferimento per queste persone, anche con l'apporto delle istituzioni. Un nostro progetto, adesso, è l'intervento dell'Asl per diffondere consapevolezza e prevenzione sul piano dei rapporti sessuali. Si tratta di un protocollo nazionale sperimentale interministeriale per l'uscita dal ghetto che sarà applicato in Calabria, Puglia e Sicilia. Noi abbiamo proposto un servizio mobile sanitario gestito dall'Asl. Dobbiamo poter offrire loro una possibilità di miglioramento.

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