6 Luglio Lug 2017 1633 06 luglio 2017

Non chiamatele «lolite»

Incuranti delle indicazioni dell'Ordine dei giornalisti, i media definiscono baby-squillo le ragazzine (come quelle dei Parioli) coinvolte in giri di prostituzione. E gli uomini ne escono bene.

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lecca lecca cuore

È girato in questi giorni il promo di un documentario sul caso dei Parioli che vide due ragazzine di 14 e 15 anni coinvolte in un giro di prostituzione, in onda il 6 luglio su Nove. Ovviamente mi riservo ogni critica al programma senza averlo visto, ma il titolo non mi piace: Professione Lolite. Professione? In quel caso, che coinvolgeva minori, non c'era nessuna professione. Cosa che dimentichiamo troppo spesso anche nel fare giornalismo.
Su tante testate nazionali che in questi giorni anticipano il suddetto programma, infatti, leggiamo nuovamente l'espressione baby-squillo, 'bandita' ufficialmente nel maggio 2016 dall’Ordine dei giornalisti perché viola la Carta di Treviso, ovvero il documento che tutela i minori e che è parte integrante del testo unico dei doveri del giornalista.

L'ODG PARLA DI PEDOFILIA
Per l'Ordine «l’uso reiterato che molte testate, televisive, cartacee e online, fanno della definizione 'baby squillo' è un’inammissibile violazione» di quella Carta, perché «le bambine sono le vittime e gli uomini che abusano di loro, i pedofili, sono i colpevoli». L'Odg precisa inoltre: «Per un reato così grave non ci sono attenuanti. Usare i termini corretti è alla base del nostro lavoro. Scambiare le vittime con i colpevoli dà luogo ad una informazione falsa e fuorviante».
Possiamo applicare lo stesso concetto anche al termine sostitutivo, baby-prostitute: sarebbe corretto parlare di minori in prostituzione, poiché per sciogliere di prostituirsi è necessaria una consapevolezza di sé che non si può avere a quell’età.
Sui media, spesso prevale invece lo sguardo pruriginoso che gode nell’immaginare ragazzine spregiudicate anziché riflettere e incuriosirsi rispetto ai tanti adulti che a 40, 50, 60 anni pagano per avere rapporti sessuali con delle bambine, perfettamente consapevoli di quello che stanno facendo.

DIO, PATRIA E FAMIGLIA
Mi piacerebbe un titolo come Professionisti dello sfruttamento, o cose del genere, ma sogno ad occhi aperti.
D’altronde ricordo che mi colpì un servizio su una rivista in merito alla ritrovata armonia tra Alessandra Mussolini e il marito Mauro Floriani, uno degli uomini che nella vicenda Parioli ammise di aver pagato per avere rapporti sessuali con una delle ragazzine e che fu condannato a un anno di reclusione, poi sostituito da una pena pecuniaria.
Il titolo del servizio era «Complimenti, Alessandra: tu dimostri che l’amore è più forte di ogni cosa». Non mi permetto di criticare le scelte personali della Mussolini, ma enfatizzare che abbia perdonato il marito in nome del senso della famiglia restituiva un bigottismo di pessimo gusto richiamando quel Dio, patria e famiglia di cui ci vorremmo dimenticare.
Io ho cercato in questo articolo di mettere insieme i pezzi di un maschile che andrebbe indagato con programmi di approfondimento e interviste che non ho mai visto, dando per scontato che l’uomo cacciatore quel che trova prende e più la carne è fresca più viene appagato. Oltre che compreso e perdonato.
Ecco, io vorrei che i giornalisti seguissero le indicazioni dell’Ordine per ritrovare anche nella narrazione della violenza parole rispettose delle persone, in una società che macina infanzia e adolescenza rubando spazi, e tempi, e vita. Anche in nome dei click e dell’audience.

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