Femminicidio

Femminicidio

12 Giugno Giu 2017 1840 12 giugno 2017

Il femminicidio sarebbe la soluzione?

Siamo stanchi di vedere che ogni insulto alle donne passa ormai per una goliardata. Una borsa come questa è offensiva, se non folle. E non si tratta di essere bacchettoni.

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problem solved

Il messaggio pare chiaro anche se implicito: «Lei ti stressa? Ecco la soluzione». A Firenze un edicolante è stato così multato (160 euro) per aver esposto una borsa di tela che invita al femminicidio. Sulla stoffa sono stampate due vignette affiancate, la prima raffigura una coppia in cui lei parla ad alta voce (il testo dice «Problem») e la seconda vede la stessa coppia con lui che spinge lei nel vuoto (il testo dice «Solved», soluzione). E vengono subito alla mente quei titoli che a proposito di un tentativo di femminicidio a Roma nel gennaio 2017 dicevano: «Getta la moglie dalla finestra», come se si trattasse di un oggetto di cui liberarsi, appunto; e ancora «Roma, saluta il nuovo anno lanciando la moglie dalla finestra»; per poi concludere con: «Capodanno, butta la moglie dalla finestra per festeggiare».

LA GENTE CHE SI ATTIVA
La multa è arrivata grazie alle segnalazioni di tanti cittadini. Questo ci dice che le persone cominciano a essere stanche di definire ogni insulto alle donne una goliardata, comincia a essere consapevole che tutto sia importante e soprattutto di poter e voler agire in prima persona, assumendosi la responsabilità di un'azione. Perché non si tratta di essere moralisti e bacchettoni, si tratta di non voler essere complici, attraverso il silenzio, nella divulgazione di tanti messaggi che rafforzano la cultura del femminicidio anziché combatterla. Questa nuova consapevolezza sociale è il frutto di tanto lavoro in ambito femminista per coinvolgere nella lotta contro la violenza sulle donne anche chi non ne è investito in prima persona, nell’estenuante ripetizione del fatto che si tratti di un problema pubblico e non privato, di un problema culturale che coinvolge tutti e tutte: dunque politico. Che riguarda anche la vignetta su una borsa o su una maglietta, un cartellone pubblicitario, un programma televisivo o una barzelletta che non ci fanno più ridere e nemmeno sorridere perché sono il preludio di tante violenze sessuali, di abusi, di botte, di disparità e soprusi. Ecco che allo Iap (Istituto di autodisciplina pubblicitaria) arrivano sempre più segnalazioni di cittadini e cittadine che esprimono indignazione per la violenza di alcune campagne, per l’ uso indiscriminato non solo del corpo femminile ma dell’essere femminile in senso più ampio.

PUBBLICITÀ LESIVA
Basti pensare ai cartelloni dove il «Te la do gratis» si riferisce a una montatura di occhiali, dove il «Montami a costo zero» con tanto di ragazza nuda e prona propone un pannello fotovoltaico, dove un «Mettila a 90 gradi» suggerisce di regalare alla moglie una lavatrice. Sempre più comuni cominciano a intervenire contro le pubblicità sessiste ed è un fatto importante, sia perché un’assunzione istituzionale di responsabilità lo è sempre, sia perché come disse nel 2010 l’allora presidente Giorgio Napolitano: «Il disprezzo per le donne incoraggia le violenze». La correlazione tra donna e lavatrice a 90 gradi la ritroviamo anche sulle magliette sessiste che Società autostrade ha fatto ritirare nel 2014 da alcuni autogrill del Lazio dove l’originalità raggiungeva l’apice paragonando automobili e donne che succhiano troppo o troppo poco. A marzo 2017 la Rai ha chiuso il programma Parliamone sabato a causa di una puntata sessista e razzista che confrontava le donne italiane con le donne di un non ben definito est. Anche lì le proteste di chi da casa ha deciso di non cedere all’indifferenza, a chi prima di cambiare canale si è preso la briga di scrivere, protestare, dissentire.
L’attivismo è l’unica strada che ci può salvare. Attivismo significa metterci in gioco, dire la nostra, smetterla di girarci dall’altra parte. I social in questo aiutano, immediati, facili da usare, a disposizione sul proprio telefono in ogni istante.

NESSUNO NASCE IMPARATO
Sotto la voce femminicidio si racchiude qualsiasi forma di violenza tenda a svilire e umiliare la dignità femminile, che sia violenza fisica, economica, verbale o psicologica, diretta o indiretta, come ad esempio una pubblicità o una borsa souvenir, appunto. Chiamare goliardata episodi che altro non sono che forme diverse della stessa violenza significa rimanere miopi, passivi, complici. A ogni femminicidio ci si chiede: «Scrivo o non scrivo?». In fondo cosa potremmo dire che non abbiamo già detto? Eppure ogni donna è una di noi, e nel cuore lo strazio si sente come fosse la prima volta, e la rabbia e le parole risuonano sempre uguali, è vero, ma vive. Risuonano sempre in più persone. Perché la protesta dei cittadini fiorentini ci dice che dobbiamo continuare a scrivere, perché le parole arrivano anche se per ogni donna che muore ti sembra che nulla serva e che nulla cambi. E allora diciamo le stesse cose che abbiamo detto per Sara, Alessia, Claudia e tante altre.

QUELLE CHE NON CI STANNO
Diciamo ancora che il raptus non esiste, che la violenza efferata si rifà sempre a qualche altra forma di violenza più o meno celata, che non sappiamo riconoscere come tale. Che non esistono mostri ma uomini comuni che compiono atti mostruosi perché sono cresciuti in un ambiente che dà loro un maggior potere rispetto ad altri esseri umani per il solo fatto di essere nati maschi, bianchi, eterosessuali. Che non c’è nessun emergenza femminicidio ma il perpetuarsi di quella cultura del delitto d’onore abolita dalla legge ma che resiste nelle pance e nelle teste di un paese ancora fermo al codice Rocco del ventennio fascista che dava al maschio il potere di educare la moglie anche a suon di schiaffi. Che serve formazione in tutti gli ambiti professionali perché nessuno nasce imparato e gli stereotipi di genere investono ognuno di noi anche se non ci piace ammetterlo, si palesano nelle aule dei tribunali, negli ospedali, nelle scuole, nelle fabbriche, nelle redazioni dei giornali. Che serve parlarne dentro casa, dove si impara presto che le cose da femmine e le cose da maschio viaggiano su binari ancora ben distinti. Che possiamo parlarne al supermercato come a bordo piscina, nelle cene tra amici, nelle chiacchiere sotto l’ombrellone.

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