Mamma, chi me l'ha fatto fare!

22 Maggio Mag 2017 1645 22 maggio 2017

Per il loro bene spiegateci i social

Il Blue Whale è un incubo ricorrente per le madri. Come tutto il mondo virtuale, da cui devono mettere in guardia i figli spesso senza strumenti. Le paure di Stefania Romani, giornalista, ma soprattutto mamma.

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cyberbullismo

Da amante di mostre, restauri e musei ad appassionata di Spongebob, dei Griffin, del wrestling. Succede, quando si hanno dei figli. E lo sa bene Stefania Romani: negli anni ha imparato a divertirsi e a guardare il mondo con un pizzico di ironia. La stessa con cui affronterà nella rubrica Mamma, chi me l'ha fatto fare! temi come la scuola, l’educazione, le difficoltà dell’essere genitore.

È un incubo ricorrente per le mamme, soprattutto per quelle che hanno figli adolescenti. Oddio, non che i papà se ne infischino, ma sono meno impressionabili e fiutano subito il rischio bufala. Mi riferisco all’allarme Blue Whale, che in Rete si ripropone ciclicamente: si tratta di un «gioco» (che gioco non è), una sfida in 50 step, che in altrettanti giorni indurrebbe al suicidio. Nella Balena Blu un 'curatore', una sorta di tutore, detta ai ragazzi che accettano la sfida delle regole, quali incidersi sulle braccia o alzarsi nel cuore della notte per seguire video horror. Il trend? Alzare sempre più l’asticella della sfida, appunto fino alla morte.
E proprio questo concetto, l’andare sempre un po’ oltre, mi ha ricordato una serata sul cyberbullismo alla quale sono stata di recente all’Istituto San Giuseppe di Milano. Marta Ferrari, la moderatrice, mi aveva avvertito del fatto che l’argomento, già di suo, sarebbe stato difficile da metabolizzare, ma alla fine dell’incontro ero pietrificata: come la giri, come la volti, la radice di certi comportamenti è la famiglia, cioè la mamma. Ergo, se ci sono problemi, dipendono da te. E come certezza, già ti turba il sonno.

Nel dibattito Maria Teresa Mereghetti, psicologa di IAD Bambini Ancora, ci ha spiegato che le dinamiche delle prevaricazioni attraverso la Rete sono quelle del bullismo, che c’è sempre stato: l’aggressore impone la propria persona, agendo senza empatia. Nel cyberbullismo, però, ha meno consapevolezza, un po’ perché si sente protetto dalla sensazione dell’anonimato, un po’ perché non riflette sul fatto che lasciare una traccia in Rete può avere un impatto devastante o un effetto domino. E la vittima? Subisce l’aspetto tradizionale della vergogna, della paura di mostrarsi, a cui si aggiunge il timore di essere rimproverato da un adulto. Ma la novità è che lo spazio virtuale per chi subisce, e per gli adolescenti in generale, non è poi così virtuale. Quindi? La famiglia deve essere in grado di cogliere certi segnali.
Il nervosismo, l’inappetenza, l’alterazione del ritmo sonno veglia, la chiusura, l’aggressività. Urca, ripensandoci, mi manca il respiro, perché mi sembra che mio figlio negli ultimi giorni i segnali li stia dando tutti. Che sia stata latitante? Mah, non so, in realtà mi rimproverano sempre di essere chioccia, di seguirlo molto, anche troppo. Ossignur, che gli sia stata esageratamente addosso, fino a smarrire un punto di vista obiettivo? Ecco, ci risiamo, nella mia testa risuonano i soliti luoghi comuni: se non percepisci alcune sfumature sei presa da altro, come il lavoro, addirittura, quindi sei in dolo; se sei troppo presente, e magari hai fatto qualche rinuncia per esserlo, non lo aiuti verso l’autonomia e proietti su di lui le aspettative che avevi per te stessa. Che disastro! Ci sto pensando e prende la parola Ivano Zoppi dell’associazione Pepita Onlus. L’esperienza dell’educare.

Ci fa notare che con tablet e smartphone i nostri figli hanno in mano una Ferrari, senza avere la patente e senza avere vicino i genitori che li aiutino nella guida. Cavolo, andiamo bene, mia nipote, 18 anni, mi dice sempre «voi anziani usate i social in modo improprio». E metti che, a parte l’«anziani», il resto sia vero, che io i social non li sappia usare, come faccio ad affiancare mio figlio, che magari andando alla ricerca di like, per non sentirsi tagliato fuori, spinge sempre più in alto l’asticella? Peggio mi sento.
Alla fine, ci tranquillizzano un po’, si fa per dire: per scongiurare il pericolo che diventino bulli o vittime, basta che noi diamo ai nostri figli valori solidi, che diamo il senso della famiglia, facciamo loro capire che ci siamo, che possono contare su di noi. Beh, hai detto poco… Il resto? Per fortuna sono consigli più pratici.
Dobbiamo spiegare ai ragazzi che in Rete il pubblicato rimane e che attraverso il web si può ricostruire la nostra identità, cioè in soldoni, fra 10 o 15 anni, in un colloquio di lavoro, possono saltare fuori le tracce che hai lasciato nel tempo. Ma è fondamentale far capire che se condividi il dato non è più tuo e che on line non si è anonimi. Beh, fin qui sento di poterci arrivare!

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