1 Maggio Mag 2017 0755 01 maggio 2017

Vita da frontalieri

Luci e ombre per gli italiani che lavorano nel Canton Ticino. Tra dumping salariale e attacchi della Lega locale, ci sono anche diverse opportunità. I punti di vista di un sindacalista e di una lavoratrice.

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frontalieri svizzera

Ha destato scalpore la notizia della chiusura notturna di tre valichi tra Svizzera e Italia. Un provvedimento che ha riportato in auge l'eterna disputa che si gioca sulla pelle dei frontalieri. Ma, a ben vedere, i giornali italiani si sono soffermati sul problema sbagliato. I tre valichi in questione, infatti, sono valichi minori, scarsamente frequentati nelle ore notturne. E che poco incidono sulle sorti dei frontalieri italiani. Così come sarebbe sbagliato inquadrare il problema nell'ottica di uno scontro tra Svizzera e Italia. Ne è sicuro Roberto Cattaneo, dei Frontalieri Uil: «La diatriba nasce nel Canton Ticino, dove ora è al potere la Lega dei Ticinesi. Un partito che ha costruito le proprie fortune elettorali sulla propaganda anti-frontalieri». I lavoratori che fanno la spola tra Canton Ticino e Italia di problemi ne hanno «uno al giorno». Spiccatamente discriminatoria, invece, è la volontà della Lega di chiedere il certificato del casellario giudiziale ai frontalieri: «Ma il governo federale svizzero ha giudicato questa misura anticostituzionale. Il Canton Ticino ha fatto finta di nulla, e il governo federale gli ha fatto causa». D'altronde, è solo il Canton Ticino a non voler bene ai propri frontalieri, visto che nei cantone di Ginevra e Zurigo, ad esempio, «non sono state messe in atto politiche discriminatorie».

LAVORO SVIZZERO, CONTRATTO ALL'ITALIANA
Il Canton Ticino, invece, «è l'unico in sui ci verifica quel fenomeno disgustoso di dumping salariale», spiega Cattaneo. In altre parole: a parità di impiego, i frontalieri che lavorano anche «nel settore terziario avanzato recepiscono uno stipendio poco superiore ai due mila franchi, mentre ad esempio una commessa del FoxTown, unico luogo in cui il sindacato è riuscito a strappare un contratto collettivo, ha un contratto di 3500 franchi mensili». Il problema di percezione nei confronti dei frontalieri italiani, secondo Cattaneo, nasce da una presenza che è massiccia in termini precentuali, visto che i frontalieri costituiscono un terzo della forza lavoro: il che si traduce, ad esempio, anche in problemi di traffico nelle ore di punta. «Questo è un problema oggettivo», continua. «Per anni il Canton Ticino ha invitato le aziende italiane a trasferirsi, facendo campagne incredibili». Così è accaduto che gli imprenditori italiani hanno portato in Svizzera molti dei propri lavoratori, senza però equiparare i loro stipendi a quelli svizzeri. «Le autorità ticinesi non si sono rese conto che nel concedere queste licenze dovevano anche pretendere il rispetto delle norme e delle leggi salariali».

VERONICA, VITA DA FRONTALIERA
Per capire la questione più da vicino, ci siamo fatti raccontare da Veronica, 29 anni, com'è la vita da frontaliera. Lavora in Svizzera da tre anni, in questo periodo di tempo ha cambiato tre aziende, e attualmente è assunta in una società di consulenza. Da Mendrisio (Canton Ticino), si è spostata tra la Svizzera tedesca e quella italiana per un'azienda che opera in tutto il mondo, con un centinaio di lavoratori solo nella sede svizzera. Veronica è una dei 60 mila italiani che ogni giorno vanno in Svizzera a lavorare (di questi, quasi il 90% si dirigono nel Canton Ticino).

DOMANDA: Com'è la sua giornata da frontaliera?
RISPOSTA: Attualmente mi muovo in macchina, mi sveglio alle 7, mi metto alla guida e vado al lavoro. Devo spostarmi e gestire i clienti, fare attività di business. È un lavoro itinerante insomma, non da ufficio come quello precedente. Adesso anche gli orari sono flessibili, dipende dalle giornate. Prima invece facevo orari da ufficio.
D: Quindi l'auto ora è necessaria?
R: Da tre mesi sì, prima invece mi muovevo in treno.
D: Era più pesante prima?
R: Sì, mi pesava perché c'erano quasi due ore di treno all'andata e due al ritorno: un tragitto lungo. E i ritardi frequenti peggioravano la situazione. Comunque io sono pendolare dagli anni dell'università quindi sono piuttosto abituata.
D: Quindi si sta fuori di casa 12 ore al giorno, cinque giorni su sette?
R: Sì, assolutamente. Quando facevo lavoro d'ufficio entravo verso le 9 e uscivo verso le 18, 18.15. Andavano aggiunte però circa quattro ore di treno giornaliere.
D: Le spese dei mezzi vengono rimborsate?
R: In parte sì. Dipende dall'azienda. Il posto in cui lavoro ora sì, rimborsa il viaggio ai dipendenti.
D: Quindi è una scelta dell'azienda?
R: Sì, può anche decidere di non rimborsare nulla. Ma di solito qualcosa offrono, anche solo il 50% dell'abbonamento da pendolare. E non è poco, perché i treni in Svizzera costano tantissimo.
D: Parlando più in generale, perché ha scelto di andare a lavorare in Svizzera?
R: Inizialmente è stata una scelta molto casuale. Mandavo curriculum, mi ha risposto una società del Canton Ticino, ci siamo piaciuti e così è andata. Lavorando già in Svizzera poi, è più facile anche trovare un'altra occupazione sempre qui. In Italia per esempio fanno un sacco di storie pensando al compenso: «Questa ha lo stipendio svizzero, figurati se ne accetta uno italiano», pensano. Invece chi cerca lavoro in Italia sa benissimo che lo stipendio svizzero non è come il nostro.
D: A proposito di stipendio, la differenza è così alta?
R: Anche questo aspetto è relativo. Ci sono aziende in cui la differenza non è molta (magari prendi 1800-1900 senza tredicesima però se togli le tasse e tutto il resto alla fine non percepisci così tanto in più). Poi ci sono aziende dove la differenza invece è notevole. Più lavori vicino all'Italia, comunque, più gli stipendi tendono a essere bassi: loro sanno che possono usufruire più facilmente della manodopera italiana che gli costa meno.
D: È soddisfatta della sua scelta?
R: Sì, senza dubbio. Lo sono perché l'ambiente è buono e trovo le aziende svizzere piuttosto rispettose dei lavoratori (ho riscontri positivi anche da parte di amici che lavorano in altre aziende). Dalla mia esperienza mi sembra che il mercato sia più trasparente rispetto a quello italiano.
D: Per esempio?
R: Le regole vengono applicate di più, anche perché se si verifica un'anomalia sul posto di lavoro lì non si scherza. Se c'è qualche irregolarità che viene segnalata si agisce subito. In generale, poi, ho trovato molta trasparenza. Comunque, stipendio a parte (che è più alto, è innegabile) lavorare qui può essere un'esperienza utile, una buona occasione anche sotto altri punti di vista.
D: Per esempio?
R: L'esperienza. I profili che cercano – non parlo tanto di me che ho 29 anni e non così tanta esperienza – cercano persone molto skillate.
D: Ci sono molti italiani?
R: Per quanto riguarda il Ticino, sì, tantissimi. Il treno delle 6 di mattina è pieno di nostri connazionali.
D: Ti sei mai (o ti hanno mai fatto sentire) una straniera, un'extracomunitaria?
R: A livello aziendale no, non mi è mai successo. Nel primo posto in cui ho lavorato poi c'erano molti italiani, quindi sarebbe stato impossibile. E anche i capi erano italiani.
D: Ho letto che a molti frontalieri viene detto: «Beato te che guadagni un sacco di soldi». E loro spesso rispondono: «Se ti dico che vita faccio probabilmente cambi idea». Mi sembra di capire che lei sia in contro-tendenza.
R: Sicuramente la maggior parte della gente in Italia è convinta che la Svizzera sia un Eldorado: in realtà non è così. Dipende molto dalle aziende, alcuni posti hanno contratti nazionali quindi sono più regolamentati e tutelati, altre meno. Inoltre la vita da pendolare, per niente facile, va messa in conto. Insomma, non è tutto oro quel che luccica.
D: Se le offrissero la stessa posizione lavorativa in Italia?
R: Perché no? Non mi precluderei niente. Se il lavoro è buono non vedo nulla di male nell'idea di tornare a casa.
D: Cosa pensa del referendum di settembre 2016 sulla stretta al numero di frontalieri? 
R: C'è malcontento, è inutile negarlo, ma sembra una misura ancora lontana. Penso che la verità stia nel mezzo: quando facevamo i lavori più umili andava bene, mentre adesso con i colletti bianchi storcono un po' il naso. È lo stesso discorso che facciamo noi con gli immigrati.
D: Non percepisce un sentimento di chiusura, comunque?
R: No, al momento non sento ostilità nei nostri confronti. Io poi lavoro nella svizzera tedesca, Zurigo è una città molto internazionale. Tanti manager qui non sono svizzeri.

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