14 Aprile Apr 2017 1123 14 aprile 2017

Bye Bye Australia

Dopo 12 mila chilometri percorsi e sei mesi di viaggio, l'avventura australiana di Anna e Simone si conclude. Ultima tappa, la sorprendente Melbourne: il racconto.

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L’avventura australiana di Anna e Simone, dopo sei mesi, volge al termine. E si conclude nella meravigliosa Melbourne. L'ultimo racconto per la rubrica La mia Australia.

Abbiamo percorso 12 km e sono trascorsi sei mesi di viaggio durante i quali, ogni giorno, l'Australia ha saputo stupirci con la sua natura selvaggia, spesso estrema, sempre incredibilmente bella e autentica. Sembrava un viaggio infinito, lungo strade deserte, drittissime per migliaia di chilometri, circondati da foreste di eucalipto, deserto, oppure spiagge paradisiache. E invece, il nostro viaggio, una fine ce l’aveva: ultima tappa, Melbourne.

Siamo arrivati in un sabato pomeriggio piovoso di inizio autunno: qui, è risaputo, il clima è orribile tutto l’anno. E a differenza delle (poche) altre grandi città costiere australiane, anche il mare su cui si affaccia non è rinomato per essere uno dei più belli. Eppure me ne sono innamorata.

Merito forse della «white night», la nostra notte bianca: musica, spettacoli all’aperto, edifici che si colorano di luci arcobaleno, come tele su cui vengono proiettate installazioni luminose incredibilmente belle. E tanta gente in giro.

Ok, la Melbourne della notte ci aveva conquistati. Restava la prova del nove: Melbourne di giorno.
Sfida vinta: passeggiando lungo le strade, si percepisce un fermento culturale che in Australia non avevamo ancora trovato.
Melbourne è uno dei centri più interessanti sia in termini urbanistici sia a livello di qualità di vita: sicurezza, servizi, spazi verdi, offerta culturale ed artistica. Un esempio su tutti è Federation Square, piazza contemporanea diventata un luogo di ritrovo e aggregazione reale anche in una società, come quella australiana, dove la vita in strada non fa parte della tradizione.

E poi che dire delle tantissime vie del centro, soprattutto pedonali, riqualificate attraverso interventi spontanei dei cittadini?
Mi hanno conquistata con i loro locali curati, stracolmi di persone che bevono e mangiano seduti ai tavolini lungo i marciapiedi. Installazioni artistiche di ogni genere hanno invaso i muri dei «retro bottega»: quadri, disegni, sculture, fotografie, lasciati da artisti e creativi.

Esistono offerte per tutti i gusti e per tutte le tasche e quella che mi ha colpito di più è proposta da Center Place: The Soup Place. Il cliente paga per un piatto di zuppa (molto buona) e lascia un post-it sul frigo del locale con il proprio nome e/o una frase. Il post-it vale come buono pasto (incluso nel prezzo pagato - 7 dollari) per una persona che non può permettersi di pagarsi da mangiare. Durante il giorno, o nei giorni successivi, le persone più povere grazie al post-it possono passare e richiedere un piatto di zuppa e un pezzo di pane gratis.

Ringenerati dal pranzo, eravamo di nuovo pronti per perderci nel labirinto segreto dei percorsi pedonali, fatti anche di gallerie e passaggi all'interno degli edifici. E lasciarci trasportare dalle vetrine di negozi piene di oggetti di artigianato e ottimi dolci.
O per meravigliarci: davanti agli esperimenti di street art che hanno coinvolto interi quartieri, grazie anche al sostegno della municipalità. Zone che prima erano poco raccomandate oggi si sono trasformate in un museo a cielo aperto, attraente per turisti, artisti, e perfino per scolaresche. Accompagnate dagli stessi writers che diventano una sorta di guida. In Vie come Union La, AC/DC Lane, Hosier Lane, Duckboard Place alcuni tra gli artisti più famosi della città e del mondo (anche Bansky ha lasciato il suo segno) hanno raccontato, denunciato, riflettuto sulla contemporaneità attraverso i murales: da Putin a Trump, dalla questione aborigena a quella ambientale, fino agli omaggi di grandi della musica.

Insomma, come immaginate i giorni a Melbourne sono trascorsi velocemente, e senza che ce ne accorgessimo era ora di ripartire. Dovevamo tornare a Sydney, vendere il furgone, salutare gli amici e preparare le valige. Il viaggio era finito.

Mi sono chiesta tante volte, durante questi mesi, quale fosse il senso del nostro andare e ho sempre fatto fatica a trovare una risposta che potesse soddisfare possibili interlocutori particolarmente scettici rispetto alla mia scelta di vita. Avrei voluto trovare parole convincenti che motivassero e descrivessero l’importanza «reale» di un’esperienza come la nostra. Ma posso essere sincera? Una risposta non ce l’ho, e ammetto che non me ne importa neanche poi tanto. A me basta ciò che ho sentito e provato. Perché non è possibile spiegare la bellezza, la gioia, il senso di appagamento che si provano quando ogni mattina si aprono gli occhi e si sente, nel profondo, spontaneamente, di essere nel posto giusto. Nel mondo, illuminati da un sole che sembra essere sorto solo per noi, consapevoli che ci attendono ore e giorni fatti di scoperte, di persone, di luoghi, di esperienze.
Questo viaggio per noi non è stato (solo) lavoro: è stato prima di tutto vita, e come tale lo abbiamo affrontato, sentendo, gioendo, soffrendo, imparando.

Abbiamo visitato posti incantevoli, vissuto esperienze che mai avrei creduto possibili e abbiamo conosciuto tantissime persone diverse, alcune delle quali avevano uno stile di vita davvero molto distante dal nostro. E non finirò mai di rendere grazie per questa occasione che mi è stata data, di vedere e vivere diversamente, di imparare a fidarmi di persone che non conosco, di ricominciare a credere nel valore dell’essere umano e nella forza e bellezza della sua diversità, che deve essere mantenuta, valorizzata e preservata come ricchezza inestimabile, perché è proprio la diversità il motore che ci aiuta ad imparare, migliorare e crescere.
Viaggiare, ma anche vivere, come abbiamo fatto io e Simone in questi mesi, in Australia, in Brasile, in Italia, ovunque nel mondo, è un modo di essere, è un modo per credere nel prossimo, è un modo per abbattere i muri e aprirsi agli altri, in un’epoca che ci vuole sempre più chiusi, intimoriti e diffidenti verso che è diverso da noi.
Un modo per imparare, arricchirsi, sfamare la nostra curiosità, mettersi alla prova, scontrarsi con ciò che non approviamo, con ciò che è sbagliato, con la violenza, l’inquinamento, la storia crudele che spesso viene nascosta sotto tappeti colorati, ma anche (ri)scoprire quanta bellezza esiste attorno a noi, nel mondo e nelle persone. Mi auguro solo di essere riuscita, almeno un po’, a trasmettere ciò che abbiamo visto ma soprattutto ciò che abbiamo vissuto e come lo abbiamo vissuto.
Un brindisi con il cuore pieno di malinconia per qualcosa che è stata la nostra vita per sei mesi, intensi, forti, unici, e che ora finisce per lasciar spazio a qualcosa di nuovo.
Siamo pronti per ripartire!

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