13 Aprile Apr 2017 0930 13 aprile 2017

Metti lo stupratore allo specchio

Un altro me (in sala dal 13 aprile) racconta il primo esperimento italiano di trattamento intensificato per autori di reati sessuali. Perché il detenuto non sia solo «ibernato». Intervista al criminologo Giulini.

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«Nel corso della sua vita quanti partner ha avuto a livello sessuale, tra prostitute e non?»
«Un centinaio di persone, dottore».
«Lo reputo un numero elevato per una persona della sua età».

«Lo reputo un numero che mi serviva».
«Quando era fuori cosa le piaceva fare?»
«Passavo la maggior parte del tempo a cercarmi delle donne. Mi basta vederne una al bar, una camminare...».
«Qualcuno le ha mai detto che lei è ossessionato dal sesso?»
«È l'unica valvola di sfogo che ho, dottore».

Paolo Giulini, il terzo da sinistra.


Carcere di Bollate, Milano. Il dialogo è quello tra un uomo condannato per reati sessuali e un esperto dell'equipe che si occupa di intraprendere un percorso lungo e insidioso, raccontato con un'intensità sorprendente nel documentario Un altro me di Claudio Casazza (in sala dal 13 aprile), girato con la partecipazione dell'Equipe dell'Unità di Trattamento di reati sessuali del CIPM, Centro Italiano per la promozione della Mediazione e i detenuti della casa di reclusione di Bollate.
Loro nel gergo del carcere si chiamano «infami», in quello tecnico «sex offenders»: sono dentro perché hanno abusato di una donna o di un minore, e, una volta usciti dopo mesi o anni di isolamento, rischiano di commettere nuovamente lo stesso crimine. Per cercare di impedirlo, un'equipe di psicologi, criminologi e terapeuti porta avanti il primo esperimento italiano di trattamento intensificato per autori di reati sessuali: un anno insieme a loro per capire chi sono, cosa pensano, quali dinamiche li hanno spinti a compiere violenze spinti da un'inquietante mentalità misogina. «Questo trattamento è un'opportunità per lavorare su voi stessi. Il nostro scopo è aiutarvi a gestirvi e controllarvi. Il problema in voi c'è, non facciamo finta di niente. Voi potete giustificarvi o sottrarvi, però significa coprirsi gli occhi, a meno che voi non siate affezionati al vostro modo di vivere», dice loro Paolo Giulini, criminologo di fama internazionale e presidente del Cipm in una delle prime scene. «Mi fa piacere che lei abbia tutte queste certezze, dottore. Grazie lo stesso per l'opportunità», risponde con sarcasmo uno degli 'orchi', declinando l'invito. Sì, perché scegliere di partecipare è come iniziare a guardarsi costantemente allo specchio sapendo che si vedrà qualcosa di molto torbido, sporco, inconfessabile. Come raccontare di aver inserito per gioco un trapano nella vagina di una donna («ma io sono un porco, dottore, mi piacciono queste cose»), o aver minacciato un'altra con una pistola mentre la si obbligava a un rapporto orale. E comprendere che non sono comportamenti leciti.
Il film, vincitore del Premio del Pubblico alla 57esima edizione del Festival dei Popoli e prodotto da Graffiti Doc, nonostante parli di violenza non giudica, non ricama: mostra. Lasciando tutto lo spazio ai protagonisti del trattamento.


DOMANDA: Come sono stati scelti i soggetti che hanno partecipato al progetto?
RISPOSTA: Sono stati selezionati nell'ambito delle carceri lombarde. Nella prima fase firmano un contratto di valutazione nel quale cominciano i percorsi trattamentali con i gruppi. Nello stesso tempo però sanno che il percorso ha la finalità di capire quanto potrebbe essere utile per loro questo programma.
D: E poi?
R: Dopo tre mesi questa fase finisce, l'equipe indica chi sono le persone idonee a continuare il percorso. Ma se una persona non vuole intraprenderlo, ovviamente non possiamo obbligarlo.
D: Vengono presi in considerazione criteri precisi?
R: Ci accertiamo che i sex offenders in questione non presentino una problematica forte di tossicodipendenza o alcolismo, né soffrano di patologie mentali come psicosi. Inoltre deve esserci una buona comprensione della lingua italiana: molti stranieri partecipano al programma.
D: Dottore, chi sono i sex offenders?
R: Persone che hanno una condanna almeno di primo grado che hanno commesso reati sessuali su donne o minori. Parliamo quindi di una popolazione mista di aggressori.
D: Qual è il primo passo di questo percorso?
R: Entrare in contatto con la gravità di quello che hanno commesso e con la loro problematicità.
D: Qual è esattamente?
R: Quella che per soddisfare dei bisogni legittimi che abbiamo tutti – di piacere, contatto, padronanza – utilizzano una modalità disfunzionale, errata, perché colpiscono un'altra persona per mezzo di un'aggressione. Hanno condotte devianti, aggressive e violente.
D: Credo sia difficile generalizzare, ma tendenzialmente sono consapevoli della loro problematicità?
R: In molti casi no, infatti presentano spesso meccanismi di difesa molto massicci caratteristici di questa popolazione: di minimizzazione della loro responsabilità (e se minimizzo, va a finire che do colpa alla donna o al minore) e distorsioni cognitive, un aspetto molto presente, che fa fare loro appunto pensieri distorti rispetto alla realtà. Lavoriamo molto su questo.
D: Un esempio di «distorsione cognitiva»?
R: Quando il sex offender ci dice: «La ragazzina di 12 anni mostrava interesse per me». Oppure: «Mentre la abusavo, quella donna sospirava perché provava piacere».
D: Voi specialisti come agite?
R: Il trattamento è pensato come una batteria in serie di attività di gruppo con dei temi specifici. È un programma intensificato, ogni settimana ci sono ben sette gruppi (ognuno co-condotto da una coppia di terapeuti) e ognuno ha una sua tematica specifica. Quindi, per esempio, se una persona nel gruppo di «prevenzione della recidiva» minimizza la propria problematica di reato, in quel gruppo si deve parlare di quello. Perché c'è un rischio reale.
D: Nel film mi ha colpito il passaggio in cui un uomo racconta di aver obbligato una donna a un rapporto orale mentre le puntava una pistola alla tempia. E parlava di piacere associato all'«amministrazione» di questa. 
R: Certo, negli abusi, quindi nei rapporti non consenzienti, c'è l'idea di trarre una soddisfazione dal rapporto violento in termini di conquista trionfante, quindi di annullamento dell'altro. E lo riconoscono. Ecco, questo diventa un aspetto eccitatorio per questi uomini. Molti di loro mostrano una dimensione sadica in questo tipo di condotta.
D: Quindi si va oltre l'ossessione per il sesso in quanto tale: il problema è volerlo fare con persone non consenzienti per poterle controllare.
R: Sì, non è semplicemente spiegabile con la fantasia sessuale perversa violenta, ma con aspetti di distorsioni relazionali. È un po', appunto, come trarre piacere non dall'atto sessuale in sé, quanto dalla modalità di imporsi.
D: Perché accade?
R: Queste persone vivono dei conflitti interpersonali, e invece di gestirli li sessualizzano. Stanno bene grazie a questa sensazione di trionfo sull'altro che viene annichilito dall'atto sessuale.
D: «Lei mi ha provocato, quindi è colpevole quanto me, ma io sono in carcere mentre lei è libera», si sente dire nel documentario.
R: Anche questa giustificazione è una classica distorsione cognitiva. Sta a noi operatori intervenire con un trattamento che non rappresenta una risposta immediata, ma è mirato a dare a loro una dimensione di fiducia che gli permetta piano piano, con il tempo, di accorgersi che questa è una modalità distorta di vedere la realtà.
D: Una vittima di questo tipo di reati dovrebbe vedere il film? Dipende dal grado di elaborazione del trauma?
R: Sì, direi che la complessità e la drammaticità di questi fatti richiede un'attenzione sui singoli casi. La risposta a questa domanda è relativa al percorso della vittima e al suo bisogno di incontrarsi con un aggressore: c'è chi ha voglia di chiarire a se stesso quello che è accaduto e non gli basta ripercorrere il trauma attraverso dei percorsi psicologici di recupero e sostegno. In certi casi alcune vittime chiedono di andare a fare delle domande in strutture come le nostre.
D: Cosa accade in questi casi?
R: Spesso vengono accompagnate dai loro terapeuti e la sensazione che abbiamo ogni volta che si realizzano questi incontri è che le vittime ne traggano un beneficio. Significa che la cura della loro esperienza traumatica procede in maniera più rapida: è come se ci fosse un acceleratore di ricucitura.
D: A proposito di questo, il film mostra il rifiuto di alcuni uomini quando gli viene detto: «Vi facciamo ascoltare la testimonianza di una vittima».
R: Sì: reazioni che vanno dal fastidio al rifiuto, al fatto di non credere possibile che una vittima possa confrontarsi con i loro atti mostruosi. Anche questa è una sfida.
D: Lo scopo del vostro lavoro è soprattutto la prevenzione: fare in modo che una volta fuori non ripetano quello che hanno commesso.
R: Assolutamente, il progetto ha come finalità quello di evitare nuovo vittime che in questo tipo di reati purtroppo sono danni drammatici. Va bene intercettarli, punirli, ma è importante che questo sistema delle pene sia efficace e li restituisca alla società non congelati con quei meccanismi psicopatologici che sono alla base dei loro atti, ma con un minimo di elaborazione che li permetta di non ripeterli.
D: Alcuni uomini vi confessavano: «Quando esco di qui non vedo l'ora di andare a letto con la prima che incontro». Senza questo tipo di percorsi a cosa serve il carcere?
R:  Noi lo chiamiamo «ibernazione penitenziaria».
D: Quanto è difficile per i sex offenders parlare dei propri reati?
R: Molto. Fanno fatica, ma d'altronde chi glielo fa fare a quello che per la società è un orco, un mostro, di parlare con il criminologo appena entrato in carcere e dire «sì dottore, è vero: ho abusato di un bambino», «mi eccito vedendo i minori» se non viene sollecitato ad aprirsi in un clima fiduciario? Preferisce stare chiuso nella sua cella, costruire una sorta di isolamento che sta alla base della propria condizione psico-patologica.
D: In questo caso il rischio serio è che il carcere sia inutile.
R: Succede così che la punizione del carcere costruisce una figura di «ibernato» con i suoi meccanismi di difesa e minimizzazione, quindi una volta che la pena è stata eseguita si esce con il rischio che l'ibernato venga soltanto scongelato. Anzi, magari sono ancora lì con aspetti rivendicativi.
D: Per esempio?
R: Come: «Adesso che sono fuori te la faccio pagare io di nuovo». Noi cerchiamo di evitare questo, e farli entrare anche in empatia con il dolore che hanno generato nella vittima. Questo, per fortuna, in Italia è possibile oggi.
D: Chi lo permette?
R: Noi con la legge 172 del 2012 abbiamo ratificato la convenzione di Lanzarote del 2007 e inserito un articolo molto pesante, il 13 bis dell'ordinamento penitenziario che parla della necessità di dotare il sistema di possibilità di intervento psicologico su autori di reati sessuali su minori qualora questi lo richiedessero. Non siamo arrivati all'obbligo come alcuni Paesi europei, come la Francia, ma abbiamo risorse. Consideri che questo articolo è una sorta di lettera morta, fatta eccezione per progetti come il nostro.
D: Numericamente, quali sono i risultati del progetto?
R: Questo è l'undicesimo anno: abbiamo trattato 248 persone in carcere e 188 fuori. Di questi, in carcere abbiamo avuto sette recidive e fuori tre. Un dato eloquente rispetto all'efficacia del nostro intervento.

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