7 Aprile Apr 2017 1712 07 aprile 2017

«In Siria si ricominci dalle persone»

Trump lancia missili sulla Siria dopo l'attacco chimico. Intanto, le onlus come Terre des Hommes operano sul territorio tra mille difficoltà. Intervista alla coordinatrice regionale Deborah Da Boit.

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«Nessun bambino dovrebbe soffrire», ha detto il presidente Usa Donald Trump nell'annunciare il bombardamento della base da cui il 4 aprile sarebbe stato sferrato l'attacco chimico che ha colpito la provincia di Idlib, in Siria. Alle 3.45 del mattino, ora locale, 59 missili tomahawk sono stati lanciati da due portaerei Usa che incrociavano al largo del Mediterraneo. Un attacco che contraddice quanto Trump ha detto e fatto finora (dai moniti a Obama, dove lo invitava a stare alla larga dalla Siria, al muslim ban che sospendeva anche l'accoglienza dei profughi siriani) e a cui cominciano a seguire le prime reazioni internazionali. Incassato il sostegno del Regno Unito, è arrivata la condanna di Putin, alleato di Assad nel conflitto siriano.

L'ATTACCO CHIMICO
Trump ha deciso di intervenire dopo il superamento della cosiddetta 'linea rossa', vale a dire l'utilizzo di armi chimiche. Nei giorni precedenti, le foto e i video delle persone uccise dal gas sarin avevano fatto rapidamente il giro del mondo, che negli ultimi tempi sembrava essersi dimenticato di quanto stava accadendo. L'attacco chimico ha causato oltre 80 vittime, tra cui 28 bambini. L'Onu ha chiesto un'indagine approfondita su quanto successo. I primi resoconti parlano di un doppio attacco: il primo condotto col gas, il secondo con le armi convenzionali per colpire i soccorritori. Nonostante le smentite della Russia, è altamente probabile che il responsabile di questo attacco sia Assad.

I NUMERI DEL CONFLITTO
Il conflitto siriano è iniziato il 15 marzo 2011. Sei anni dopo, i numeri raccontano una delle crisi umanitarie più gravi di sempre: 100 mila civili uccisi (su un totale stimato di 400 mila morti), 280 mila bambini che vivono in aree assediate e che per questo non possono ricevere aiuti umanitari, 6 milioni e mezzo di sfollati interni e 5 milioni sparsi tra Turchia, Iraq, Libano e Giordania. Proprio in Giordania si trova Deborah Da Boit, coordinatrice regionale delle operazioni umanitarie che la onlus Terre des hommes svolge tra Siria, Giordania e Iraq: «Siamo in Siria dal 2008, ben prima dell'inizio della guerra. All'epoca lavoravamo per i rifugiati iracheni. Quando è cominciato il conflitto, siamo rimasti per aiutare i siriani», ci ha detto al telefono.

DOMANDA: In una situazione del genere, esiste una giornata tipo per voi operatori umanitari?
RISPOSTA: No. Le nostre attività sono diverse e sono tutte di carattere emergenziale. Le difficoltà logistiche e legate alla sicurezza sono innumerevoli. Ora, ad esempio, ci sono 10 mila pacchi alimentari bloccati al confine. La situazione è estremamente volatile, ogni giorno può succedere qualcosa.
D: Come operate sul territorio?
R: Lavoriamo in stretta collaborazione con la Mezzaluna Rossa Siriana (SARC), che è federata con la Croce Rossa. Ci rivolgiamo soprattutto a donne e bambini, e i nostri interventi immediati hanno una finalità salvavita. In particolare cerchiamo di combattere la malnutrizione che colpisce i bambini e le mamme incinte o che allattano. O, ancora, sosteniamo le famiglie dove ci sono casi di disabilità, non solo fornendo delle protesi ma anche formando i parenti perché possano gestire al meglio una situazione resa ancora più difficile dal contesto.
D: Quante persone avete aiutato?
R: Dall'inizio del conflitto, almeno un milione. In alcuni casi i progetti coinvolgono moltissime persone: distribuire i pacchi alimentari è ovviamente la cosa più semplice, relativamente parlando. Ma ora si comincia a parlare anche del dopoconflitto. Non si sa quando arriverà, ma noi ci stiamo preparando.
D: In che modo?
R: Ad esempio, abbiamo avviato un progetto pilota dedicato all'empowerment femminile. È più complesso che distribuire pacchi (con un pacco da 40 euro si sostenta una famiglia di cinque persone per tre settimane), perché formiamo delle giovani donne al lavoro, in modo che possano avere un reddito autonomo e indipendente.
D: Perché è così importante?
R: Oltre a rendere le donne indipendenti, permette di sostenere le famiglie. Per ora ci siamo concentrati su piccole attività artigianali, come la fabbricazione di saponi, candele e altri manufatti. Inoltre, dà una prospettiva di lungo periodo.
D: Le donne subiscono di più il conflitto?
R: Sì e no. Sono più vulnerabili, certo, ma la guerra siriana sta colpendo chiunque. Noi, comunque, impartiamo alle donne anche dei corsi di difesa personale. Inoltre le donne sono state costrette a diventare dei veri e propri capifamiglia, perché i mariti sono impegnati in combattimento o rimasti uccisi. Quello che ho notato è che quando fanno delle richieste per ottenere qualcosa, quasi sempre lo chiedono per i figli. Sono preoccupatissime per la loro educazione, perché in Siria il sistema formativo era un'eccellenza.
D: Ci sono delle storie che le sono rimaste impresse?
R: Difficile sceglierne una, anche perché si assomigliano tutte, purtroppo. Persone che hanno perso casa, amici, famiglia. Tutto. È terribile guardarli negli occhi. Ma allo stesso tempo hanno il desiderio ardente di tornare e ricominciare.
D: E i bambini?
R: Sostenere i loro sguardi spenti è ancora più difficile. Noi ci approcciamo a loro sempre con grande professionalità, magari organizzando delle attività ludiche mirate, che cercano di restituire una parvenza di normalità. E riaccendere quella gioia che nei loro occhi non c'è più.
D: Le capitano mai dei momenti di sconforto?
R: Continuamente. Sia perché il lavoro che facciamo ci costringe a sacrificare molto della nostra vita, soprattutto in termini di affetti, sia perché la situazione è così drammatica che a volte bisogna essere davvero pazienti per notare gli effetti benefici della nostra attività.
D: Ad esempio?
R: Uno dei bambini che partecipava alle nostre attività in Iraq, sei anni dopo è cresciuto e a sua volta è diventato un operatore umanitario e aiuta a sua volta altre persone. Ma, in generale, guardare negli occhi le persone che aiutiamo mi sprona e mi dà una grandissima energia. Bisogna capire che lo si sta facendo per loro. Altrimenti diventiamo un'azienda.
D: Lei è particolarmente legata alla Siria.
R: Sì, perché ho avuto la fortuna di andarci prima della guerra. Ho potuto vedere il prima e il dopo. La Siria mi è entrata nel cuore. Vorremmo tanto fare di più, ma le situazioni non sono nelle nostre mani e di fronte ai drammi immensi ci sentiamo un po' dei don Chisciotte. C'è talmente tanto da fare che sembra di fare poco.
D: Che cosa si può fare per essere di aiuto?
R: Molto pragmaticamente, andare sul sito e donare. E continuare a parlare di quello che sta succedendo. Per non dimenticare.

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